Dalle spedizioni scientifiche ai corridoi per gli squali, Sandra Bessudo trasforma un remoto rilievo vulcanico in laboratorio di tutela marina

Vista dalla superficie, Malpelo può sembrare soltanto una roccia vulcanica scura, aspra e isolata, emersa nel Pacifico orientale a centinaia di chilometri dalla costa colombiana. È proprio questa apparenza essenziale, quasi spoglia, a rendere più sorprendente ciò che accade sotto il pelo dell’acqua. Attorno all’isola, infatti, il fondale si innalza come una montagna sommersa, un seamount che concentra correnti, nutrienti, rotte migratorie e aggregazioni biologiche di grande valore ecologico.
Squali balena, cernie, tartarughe embricate, squali martello, rettili endemici e specie rare di uccelli compongono un ecosistema che non può essere letto soltanto come patrimonio naturale. Malpelo è anche un caso di innovazione nella conservazione: un luogo in cui ricerca scientifica, governance pubblica, limiti operativi, cooperazione internazionale e narrazione ambientale convergono per proteggere un sistema vivente difficile da osservare, costoso da monitorare e vulnerabile alla pesca non sostenibile o illegale.
La storia recente dell’isola è legata in modo decisivo a Sandra Bessudo, subacquea, fondatrice della Fundación Malpelo e Hope Spot Champion di Mission Blue. Bessudo esplorò per la prima volta quelle acque nel 1987, rimanendo colpita dalla presenza degli squali martello e dalla densità di vita concentrata in un luogo tanto remoto. La sua intuizione fu semplice ma strategica: se Malpelo fosse rimasta sconosciuta, la sua biodiversità sarebbe rimasta esposta a pressioni difficili da controllare.
Da quella consapevolezza nacque un percorso di advocacy fondato su firme raccolte fra i visitatori, dialogo con le istituzioni colombiane, collaborazione con scienziati e progressiva costruzione di consenso pubblico. L’incontro con l’allora presidente della Colombia durante un’immersione nei Caraibi divenne un passaggio simbolico: Ella riuscì a trasformare un’esperienza personale di esplorazione in una richiesta politica concreta, portando il tema della protezione di Malpelo dentro l’agenda dello Stato.
Da roccia remota a infrastruttura di conservazione
La dichiarazione di Malpelo come Santuario di Fauna e Flora, e poi il riconoscimento come sito del Patrimonio Mondiale UNESCO, non rappresentano soltanto passaggi amministrativi. Sono l’esempio di come un’area naturale possa diventare una infrastruttura di conservazione: un sistema regolato, monitorato e comunicato, capace di generare dati utili per le decisioni pubbliche e di rendere più visibile un ecosistema che altrimenti resterebbe ai margini del dibattito ambientale.
Nel 2000 Bessudo ha creato la Fundación Malpelo per rafforzare le attività di protezione, ricerca e sensibilizzazione. La fondazione ha contribuito a dare continuità a un lavoro che non si esaurisce nella delimitazione di un’area marina protetta. La tutela, infatti, richiede sorveglianza, informazioni aggiornate, relazioni con le autorità, confronto con le comunità scientifiche e capacità di spiegare perché un luogo lontano dalla vita quotidiana abbia effetti concreti sull’equilibrio degli oceani.
La dimensione simbolica è importante, ma non basta. Nel 2022 la Colombia ha ampliato il Santuario di Fauna e Flora di Malpelo fino a circa 47.000 chilometri quadrati. Questo risultato ha contribuito a fare del Paese uno dei primi a raggiungere l’obiettivo del quadro internazionale sulla biodiversità che punta a proteggere il 30 per cento delle terre e degli oceani entro il 2030. Il dato è rilevante perché mostra come la conservazione marina non sia più soltanto una pratica difensiva, ma una politica di pianificazione territoriale su scala oceanica.
Sandra Bessudo ha riassunto il cambiamento culturale con una frase che restituisce bene la traiettoria del progetto:
“All’inizio nessuno sapeva nulla di Malpelo. Ora Malpelo è molto importante per la Colombia e per il Governo”.
Il passaggio da luogo ignoto a priorità nazionale è uno degli elementi più interessanti del caso. L’innovazione, qui, non coincide con un singolo dispositivo tecnologico, ma con un modello di organizzazione della conoscenza. Malpelo è diventata un nodo di una rete più ampia, nella quale biologi, oceanografi, subacquei, autorità ambientali, organizzazioni internazionali e sostenitori privati contribuiscono a trasformare l’osservazione del mare in capacità decisionale.
La ricerca misura ciò che la protezione deve salvare
La protezione di Malpelo si fonda su una regola operativa essenziale: conoscere prima di intervenire. Bessudo organizza due spedizioni all’anno verso l’isola, coinvolgendo scienziati con competenze diverse, dai coralli all’oceanografia. Il viaggio richiede circa 36 ore di navigazione in acque spesso mosse, un elemento che aiuta a comprendere il costo logistico della conservazione in aree remote. Ogni missione è un investimento in dati, continuità e presenza.
Una volta sul posto, i gruppi di ricerca effettuano immersioni, utilizzano sistemi video subacquei per documentare distribuzione, abbondanza e stato di salute delle specie, e raccolgono campioni di zooplancton per valutare la qualità dell’acqua e la condizione dell’ecosistema. Queste attività permettono di costruire serie informative nel tempo. In un contesto marino, dove molte dinamiche non sono visibili dalla superficie, la continuità delle osservazioni diventa un requisito tecnico, non un dettaglio metodologico.
La stessa gestione dell’accesso all’isola indica una scelta di sostenibilità concreta. Malpelo accetta una sola imbarcazione alla volta, sia essa una nave di ricerca o una barca turistica, e non più di 18 subacquei. Non è soltanto una misura di prudenza ambientale: è una forma di gestione della capacità di carico, cioè del limite entro cui l’esperienza umana può convivere con la protezione degli habitat.
Bessudo lo spiega con parole che mostrano quanto il controllo degli accessi sia parte integrante del modello:
“Malpelo accetta una sola barca alla volta, che sia una nave di ricerca scientifica o un’imbarcazione turistica, e non più di 18 subacquei”.
In termini di innovazione, questo approccio unisce ricerca, regolazione e turismo controllato. La raccolta di dati non serve soltanto a pubblicare studi o a documentare la ricchezza biologica dell’area. Serve a fornire al Governo colombiano informazioni critiche per la conservazione, a valutare se le popolazioni stanno crescendo, a individuare specie ancora vulnerabili e a orientare nuove decisioni di protezione. Dopo oltre vent’anni di spedizioni, il valore non è soltanto nella singola missione, ma nell’archivio cumulativo di osservazioni.
Il modello assume una particolare importanza per i grandi predatori apicali. Alcune popolazioni beneficiano della protezione del santuario, ma altre continuano a incontrare rischi quando escono dai confini dell’area protetta. Gli squali, per esempio, non seguono le mappe amministrative: si muovono fra isole, seamount, corridoi pelagici e aree costiere, attraversando spazi in cui la pressione della pesca può aumentare rapidamente.
Così gli swimways spostano la tutela oltre i confini
La questione centrale, quindi, non è soltanto proteggere Malpelo, ma collegarla. Nel 2021 Ecuador, Panama, Colombia e Costa Rica hanno iniziato a unire aree marine protette attraverso corridoi ecologici noti come swimways. L’idea è semplice e potente: se molte specie migrano fra zone protette, la tutela deve accompagnarne i movimenti, invece di limitarsi a presidiare singoli perimetri.
Questo passaggio segna un’evoluzione importante nella conservazione marina. Le aree protette isolate restano fondamentali, ma rischiano di diventare insufficienti quando le specie attraversano vaste porzioni di oceano. I corridoi protetti introducono una logica di rete, più vicina al funzionamento reale degli ecosistemi. Malpelo, in questa prospettiva, non è una fortezza ecologica separata dal resto del Pacifico orientale, ma un nodo connesso a Cocos, alle Galápagos e alle coste settentrionali della Colombia.
La stessa Bessudo ha richiamato questa continuità biologica osservando che gli squali non si fermano a Malpelo, ma raggiungono anche Cocos Island, le Galápagos e poi ritornano. Alcune rotte li portano verso la costa pacifica settentrionale colombiana, dove si dirigono per partorire. Proteggere soltanto una tappa del percorso, dunque, equivale a proteggere una parte della storia biologica di questi animali, ma non l’intero ciclo vitale.
La sfida ha una componente tecnologica e una componente politica. Dal lato scientifico servono monitoraggio, video, campionamenti, dati di presenza e informazioni sui movimenti. Dal lato istituzionale occorre coordinare Paesi diversi, autorità marittime, sistemi normativi e interessi economici non sempre convergenti. È qui che il lavoro di Mission Blue, della rete degli Hope Spot Champion e del sostegno della Rolex Perpetual Planet Initiative assume un ruolo di piattaforma: non sostituisce la governance pubblica, ma contribuisce a renderla più visibile, informata e cooperativa.
Il concetto di Hope Spot, introdotto da Mission Blue sotto la guida dell’oceanografa Sylvia Earle, risponde proprio a questa esigenza. Non identifica soltanto luoghi belli o iconici, ma aree ecologicamente importanti per la conservazione delle specie o per la sopravvivenza di comunità che dipendono da un ambiente marino sano. Dal 2009 la rete globale degli Hope Spots ha superato le 160 aree, confermando una tendenza precisa: la protezione degli oceani richiede narrazioni comprensibili, ma anche strumenti operativi replicabili.

Un modello replicabile tra scienza, limiti e governance
Il caso Malpelo mostra che l’innovazione ambientale non nasce sempre dall’aumento di complessità. A volte nasce dalla capacità di stabilire limiti chiari. Una sola barca. Diciotto subacquei. Due spedizioni scientifiche all’anno. Un’area protetta ampliata. Corridoi da costruire con altri Paesi. Sono regole, numeri e procedure che rendono concreta una visione di lungo periodo.
Per il settore della conservazione marina, questo approccio suggerisce almeno tre implicazioni. La prima riguarda il valore dei dati continuativi: senza osservazioni ripetute, è difficile capire se una misura funziona. La seconda riguarda la scala: proteggere un’isola non basta se le specie che si vogliono salvaguardare attraversano l’oceano. La terza riguarda la governance: aree remote come Malpelo richiedono coalizioni stabili, perché nessun attore, da solo, può sostenere nel tempo monitoraggio, enforcement, comunicazione e diplomazia ambientale.
In questo senso, la Fondazione Malpelo rappresenta un esempio di organizzazione ponte. Collega esperienza diretta, scienza applicata, advocacy istituzionale e cooperazione internazionale. Non trasforma la conservazione in un messaggio astratto, ma in una pratica misurabile: osservare, documentare, proteggere, ampliare, connettere. È un modello che può interessare anche altri contesti marini, soprattutto dove la biodiversità è elevata ma la distanza geografica rende difficile mantenere attenzione politica e risorse operative.
Resta però una tensione strutturale. Le aree protette possono aiutare molte popolazioni a crescere, ma non eliminano automaticamente le minacce che agiscono oltre i loro confini. Pesca illegale, pressione sulle specie migratrici, cambiamenti nella qualità dell’acqua e difficoltà di controllo in mare aperto continuano a richiedere risposte coordinate. La protezione, quindi, non è un traguardo statico: è un processo adattivo, che deve evolvere insieme agli ecosistemi e alle pressioni economiche.
Malpelo è oggi un laboratorio perché obbliga a ragionare su scala diversa. Non solo isola, non solo santuario, non solo destinazione subacquea. È un punto di intersezione fra biodiversità, tecnologia di monitoraggio, diplomazia ambientale e responsabilità pubblica. La sua storia dimostra che anche una roccia apparentemente sterile può diventare un’infrastruttura naturale decisiva, se qualcuno riesce a renderne visibile il valore prima che la perdita diventi irreversibile.
La prospettiva futura dipenderà dalla capacità di rafforzare i corridoi protetti, mantenere costante la ricerca scientifica e tradurre i dati in decisioni condivise. È qui che il lavoro di Sandra Bessudo conserva la sua forza più attuale: non difende soltanto un luogo amato, ma propone un metodo. Guardare l’oceano come una rete vivente, misurarne i cambiamenti, rispettarne i limiti e costruire alleanze abbastanza solide da proteggere ciò che si muove oltre ogni confine.
La presentazione del progetto “Mission Blue: Malpelo Island Hope Spot” di Rolex Perpetual Planet Initiative
La prima parte del documentario “Mission Blue: Malpelo Island Hope Spot” di Rolex Perpetual Planet Initiative
La seconda parte del documentario “Mission Blue: Malpelo Island Hope Spot” di Rolex Perpetual Planet Initiative
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