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Krill antartico, adesso la pesca si governa con i sensori

Alle isole Orcadi del Sud ecoscandagli, droni e telemetria satellitare trasformano il monitoraggio marino in una leva per tutela e gestioneKrill antartico: il monitoraggio con droni marini transetti e dati georeferenziati permette di leggere meglio le dinamiche dell’ecosistema australe e dei suoi predatori nelle acque australi più fredde

Le catture stagionali di krill antartico mostrano una progressiva concentrazione dei volumi e una maggiore incidenza di alcune flotte: per questo la gestione della pesca si sposta verso sensori di bordo, controllo delle rotte e lettura integrata dei dati ambientali (Grafico: Institute of Marine Research/CCAMLR.org)Il futuro della pesca antartica si gioca sempre meno soltanto sulle reti e sempre più sulla qualità dei dati. Nel Mare Australe, dove il krill antartico è una risorsa industriale, ecologica e geopolitica, la capacità di misurare biomassa, distribuzione, composizione demografica e interazioni con i predatori diventa una condizione tecnica per governare un’attività economica in un ambiente estremo. Il punto non è soltanto sapere quanto krill sia presente, ma comprendere dove si concentra, quando si sposta, quali specie lo utilizzano come alimento e in che misura la pesca può sovrapporsi alle aree di foraggiamento di balene, foche e pinguini.

Il report 2023 dell’Institute of Marine Research norvegese sulle Orcadi del Sud racconta proprio questa trasformazione. Dal 2011 l’istituto conduce un monitoraggio annuale lungo cinque transetti fissi nella Subarea 48.2 della Commission for the Conservation of Antarctic Marine Living Resources, la CCAMLR. È un lavoro apparentemente ripetitivo, ma in realtà strategico: la ripetizione consente di costruire serie temporali, ridurre l’incertezza e collegare la dinamica di una risorsa commerciale alla salute dell’ecosistema che la sostiene.

Il contesto economico spiega perché questi dati contino. La pesca del krill antartico è iniziata nei primi anni Settanta e ha raggiunto il picco alla fine degli Anni Ottanta, con catture fino a 500.000 tonnellate l’anno. Nel settore sud-occidentale dell’Atlantico australe, il limite precauzionale annuo fissato dalla CCAMLR è pari a 620.000 tonnellate, indicato come “trigger level”. Nella stagione 2021/22 il pescato complessivo è stato di 415.510 tonnellate: il 35 per cento nella Subarea 48.1, il 46 per cento nella 48.2, il 19 per cento nella 48.3 e zero nella 48.4. L’industria norvegese ha rappresentato il 72 per cento del totale, seguita da Cina, Corea del Sud, Cile e Ucraina.

Questi numeri non descrivono soltanto una filiera. Mostrano un sistema in cui ricerca scientifica, regolazione internazionale, industria alimentare, nutraceutica, mangimistica e conservazione marina sono ormai interdipendenti. Due grandi survey acustici a scala ampia hanno stimato per le aree di pesca 48.1-48.4 una biomassa complessiva di krill pari a 62,6 milioni di tonnellate nel 2019, valore indicato come simile alla stima sinottica del 2000, pari a 60,3 milioni di tonnellate. Ma la stabilità apparente su larga scala non elimina la necessità di controlli locali, perché il krill si aggrega in sciami, risponde a condizioni oceanografiche variabili e alimenta predatori che dipendono da finestre spaziali e temporali molto precise.

Cinque transetti trasformano l’oceano in una griglia

La campagna 2023 è stata realizzata con la nave cargo Antarctic Provider, partita da Puerto Williams il 23 gennaio e arrivata a Montevideo il 24 febbraio. Il disegno di campionamento ha coperto 60.360 chilometri quadrati di acque attorno alle Orcadi del Sud, con cinque transetti paralleli da nord a sud e un piccolo strato aggiuntivo lungo il margine della piattaforma continentale, pari a 2.368 chilometri quadrati, dove storicamente si concentrano molte catture. Non è un dettaglio secondario: il margine della piattaforma e i canyon sottomarini sono aree in cui la topografia del fondale, la circolazione e la disponibilità di nutrimento possono favorire aggregazioni dense.

Dal punto di vista tecnologico, la campagna combina strumenti diversi. A bordo dell’Antarctic Provider sono stati utilizzati ecoscandagli Simrad EK80 ed EK60 operanti su più frequenze, da 18 a 200 kilohertz, con raccolta dei dati acustici fino a 600 metri di profondità. Gli ecoscandagli sono stati calibrati presso Signy Island con il metodo della sfera standard, mentre la velocità nominale della nave durante i rilevamenti è stata di 10 nodi. Il segnale acustico non viene letto come una semplice immagine del fondale: viene filtrato, classificato e convertito in densità di biomassa attraverso protocolli riconosciuti, distinguendo il krill da altri bersagli biologici.

In parallelo sono stati posizionati ormeggi acustici e oceanografici con idrofoni, ecoscandagli, Acoustic Doppler Current Profiler e sensori CTD per temperatura e salinità. Il risultato è una catena di osservazione stratificata: la nave misura lungo i transetti, gli ormeggi registrano nel tempo, i campionamenti con rete verificano la composizione biologica e i sensori idrografici collegano le distribuzioni osservate alle condizioni fisiche della colonna d’acqua. Secondo la logica operativa che emerge dal monitoraggio,

“il valore non nasce dal singolo sensore, ma dall’integrazione fra misure acustiche, campionamenti biologici, profili oceanografici e osservazioni dei predatori. In un ambiente remoto come il Mare Australe, questa architettura riduce la dipendenza da rilevazioni episodiche e permette di trasformare una campagna scientifica in un’infrastruttura di conoscenza ripetibile, utile sia alla gestione precauzionale sia alla valutazione dell’impatto delle attività commerciali”.

La biomassa cambia scala fra piattaforma e oceano

I risultati preliminari confermano l’importanza della scala. Nel 2023 i valori acustici più elevati attribuiti al krill sono stati osservati attorno al margine della piattaforma e ai canyon, mentre nella parte settentrionale dell’area coperta sono emersi valori inferiori rispetto a osservazioni precedenti. La stima per lo strato del margine della piattaforma indica una densità di 202,9 grammi per metro quadrato e una biomassa di 0,48 milioni di tonnellate. Per lo strato complessivo la densità stimata è di 36,7 grammi per metro quadrato, con una biomassa di 2,21 milioni di tonnellate e un coefficiente di variazione elevato, segnale di una distribuzione spaziale disomogenea.

Questa eterogeneità è cruciale per la governance. Una biomassa totale può apparire abbondante, ma la disponibilità ecologica effettiva dipende dalla concentrazione in aree accessibili ai predatori e, allo stesso tempo, alle navi da pesca. Se sciami molto densi sono localizzati in pochi punti, il rischio di sovrapposizione cresce. È qui che l’innovazione tecnologica assume un valore regolatorio: non produce soltanto dati scientifici, ma fornisce un lessico operativo per discutere quote, aree, stagioni, soglie precauzionali e compatibilità con la conservazione.

Il campionamento biologico rafforza questa lettura. Nel corso della campagna sono state completate 27 stazioni di traino, una delle quali campionata solo fino a 90 metri per il maltempo. Il pescato complessivo è risultato dominato da eufausiacei, pari al 40,0 per cento, anfipodi, pari al 28,3 per cento, e salpe, pari al 25,6 per cento. Sono state identificate quattro specie di eufausiacei, fra cui Euphausia superba, il krill antartico in senso stretto. La specie era presente in 24 stazioni, ma il 96,7 per cento del campione totale di E. superba si è concentrato nella stazione B2, un dato che mostra quanto la distribuzione possa essere polarizzata.

Anche la struttura demografica è rilevante. La lunghezza media degli esemplari misurati è stata di 45,79 millimetri, con deviazione standard di 5,4 millimetri e un intervallo compreso fra 24 e 59 millimetri. La composizione era dominata da individui giovani e subadulti: i giovanili rappresentavano il 14,8 per cento, le femmine subadulte FIIB il 23,2 per cento, le femmine FIIIA l’11,5 per cento e i maschi subadulti MIIA2 il 13,7 per cento. Erano presenti anche maschi adulti MIIIB, pari al 13,9 per cento, e femmine gravide in alcune stazioni nord-occidentali e sud-orientali.

La componente oceanografica aggiunge un ulteriore livello interpretativo. I profili CTD montati sulla trave del traino hanno rilevato una termoclina attorno a 50-60 metri nella maggior parte delle stazioni, con aumento fino a 100 metri nelle stazioni A4 e A5, mentre in B1, B3, D3 e D4 non è stata osservata una termoclina evidente. Per una risorsa che vive nella colonna d’acqua, temperatura, salinità e stratificazione non sono variabili di contorno: definiscono habitat, accessibilità energetica e probabilità di aggregazione.

Droni e telemetria collegano balene, foche e pinguini

La parte più innovativa della campagna 2023 riguarda l’estensione del monitoraggio oltre la risorsa commerciale. Le osservazioni dei predatori marini sono state condotte durante le ore di luce lungo i transetti, con operatori dedicati sul ponte di comando. Le condizioni sono state medie, con mare, vento e nebbia capaci di limitare la visibilità. Nonostante ciò sono stati osservati 570 esemplari di balenottera comune, 46 otarie orsine antartiche, 30 megattere e 177 balene non identificate. Il dato non è accessorio: le balene non sono soltanto indicatori di biodiversità, ma consumatori chiave del krill.

Fra il 28 gennaio e il 10 febbraio, dalla nave Antarctic Endurance è stato condotto anche un progetto pilota con droni per stimare la taglia e la condizione corporea delle balene. La piattaforma principale era un Freefly Alta 6 con fotocamera Sony A6000 da 24 megapixel, camera video per l’individuazione degli animali, altimetro laser Lightware SF 11-C e videocamera GoPro Fusion a 360 gradi. È stato utilizzato anche un DJI Mavic 2 Enterprise Dual. Le immagini verticali sono state elaborate con il pacchetto Python Morphometrix, che consente di stimare lunghezza, larghezza e altre misure corporee convertendo i pixel in unità reali grazie ai dati di quota.

Il progetto ha prodotto 1.314 immagini ritenute idonee per misurazioni morfometriche e identificazione individuale. I ricercatori hanno identificato 43 balene, di cui 12 megattere e 31 balenottere comuni. Le analisi complete non erano ancora concluse al momento del report, ma i dati preliminari hanno indicato una varietà ampia nelle dimensioni corporee e la presenza di coppie madre-piccolo in entrambe le specie. Un’immagine esemplificativa, scattata da 46,7 metri di quota, ha permesso di stimare per una balenottera comune una lunghezza di 21,6 metri, una larghezza massima di 2,7 metri e un volume di 64,6 metri cubi, con peso stimato attorno a 64 tonnellate.

Queste misure aprono una frontiera interessante per l’industria dei dati ambientali. Se la biomassa del krill descrive l’offerta di alimento, la morfometria delle balene contribuisce a stimare il fabbisogno energetico dei consumatori. La combinazione di ecoscandagli, fotogrammetria aerea e campionamento lungo transetti può quindi produrre modelli più robusti di consumo del krill da parte delle specie chiave, in particolare balenottere comuni e megattere. Non si tratta di un esercizio accademico: in un sistema gestito per limiti precauzionali, comprendere la domanda ecologica è essenziale quanto misurare la disponibilità commerciale.

Krill antartico: sensori, mappe e monitoraggi nel Mare Australe aiutano a governare la pesca e a proteggere balene, foche e pinguini dipendenti da questa risorsa ecologica fondamentale nei mari polari
La combinazione fra drone marino Sailbuoy e rotta registrata mostra come le tecnologie autonome possano ampliare il monitoraggio in aree remote: sensori mobili, navigazione programmata e raccolta continua di dati aiutano a seguire krill, ambiente e aree di foraggiamento (Figura: Institute of Marine Research)

Un veicolo autonomo di superficie a Powell Island

Per i ricercatori impegnati nel monitoraggio ecosistemico,

“la sfida è passare da una visione centrata sulla risorsa a una lettura funzionale delle relazioni fra prede, predatori e attività umane. Il krill non è semplicemente una biomassa da stimare, ma il nodo di una rete alimentare: quando pesca, balene e pinguini insistono sulle stesse aree e negli stessi periodi, il dato spaziale diventa uno strumento di mediazione fra produzione, conservazione e responsabilità internazionale”.

Il lavoro sui pinguini sottogola aggiunge un altro tassello. A causa di ritardi della nave e maltempo, il piano iniziale è stato modificato e il team è stato dispiegato a Powell Island il 6 gennaio 2023. La conoscenza pregressa dei comportamenti di foraggiamento ha permesso di posizionare un veicolo autonomo di superficie, il Sailbuoy, nell’area in cui i pinguini erano noti per alimentarsi. Equipaggiato con ecoscandaglio e guidato via satellite, il sistema è rimasto in posizione per 21 giorni, raccogliendo dati acustici sulla densità e distribuzione del krill nonostante condizioni meteo severe.

In prospettiva, questa architettura potrebbe contribuire a un monitoraggio quasi in tempo reale del successo alimentare dei pinguini rispetto all’abbondanza di prede nella loro area di foraggiamento. È un passaggio concettuale importante: gli animali diventano, indirettamente, sensori biologici dell’ecosistema. I tag satellitari sui pinguini, i dati acustici raccolti dal Sailbuoy e le informazioni sulle attività di pesca consentono di valutare eventuali sovrapposizioni spazio-temporali con maggiore precisione rispetto ai metodi tradizionali.

Krill antartico: nelle Isole Orcadi Meridionali ricerca e tecnologie acustiche misurano distribuzione, abbondanza e habitat per una gestione più prudente della pesca polare e delle rotte locali mirate
Una balenottera comune ripresa dall’alto durante il monitoraggio marino evidenzia il nesso fra krill, predatori e tecnologie di osservazione: immagini da drone, griglie di misura e analisi morfometriche permettono di stimare taglia, posizione e condizioni degli animali (Figura: Institute of Marine Research)

La governance del mare passa da standard condivisi

La campagna norvegese mostra una tendenza più ampia dell’economia blu: l’innovazione non coincide solo con nuovi mezzi di produzione, ma con nuove capacità di osservazione. Nel caso del krill, la tecnologia consente di avvicinare la scala della regolazione a quella dei processi ecologici. La pesca opera in aree determinate, in stagioni specifiche e su aggregazioni localizzate; la gestione, per essere efficace, deve quindi disporre di dati altrettanto localizzati, aggiornabili e confrontabili nel tempo.

Un aspetto significativo è il ruolo della collaborazione fra ricerca pubblica e operatori industriali. Il monitoraggio annuale alle Orcadi del Sud nasce anche dalla disponibilità di una società di pesca norvegese a sostenere campagne regolari finché prosegue l’attività commerciale nel Mare Australe. Nel 2023 Aker Biomarine ha messo a disposizione Antarctic Provider e l’equipaggio per il survey. Questo modello non elimina la necessità di indipendenza scientifica e trasparenza, ma segnala una direzione: nelle filiere marine ad alta esposizione ambientale, la legittimazione passa sempre più dalla produzione di evidenze condivise.

La prudenza resta necessaria. Le osservazioni 2023 sono presentate come risultati preliminari, alcune analisi morfometriche devono essere completate e le condizioni operative hanno condizionato parte delle attività. Nebbia, mare, vento, vincoli di bordo e logistica antartica ricordano che l’automazione non cancella l’incertezza. La riduce, la documenta e la rende più gestibile. È una differenza sostanziale, perché la governance precauzionale non richiede dati perfetti, ma dati sufficientemente affidabili per decidere prima che gli squilibri diventino irreversibili.

Per il settore, il messaggio è chiaro. La sostenibilità del krill antartico non dipenderà soltanto dal rispetto di una soglia di cattura, ma dalla capacità di integrare biomassa, comportamento animale, oceanografia e attività di pesca in un quadro dinamico. In questo senso, le Orcadi del Sud diventano un laboratorio di trasformazione industriale: la pesca non è più soltanto estrazione regolata, ma esercizio di conoscenza continua, in cui il vantaggio competitivo coincide sempre più con la qualità del monitoraggio, la credibilità dei dati e la capacità di adattare le decisioni alla complessità dell’ecosistema.

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