Proposte per una governance globale delle tecnologie intelligenti alla Conferenza degli Ambasciatori dello SMOM tra etica e diritto umanitario

L’intelligenza artificiale, nella visione condivisa da una parte crescente del mondo accademico e istituzionale, non è soltanto una tecnologia, bensì una trasformazione strutturale del modo in cui le società organizzano lavoro, sicurezza, relazioni internazionali e protezione dei più vulnerabili.
Alla seconda giornata della Conferenza degli Ambasciatori del Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta, ospitata nella cornice di Villa Magistrale a Roma, questa prospettiva è stata al centro di un confronto che ha intrecciato diplomazia, diritto e visioni di governance globale. Il contributo più atteso è arrivato dal teologo e tecnologo Padre Paolo Benanti, consulente del Governo italiano e membro della Commissione sull’AI delle Nazioni Unite, che ha richiamato l’urgenza di costruire regole sovranazionali in grado di governare un processo ormai irreversibile.
Egli ha sottolineato come l’IA non rappresenti un semplice ampliamento delle capacità meccaniche delle macchine, ma un cambio di paradigma in cui l’automazione investe funzioni cognitive prima considerate prerogativa esclusiva dell’essere umano. Un fenomeno che, a suo giudizio, porterà inevitabilmente a impatti profondi sul lavoro, soprattutto nella fascia professionale intermedia.
“La novità storica”,
ha ricordato,
“è che per la prima volta l’automazione sostituisce la classe media nelle sue mansioni ordinarie. Senza una governance adeguata, questo genererà nuove e forti asimmetrie sociali”.
Per evitare uno scenario di frammentazione, il docente della Pontificia Università Gregoriana ha evocato un modello ispirato ai trattati internazionali sul controllo degli armamenti, adattato però alla natura immateriale dei sistemi software, che
“non possono essere ispezionati come i silos dei missili”.

Verso un sistema multilaterale per l’etica e il diritto umanitario
La cornice di discussione non si è limitata agli aspetti tecnici. La conferenza ha dedicato un’intera sessione al ruolo del diritto umanitario e della diplomazia, analizzando le difficoltà di applicazione delle norme internazionali in contesti sempre più complessi.
L’intervento del cardinale Gianfranco Ravasi, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura dal 2022, ha riportato al centro la categoria della terzietà, valore condiviso storicamente da Santa Sede e Ordine di Malta. Secondo il prelato lombardo,
“nelle crisi contemporanee serve una voce capace di ricordare principi e valori che gli attori coinvolti spesso dimenticano”.
Il cardinale ha inoltre richiamato il peso della
“etica del contatto”,
ricordando che l’assistenza umanitaria richiede non solo procedure, ma anche presenza e vicinanza. La terza dimensione evocata, quella dell’utopia, invita a non rinunciare a una tensione verso il miglioramento strutturale del sistema internazionale.
“Un mondo che si accontenta di risultati minimi”,
ha osservato,
“perde progressivamente la capacità di immaginare il nuovo”.

Attualità e complessità del rispetto del diritto internazionale
Per Gianfranco Ravasi, anche le religioni possono contribuire con una prospettiva orientata al cosiddetto “oltre”, capace di mantenere vive le aspirazioni collettive in un contesto segnato da conflitti e disuguaglianze.
A interpretare le dinamiche più geopolitiche è intervenuto l’ex Presidente del Consiglio dei Ministri italiano Giuliano Amato, che ha descritto una
“drammatica asimmetria”
tra la crescente complessità normativa e la fragilità della sua effettiva applicazione. A suo giudizio, la Carta delle Nazioni Unite viene oggi troppo spesso elusa, con il rischio di spezzare la credibilità degli strumenti multilaterali.
“Quando gli Stati rinunciano a utilizzare i meccanismi previsti dall’ONU”,
ha affermato,
“perdono anche l’occasione di generare la pressione dell’opinione pubblica internazionale, indispensabile per ricomporre i conflitti”.

Migrazioni, clima e azione sul campo: agenzie ONU in prima linea
Se la riflessione di Benanti, Ravasi e Amato ha delineato i contorni strategici, gli interventi delle direttrici di due grandi agenzie dell’ONU hanno portato testimonianze dirette dal terreno.
Amy Pope, alla guida dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, ha ricordato come le migrazioni non possano essere fermate, ma soltanto
“gestite attraverso strumenti cooperativi che mettano al centro la dignità umana”.
Ha citato l’esempio dei rifugiati afghani espulsi dal Pakistan,
“una delle crisi più sottovalutate dell’ultimo anno”,
sottolineando che l’ordinamento dei flussi richiede
“responsabilità condivise, non solo confini più rigidi”.
Cindy McCain, Direttrice del World Food Programme, ha illustrato il lavoro dell’istituzione in oltre 80 Paesi, con particolare attenzione ai contesti in cui conflitti e mutamenti climatici si intrecciano generando insicurezza alimentare.
Ha espresso gratitudine verso l’Ordine di Malta per il sostegno offerto nella gestione dei rifugiati ucraini e ha lanciato un appello alla collaborazione tra governi e attori privati:
“Di fronte a eventi climatici sempre più estremi”,
ha dichiarato,
“le soluzioni durature devono essere costruite insieme, superando la logica dell’emergenza”.
Entrambe le leader hanno sottolineato come l’innovazione tecnologica (dai sistemi predittivi sull’insicurezza alimentare agli algoritmi per il monitoraggio dei flussi migratori) richieda un uso responsabile, capace di evitare bias e discriminazioni nei confronti delle popolazioni più vulnerabili. La sfida principale, hanno evidenziato, è
“fare in modo che l’innovazione non amplifichi le disuguaglianze, ma rafforzi la capacità delle istituzioni di proteggere i diritti fondamentali”.

Costruire un’architettura globale dell’IA al servizio dell’uomo
La Conferenza degli Ambasciatori dello SMOM ha mostrato quanto la costruzione di una governance dell’IA sia ormai una priorità non solo tecnologica ma politica, umanitaria e culturale. Il richiamo alla cooperazione multilaterale, alla terzietà diplomatica, alla necessità di un diritto internazionale più efficace e alla centralità della dignità umana compone una visione in cui tecnologia e valori non si contrappongono, ma si rafforzano.
In questo scenario, figure come Benanti, Ravasi, Pope e McCain indicano la rotta verso un ecosistema regolatorio che permetta all’IA di sostenere missioni complesse come la prevenzione dei conflitti, la gestione delle migrazioni, l’adattamento climatico e la lotta alla povertà.
Il quadro che emerge è chiaro: il futuro dell’innovazione dipenderà dalla capacità di costruire istituzioni resilienti, capaci di mediare tra interessi divergenti e di rendere trasparenti gli algoritmi che sempre più influenzano la vita quotidiana.
In un’epoca in cui software e sistemi intelligenti sfuggono ai confini fisici, la sfida non è solo tecnica ma profondamente politica. Ed è in questo spazio che l’Ordine di Malta, la Santa Sede e le agenzie ONU stanno provando a definire un nuovo modello di governance, in cui responsabilità, equità e protezione dei più fragili restino al centro dell’innovazione globale.
La seconda Conferenza degli Ambasciatori del Sovrano Militare Ordine di Malta
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