Nel cuore della tundra russa, il Pleistocene Park della famiglia Zimov ripristina antichi pascoli per salvare il permafrost e rallentare il clima

(Foto: https://pleistocenepark.ru/)
Nella vasta regione della Repubblica di Sacha (o Jacuzia), nel profondo nord-est della Russia, si estende il permafrost, un suolo gelato da migliaia di anni che intrappola enormi quantità di carbonio organico. Con l’aumento delle temperature globali, questo fragile equilibrio si sta rompendo. Il terreno, scongelandosi, rilascia nell’atmosfera anidride carbonica e metano, due gas serra potentissimi che accelerano ulteriormente il riscaldamento globale.
Il geofisico russo Sergey Zimov, uno dei più noti esperti di permafrost, ha più volte avvertito che
“circa la metà della Siberia meridionale è già in fase di fusione”.
Secondo le stime più recenti, i suoli perennemente congelati della Russia coprono oltre 11 milioni di chilometri quadrati, ma il loro stato di conservazione si sta deteriorando a un ritmo senza precedenti. La perdita del permafrost non rappresenta solo un rischio ambientale, ma anche una minaccia diretta per infrastrutture, comunità e sistemi idrogeologici dell’intera regione artica.
In questo scenario, l’innovazione non passa attraverso nuovi strumenti tecnologici, ma attraverso un’idea di ingegneria ecologica radicale: modificare la composizione stessa dell’ecosistema per influenzare il clima.
Il progetto del parco: riportare in vita la “steppa dei mammut”
Nato nel 1996 sulle rive del fiume Kolyma, vicino alla cittadina di Chersky, il Pleistocene Park è un esperimento di scala planetaria ideato da Sergey Zimov e dal figlio Nikita Zimov. La loro intuizione è tanto semplice quanto rivoluzionaria: ricreare un ecosistema di pascoli erbosi popolato da grandi erbivori, simile a quello che caratterizzava la Siberia durante l’ultima Era glaciale.
Nel Pleistocene Park, cavalli yakuti, bisonti, renne, alci e buoi muschiati si muovono liberamente su centinaia di ettari di tundra recintata. Il loro calpestio e la loro attività di pascolo modificano la vegetazione e la struttura del suolo. Questo processo, che i ricercatori definiscono rewilding climatico, ha effetti profondi: gli animali compattano la neve, abbassano l’isolamento termico del terreno e consentono al suolo di mantenersi più freddo durante l’inverno, riducendo lo scongelamento estivo del permafrost.
Come spiega lo stesso Zimov,
“la neve spessa è un ottimo isolante: se la riduciamo, il freddo penetra più in profondità”.
L’esperimento ha già prodotto risultati concreti: nelle aree più intensamente pascolate, la profondità dello strato di disgelo si è ridotta e il contenuto di carbonio nel suolo è aumentato. In pratica, un ecosistema preistorico adattato al gelo contribuisce a mantenere il suolo freddo e a limitare il rilascio di gas serra.

Innovazione ecologica e riscontri scientifici nel grande Nord
L’aspetto più innovativo del Pleistocene Park non risiede nella tecnologia, ma nel concetto stesso di ecosistema come infrastruttura climatica. Gli animali, la vegetazione e il suolo diventano strumenti naturali di mitigazione. La logica è invertita: non si impone la tecnologia alla natura, ma si lascia che la natura diventi una tecnologia vivente.
Diversi studi condotti da università europee e istituti russi confermano i benefici di questo approccio. Le aree pascolate mostrano una maggiore riflettività della superficie (albedo), che consente di respingere una parte della radiazione solare, riducendo il riscaldamento locale. Inoltre, la vegetazione erbacea sostituisce gradualmente gli arbusti scuri, migliorando ulteriormente il bilancio energetico del suolo.
Nel 2024 un’analisi pubblicata su riviste internazionali di scienze ambientali ha documentato una riduzione media del disgelo estivo di 10-15 centimetri nelle zone più popolate da erbivori, rispetto alle aree di controllo. Anche il contenuto di carbonio organico nel terreno è risultato superiore, suggerendo che il sistema riesca non soltanto a rallentare il riscaldamento, ma anche a immagazzinare carbonio in modo più stabile.
Secondo Nikita Zimov,
“se riuscissimo a riportare su vasta scala il paesaggio della steppa pleistocenica, potremmo raffreddare buona parte della Siberia e salvare milioni di chilometri di permafrost”.
Una sfida di scala e governance per l’intero pianeta Terra
L’esperimento di Chersky funziona, ma la sua scalabilità resta il principale ostacolo. Per estendere gli effetti del Pleistocene Park su aree significative dell’Artico servirebbero milioni di animali, vaste superfici di pascolo e un coordinamento internazionale di grande portata.
Il problema non è soltanto, ecologico ma anche politico ed economico. Mantenere un ecosistema così vasto richiede risorse, logistica e un quadro normativo che consenta l’introduzione controllata di specie in ambienti sensibili. Le autorità russe hanno finora sostenuto in parte il progetto, ma le difficoltà restano numerose: dai costi di trasporto degli animali alle temperature estreme, fino alle barriere burocratiche.
Alcuni studiosi hanno anche sollevato dubbi sull’efficacia a lungo termine. In assenza di grandi predatori naturali, la gestione delle popolazioni di erbivori potrebbe diventare problematica. Tuttavia, i dati raccolti negli ultimi anni indicano che l’esperimento ha un impatto positivo sul terreno e sul clima locale, e che il modello di rewilding climatico controllato potrebbe essere replicato in altre regioni artiche o sub-artiche, come il Canada o la Groenlandia.
Verso una nuova politica russa dell’innovazione ambientale
Il caso del Pleistocene Park apre una riflessione più ampia sull’innovazione ambientale. In un’epoca dominata da intelligenza artificiale, data center e infrastrutture tecnologiche, questo progetto dimostra che anche i sistemi naturali possono diventare motori di innovazione. Non serve sempre una macchina per cambiare il mondo: a volte basta un branco di cavalli e una visione scientifica.
Le soluzioni basate sulla natura (le cosiddette “Nature-Based Solutions”) sono oggi parte integrante delle strategie climatiche globali. Organizzazioni come l’ONU e l’IPCC riconoscono che il ripristino degli ecosistemi può contribuire fino a un terzo della mitigazione necessaria per contenere il riscaldamento entro 1,5 gradi Celsius. In questo quadro, esperimenti come quello siberiano diventano laboratori viventi di un nuovo paradigma: la tecnologia biologica della resilienza.
L’Europa, e i Paesi alpini in particolare, possono trarre insegnamento da questo modello. Nelle aree alpine e nei territori periglaciali del Nord, dove il permafrost si sta degradando, esperimenti simili potrebbero contribuire a rallentare la fusione dei ghiacciai o migliorare la gestione idrica. L’innovazione ecosistemica non è una frontiera remota, ma un linguaggio universale che unisce scienza, territorio e futuro.
Il futuro del clima passa anche dalla natura e dal suo rispetto
Il Pleistocene Park non è un museo dell’era glaciale, ma un laboratorio di futuro. Nel suo spazio remoto della tundra siberiana, gli Zimov stanno riscrivendo il concetto stesso di intervento climatico, mostrando che la natura, se gestita con intelligenza, può diventare un’alleata della scienza e dell’innovazione.
Guardando avanti, si può immaginare una rete internazionale di “parchi del permafrost”, interconnessi da sistemi di monitoraggio digitali e supportati da fondi climatici globali. Un’infrastruttura naturale capace di raffreddare il pianeta con la forza del pascolo e della biodiversità.
In un mondo che cerca soluzioni sempre più sofisticate, il Pleistocene Park ci ricorda che l’innovazione più potente può nascere dal ritorno all’essenziale: lasciare che la vita stessa, nella sua forma più antica e resiliente, diventi la tecnologia del futuro.
Nel Pleistocene Park vivono oggi oltre 150 animali appartenenti a una dozzina di specie diverse. Tra i principali figurano il cavallo yakuto, simbolo di resistenza al freddo estremo, il bue muschiato proveniente dall’Artico canadese, il bisonte europeo e quello americano, reintrodotti per riprodurre l’effetto dei grandi erbivori del Pleistocene, insieme a renne, alci, yak e bovini ibridi.
Completano l’ecosistema pecore e capre siberiane, utilizzate per la diversificazione del pascolo, e alcuni cammelli battriani impiegati in esperimenti di adattamento alle basse temperature. Tra i predatori, si segnalano volpi artiche, lupi grigi e occasionalmente orsi bruni, che contribuiscono all’equilibrio naturale del sistema.
Il parco, che ospita oggi una popolazione in crescita stabile, rappresenta un modello di infrastruttura biologica contro il riscaldamento globale, in cui la fauna diventa parte attiva della conservazione del permafrost.
Come afferma Sergey Zimov,
“l’ecosistema giusto si farà carico del clima”.
Una frase che racchiude l’essenza di un progetto tanto visionario quanto urgente: trasformare la natura in innovazione, e l’innovazione in sopravvivenza.
Il piano dello scienziato russo Sergey Zimov per il permafrost della Jacuzia
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(Foto: https://pleistocenepark.ru/)










