Atolli remoti e paradisiaci soffocati da tonnellate di rifiuti: il viaggio di Plastic Odyssey dalle Isole Pitcairn alle Seychelles via Mauritius

Un dramma silenzioso e paradossale, dalle dimensioni inimmaginabili: alcune delle isole più remote del mondo, nel cuore dell’oceano, sono sommerse dai rifiuti di tutto il mondo. Ogni giorno migliaia di oggetti raggiungono le spiagge di questi atolli paradisiaci e sperduti, che spesso ospitano specie endemiche o in via di estinzione e una biodiversità così preziosa da essere considerati patrimonio dell’umanità.
La natura più remota e incontaminata sta soffocando sotto il peso dei rifiuti prodotti a migliaia di chilometri di distanza. Ma fortunatamente c’è chi sta provando, faticosamente, a invertire questa rotta, monitorando l’impatto dell’inquinamento e organizzando spedizioni di bonifica per restituire il respiro a questi fragili ecosistemi.
Missione alle Pitcairn: navigare in un deserto di rifiuti
Tra il 2019 e il 2020 l’equipaggio dell’associazione MAEWAN, impegnato in una missione nel Pacifico, si è trovato a navigare per oltre 350 chilometri in un mare di plastica. I rifiuti – infradito, selle di bicicletta, confezioni di cosmetici, spazzolini da denti, reti da pesca, barili e contenitori d’ogni tipo – hanno bloccato l’imbarcazione per una settimana. Eppure i ricercatori si trovavano nei pressi di un atollo disabitato, a 5.000 chilometri dalla terraferma, a metà strada tra il Perù e la Nuova Zelanda.
In un’intervista molto recente, Marion Courtois, che partecipò a quella spedizione, ricorda l’impatto di quella drammatica visione:
“Abbiamo navigato per giorni in quello che sembrava una discarica a cielo aperto, con oggetti che galleggiavano costantemente intorno a noi. Era così vasta che non riuscivamo a capire se ci trovavamo al centro o ai margini dell’oceano di plastica, né a stimarne le dimensioni”.
Quando l’equipaggio ha raggiunto la spiagge dell’Isola di Ducie, nel cuore di un atollo completamente disabitato nell’arcipelago delle isole Pitcairn, ha trovato tacchi a spillo, Crocs e manici di aspirapolvere:
“Su molti oggetti riuscivamo ancora a leggere le etichette. Erano scritte in decine e decine di lingue. Tutto qui proviene da ogni parte del mondo”,
ricorda Courtois. La loro barca a vela da 11 metri, però, non era attrezzata per il recupero di tutti quei rifiuti, così MAEWAN affidò il compito a Plastic Odyssey, un progetto globale che punta a ridurre l’inquinamento da plastica negli oceani creando una rete mondiale di iniziative locali di riciclo.

Henderson, l’isola dei record (che non vorremmo registrare)
Ducie, Oeno e Henderson – tutte parte dell’arcipelago delle Pitcairn – sono state identificate come punti critici di accumulo della plastica già all’inizio degli anni Novanta. Anche se sono disabitate e non producono rifiuti, le correnti oceaniche trasportano enormi quantità di immondizia sulle loro spiagge. L’Isola di Henderson, in particolare, si trova al centro del cosiddetto vortice subtropicale del Pacifico meridionale, un gigantesco vortice oceanico che ruota in senso antiorario e scende lungo la costa australiana per risalire lungo quella sudamericana – una corrente che porta nutrienti e vita, ma anche gli scarti degli operosi e lontanissimi umani.
L’eccezionale valore naturalistico che ha portato l’Isola di Henderson nella World Heritage List dell’Unesco, in sostanza, è nutrito dallo stesso vortice che trascina sulle sue coste tonnellate di immondizia. Secondo un’indagine del 2017, l’Isola di Henderson presenta “la più alta densità di detriti di plastica mai registrata al mondo”. Secondo le stime più prudenti, ogni giorno si arenano sulle sue coste dai 3.500 ai 13.500 oggetti di plastica.
Durante una spedizione del 2024, Plastic Odyssey ha rimosso 9 tonnellate di rifiuti (6 tonnellate erano state raccolte nel 2019 ma le onde allora avevano impedito al team di portare via i sacchi pieni di plastica). Pulire queste isole dalla plastica, però, è estremamente frustrante. Tutti quelli che ci hanno provato hanno detto la stessa cosa: “dopo qualche giorno è come se non fossimo mai stati qui”. Boe, pezzi di corda e oggetti in plastica continuano ad approdare su questi atolli sperduti nel Pacifico. Senza sosta.

The Impossible Cleanups: una sfida contro il tempo e contro le maree
Ogni anno, finiscono negli oceani oltre 10 milioni di tonnellate di plastica. Come se ogni minuto scaricassimo un intero camion di rifiuti in mare. Oltre 500.000 camion in un anno. E secondo un’indagine del Pew Research Center del 2025, se non si interviene in maniera decisa, entro il 2040 finirà nell’oceano un camion della spazzatura ogni secondo.
La missione sull’isola di Henderson è stata la prima incursione di Plastic Odyssey nelle aree più remote del mondo. Dopo Henderson, Plastic Odyssey ha virato sull’Isola di Coco, nell’arcipelago di Saint Brandon a Mauritius. Secondo le stime, sull’isola erano presenti dai 500 chili alle due tonnellate di rifiuti. Sul campo, la realtà era molto diversa: in un solo giorno sono state raccolte quasi due tonnellate di immondizia, rivelando che l’isola ospitava almeno due volte e mezza la quantità di rifiuti che ci si aspettava di trovare. Alla fine, ne sono state rimosse oltre 5 tonnellate.
Così, quando si è trattato di affrontare la sfida più difficile del 2025, l’organizzazione ha deciso di procedere in maniera diversa: prima di organizzare una bonifica completa, ha condotto una missione di ricognizione che permettesse di raccogliere dati precisi prima di iniziare con le operazioni di pulizia. È successo sull’atollo di Aldabra, nelle Seychelles, casa della tartaruga gigante di Aldabra (Aldabrachelys gigantea) e habitat di nidificazione fondamentale per la tartaruga embricata (Eretmochelys imbricata), specie in via di estinzione. Quest’atollo, anch’esso inserito nella World Heritage List dell’Unesco, è sommerso da oltre 500 tonnellate di rifiuti che si sono accumulate nel corso degli anni. La bonifica dell’area, particolarmente impervia e delicata, è ancora in corso.
Senza interventi come questi, complessi e molto costosi, la plastica continuerà ad accumularsi, minacciando la fauna selvatica, alterando i cicli biochimici e danneggiando la bellezza intrinseca di questi ecosistemi incontaminati.
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