Bombe inesplose, munizioni, materiale radioattivo: per gli ecosistemi e le comunità del Pacifico la Seconda Guerra Mondiale non è ancora finita

Il Mare del Sud non è mai stato considerato il centro del mondo. Eppure le decine di migliaia di piccole isole che popolano il Pacifico, lontanissime dalla terraferma, conservano buona parte di quello che è rimasto delle ambizioni novecentesche degli Stati nazionali – migliaia di tonnellate di petrolio e bombe inesplose sepolte all’interno delle navi affondate durante la Seconda Guerra Mondiale, ma anche i residui radioattivi di centinaia di test nucleari.
La pericolosa eredità della guerra è una realtà molto concreta, per i popoli del Pacifico meridionale: navi, ordigni e munizioni dispersi da ottant’anni rilasciano enormi quantità di rifiuti tossici nell’ambiente, spesso senza che nessuno se ne accorga. E quelli che non hanno ancora iniziato a contaminare oceano e terre emerse sono costantemente minacciati da un collasso strutturale che presto o tardi arriverà, presentando il conto ancora non saldato di una guerra che è meno lontana di quello che ci piacerebbe credere.
L’Oceano Pacifico, il cimitero della Seconda Guerra Mondiale
A ottant’anni dalla resa ufficiale del Giappone, l’Oceano Pacifico è ancora un campo minato. L’eredità fisica del conflitto armato più sanguinario della storia, tutt’altro che innocua, sopravvive nei luoghi più remoti del pianeta: tra Palau, le Isole Marshall e gli atolli del Mar dei Coralli giacciono migliaia di tonnellate di petrolio, esplosivi e sostanze altamente tossiche pronte a completare il loro lavoro di distruzione.
Durante il conflitto mondiale, il Pacifico fu lo scenario di feroci battaglie: il Giappone vi aveva stabilito basi militari e centri logistici, che vennero colpiti pesantemente dalle forze Alleate intervenute nel 1941. La Battaglia del Mar dei Coralli è forse la testimonianza più eloquente del tasso di distruzione che caratterizzò la Guerra del Pacifico: qui, tra le Isole Solomone e le coste nord-orientali dell’Australia, il 7 maggio del 1942 ebbe inizio la prima battaglia militare tra portaerei, che fu anche la prima azione navale della storia decisa dai bombardamenti aerei.
Entrambe le flotte combatterono con lo scopo di distruggere ed affondare le navi nemiche, e ci riuscirono: alla fine, le perdite furono talmente gravi da costringere le parti alla ritirata nel giro di ventiquattro ore. In appena quattro giorni di combattimento finirono sul fondo dell’Oceano due portaerei, due cacciatorpedinieri, una petroliera e tre dragamine, insieme a un centinaio di aerei da guerra e tonnellate di bombe da 450 kg a base di TNT.
La guerra continuò, e gli Stati Federati di Micronesia, Guam, Kiribati, le Isole Marshall, Nauru, le Isole Marianne Settentrionali, Palau, Papua Nuova Guinea, le Isole Salomone, Tuvalu e Vanuatu divennero il cimitero dell’ultima follia umana. Il Giappone iniziò a riprendersi appena dopo la fine del conflitto, seguito poco dopo dalle “Tigri Asiatiche”: Hong Kong, Singapore, Corea del Sud e Taiwan. Le nazioni insulari del Pacifico, però, vennero lasciate a se stesse.

Relitti, petrolio e bombe inesplose: l’eredità della guerra
Il recupero dei residuati bellici dai fondali del Pacifico non è impresa qualunque: oltre alla Battaglia del Mar dei Coralli, ci furono eventi devastanti come la Battaglia delle Midway, anche questa combattuta quasi completamente dalle forze aeree, e la campagna di Guadalcanal nelle Isole Salomone, che coinvolse anche la terraferma – “l’inferno”, secondo i racconti dei soldati giapponesi sopravvissuti.
La Guerra del Pacifico consegnò all’oceano oltre cento sottomarini, decine di portaerei e migliaia di aerei. Secondo uno studio del 2021, oggi il Pacifico ospita circa 3.800 relitti che contengono migliaia di tonnellate di petrolio e che sono oggi pericolosamente vicini al collasso strutturale. Il pericolo, si legge nella ricerca, è stato riconosciuto soltanto negli anni Novanta, soprattutto in alcune aree: soltanto nelle Isole di Salomone ci sono 128 relitti pericolosi. 132 si trovano nelle acque degli Stati Federati di Micronesia e 94 in quelle delle Isole Marshall.
La concretezza di questa minaccia ormai silenziosa si è manifestata in tutto il suo potenziale distruttivo nel 2001, quando il relitto della petroliera USS Mississinewa (1943-44) ha riversato oltre 90mila litri di petrolio nella laguna di Ulithi, nelle Isole Caroline. Lo sversamento durò due mesi. La pesca venne ovviamente vietata per lungo tempo, e il Governatore di Yap dichiarò lo stato d’emergenza. Le operazioni di recupero del petrolio, concluse soltanto nel 2023, lasciarono a bordo circa venti milioni di litri di carburante.
I pericoli, molto attuali, di una guerra finita ottant’anni fa
Quello della USS Mississinewa non è un caso isolato: lo scorso maggio, a Palau, il celebre Helmet Wreck è stato liberato da oltre 82 tonnellate di bombe inesplose. Gli ordigni all’interno del rottame – che fu nave da rifornimento dell’esercito del Giappone imperiale e che è oggi un’ambita meta per le immersioni subacquee – stavano rilasciando sostanze molto tossiche, tra cui il picrato d’ammonio.
Le carcasse abbandonate di queste navi rilasciano costantemente carburante, metalli pesanti e altre sostanze pericolose in ecosistemi fragili, minacciando la biodiversità e, potenzialmente, la salute umana. Alcune hanno già iniziato a farlo. Altre potrebbero iniziare a cedere di qui a poco, minacciando barriere coralline, mangrovie ed interi ecosistemi marini. Queste sostanze chimiche, inoltre, possono entrare nella catena alimentare e raggiungere facilmente l’organismo umano.
In luoghi come Palau, Papua Nuova Guinea e le Isole Salomone continuano a tornare alla luce bombe sepolte, navi affondate e aerei abbattuti che spesso contengono carburante e metalli pesanti come piombo e cadmio. E gli eventi meteorologici estremi dovuti al cambiamento climatico stanno peggiorando la situazione: nel 2015, a Kiribati e Tuvalu, il ciclone Pam portò alla luce migliaia di munizioni e diversi ordigni inesplosi della Seconda Guerra Mondiale. E quando nel 2020 un pescatore trovò una bomba inesplosa vicino all’isola di Lord Howe, l’allora Ministro dell’Ambiente Sussan Ley ipotizzò che potesse essere stata spostata da un ciclone o dalle forti correnti.

Oltre la Seconda Guerra Mondiale: i resti radioattivi della Guerra Fredda
Le isole del Pacifico, le loro acque, i loro delicati ecosistemi marini, non sono soltanto l’esempio più drammatico della distruzione postuma della Seconda Guerra Mondiale. Negli anni appena successivi al conflitto, infatti, USA, Gran Bretagna e Francia usarono questi atolli remoti per condurre test nucleari che hanno lasciato alle popolazioni locali malattie incurabili, contaminazione ambientale e una storia di fallout radioattivi e trasferimenti forzati.
E anche l’eredità della Guerra Fredda è tutt’altro che innocua: il Runit Dome, una delle strutture più pericolose al mondo, potrebbe aver già iniziato a rilasciare sostanze radioattive nelle acque sotterranee delle Isole Marshall. Costruito alla fine degli anni Settanta per contenere i rifiuti provenienti dai test nucleari statunitensi, ospita oltre 80 mila metri cubi di materiale radioattivo.
Nonostante le rassicurazioni del US Department of Energy, le popolazioni più vicine a quest’isola disabitata sono sempre più preoccupate: da tempo sono visibili delle crepe sulla superficie della cupola e pozze di liquido salmastro intorno al suo bordo. A volte, durante le tempeste più violente, il mare sommerge la cupola. Lo stesso Governo degli USA ha riconosciuto che un forte tifone potrebbe distruggerla e disperdere le radiazioni nell’ambiente circostante, ma non esistono piani di bonifica: Runit Dome è un mostro che, intero o meno, vivrà ancora per decine di migliaia di anni. Come dicono gli abitanti di Enewetak, la regione è già un grande cimitero. Bisogna soltanto aspettare che accada.
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