Tecnologia, sapere e cambiamento normativo guidano l’uscita dell’ex colonia spagnola in Africa dalla lunga dipendenza dalle risorse fossili

Indipendente dal Regno di Spagna dal 12 ottobre 1968, la Guinea Equatoriale ha dinanzi a sé una decisiva: abbandonare la dipendenza dai combustibili fossili per abbracciare l’economia digitale. Il nuovo rapporto della Banca Mondiale, pubblicato alla fine dell’inverno di quest’anno, delinea un percorso chiaro per diversificare e modernizzare l’economia nazionale. Un’economia che da oltre due decenni si regge quasi esclusivamente sulle esportazioni di idrocarburi, ma che oggi si trova costretta a fare i conti con la volatilità dei prezzi, la scarsità di nuove scoperte e, soprattutto, la necessità di creare lavoro qualificato per una popolazione giovane e in crescita.
L’economia equatoguineana è scivolata nuovamente in recessione nel 2023, dopo una breve ripresa post-pandemica che non è riuscita a tradursi in una crescita strutturale. Il settore petrolifero, pur continuando a rappresentare circa il 39 per cento del PIL, il 76 per cento delle esportazioni e l’86 per cento delle entrate pubbliche, genera pochissimi posti di lavoro e contribuisce a un modello economico diseguale, poco sostenibile e fortemente centralizzato.
Secondo Aissatou Diallo, rappresentante residente della Banca Mondiale per la Guinea Equatoriale, è giunto il momento di
“provvedere a riforme audaci per costruire le fondamenta di una crescita più diversificata e inclusiva”.
Il “Country Economic Memorandum” del marzo 2025 individua in questo senso priorità chiare: rafforzamento delle istituzioni pubbliche, gestione fiscale rigorosa, mobilitazione di risorse interne non petrolifere, miglioramento del capitale umano e promozione dell’innovazione tecnologica.

Cinque pilastri per una trasformazione strutturale e inclusiva
Una delle leve chiave individuate dal rapporto è proprio la digitalizzazione, intesa non come semplice modernizzazione degli strumenti, ma come riforma trasversale in grado di toccare tutti i settori dell’economia e della società. Il “Digital Economy Country Diagnostic”, sviluppato dalla World Bank con il supporto della Digital Development Partnership e in collaborazione con il governo equatoguineano, struttura questa trasformazione lungo cinque pilastri fondamentali: infrastruttura digitale, piattaforme pubbliche digitali, servizi finanziari digitali, imprese digitali e competenze digitali.
Nel primo ambito, il documento suggerisce di introdurre obblighi di trasparenza sui costi della banda larga, sia a livello internazionale che nazionale, per abbattere le barriere d’accesso e incentivare la concorrenza. In parallelo, andrebbe avviata una valutazione del livello di maturità del sistema di cybersecurity del Paese, oggi considerato ancora fragile.
Sul fronte delle piattaforme pubbliche, si raccomanda la definizione di una strategia nazionale per uniformare i processi amministrativi e digitalizzare in modo coerente i servizi rivolti a cittadini e imprese. Per quanto riguarda i servizi finanziari digitali, la priorità è ampliare le reti di agenti abilitati al mobile banking, soprattutto nelle aree rurali e insulari, dove il divario di accesso è più marcato.
Ma è forse sul fronte dell’ecosistema imprenditoriale che si gioca la scommessa più audace: quella di costruire una nuova generazione di imprese digitali capaci di rispondere ai bisogni del mercato locale e, insieme, accedere a piattaforme regionali e internazionali. Il rapporto suggerisce la creazione di una roadmap per l’inclusione digitale e l’avvio di un dialogo strutturato tra pubblico e privato. Infine, non meno rilevante è l’investimento nelle competenze: il documento auspica una politica nazionale per l’ICT nell’istruzione e una mappatura dei fabbisogni formativi, per ridurre il mismatch tra domanda e offerta di lavoro.
Connettività, accessibilità e sfide dell’infrastruttura digitale
La connessione a internet in Guinea Equatoriale resta oggi un privilegio più che un diritto. Nonostante la presenza del cavo sottomarino ACE, l’accesso alla rete è limitato e fortemente diseguale. Nel 2023 la penetrazione era stimata al 26 per cento della popolazione, pari a circa 400.000 utenti su 1,5 milioni di abitanti, con un forte squilibrio tra l’area continentale e le isole, in particolare Annobón. I costi restano proibitivi: un abbonamento base per la connessione domestica può superare i 60 dollari al mese, cifra che in molti casi raddoppia nei contesti urbani.
Le proiezioni per il 2025, tuttavia, parlano di un balzo in avanti significativo. Secondo Statista, il tasso di penetrazione di Internet dovrebbe raggiungere il 73,1 per cento, con una copertura 4G superiore al 99 per cento e una velocità media di 8,2 kbit/s. Il mercato dell’information technology è stimato attorno ai 75 milioni di dollari, con un tasso annuo di crescita del 2,6 per cento, trainato in particolare dai servizi di outsourcing. Anche il settore degli e-services mostra segnali promettenti, con un valore previsto di 42 milioni di dollari entro la fine del 2025 e un tasso di crescita atteso del 13 per cento fino al 2029.
Un contributo importante a questa trasformazione dovrebbe arrivare dal piano governativo “Horizon 2035”, che mira a garantire entro il 2027 una copertura completa della rete mobile di quarta generazione e a portare la fibra ottica nei principali centri urbani. Per realizzare questo obiettivo saranno necessari investimenti superiori ai 200 milioni di dollari, nonché una riforma del mercato delle telecomunicazioni per superare la dominanza dell’operatore pubblico GETESA e favorire l’ingresso di nuovi attori.

Educazione digitale e diritti civili: un equilibrio necessario
La digitalizzazione non può ridursi a una questione infrastrutturale. Senza un parallelo investimento in capitale umano e in diritti digitali, il rischio è di costruire una modernizzazione fragile, escludente e potenzialmente autoritaria. Il Piano Strategico di lungo periodo, approvato nel 2024, prevede un’ampia riforma del sistema educativo, con l’introduzione dell’alfabetizzazione digitale già dalla scuola primaria, la creazione di centri per l’innovazione e l’avvio di una “università virtuale” che consenta l’accesso all’istruzione superiore anche dalle zone più isolate. I docenti, nel frattempo, saranno formati all’uso pedagogico delle tecnologie, secondo standard condivisi a livello regionale.
Ma se da un lato l’ambizione formativa è evidente, dall’altro le preoccupazioni per il rispetto delle libertà digitali restano alte. Secondo il rapporto 2024 di Access Now, la Guinea Equatoriale è uno dei Paesi africani che ha fatto ricorso più frequentemente a blackout digitali come strumento di repressione. Tra agosto 2024 e febbraio 2025, l’isola di Annobón è rimasta per mesi senza accesso a Internet, ufficialmente per “lavori tecnici”, ma in realtà in risposta a manifestazioni ambientali e richieste di autonomia. Questo episodio, l’ultimo di una serie, solleva dubbi sulla reale volontà del governo di garantire uno sviluppo digitale che sia anche democratico e partecipativo.
Riforme normative e internazionalità come catalizzatori
Un nodo fondamentale per la riuscita del piano digitale equatoguineano è il rafforzamento delle capacità regolatorie. Nel novembre 2024, la capitale Malabo ha ospitato un workshop regionale organizzato dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU), al quale hanno partecipato rappresentanti di Pette paesi membri della Comunità Economica dell’Africa Centrale (ECCAS). Obiettivo dell’incontro: costruire una visione condivisa sulle politiche ICT e rafforzare il benchmarking normativo.
Cosmas Luckyson Zavazava, direttore del Bureau di Sviluppo delle Telecomunicazioni dell’ITU, ha dichiarato:
“Quadri normativi solidi sono la pietra angolare di qualsiasi trasformazione digitale sostenibile”.
Il Ministro delle Telecomunicazioni, Honorato Evita Oma, ha ribadito in quella sede l’impegno del Governo a
“collaborare con partner regionali e internazionali per uno sviluppo coerente e inclusivo”.
In questo contesto si colloca anche la proposta, sostenuta dalla Banca Mondiale, di implementare un sistema nazionale di identità digitale interoperabile, in grado di superare l’inefficienza dei documenti cartacei e promuovere l’accesso ai servizi pubblici e privati in modo sicuro ed equo.
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