Cosa dicono le ricerche più innovative sul peso della genetica rispetto all’ambiente nello sviluppo delle psicopatologie e l’influsso sulla società

I serial killer, i cattivi; questi sono spesso i personaggi che più ci inquietano e ci ammaliano. Su un buon “villain” si può reggere il successo di un’intera saga: come nella serie cinematografica di Star Wars (da noi inizialmente tradotto in Guerre Stellari), prima con Darth Vader, di cui è narrata la crescita, la caduta e la redenzione nei primi sei film, quindi con Kylo Ren nella nuova trilogia.
Tale tendenza ad approfondire innanzitutto le nostri parti “oscure” nasce nell’antichità; basti pensare al valore didascalico e catartico della tragedia greca. Ma oggi sono ben pochi i film o le serie crime che non facciano riferimento a un antagonista psicopatico, possibilmente un serial killer.
Al di là degli eccessi morbosi di chi arriva ad ammirare e a mitizzare i più efferati assassini, il nostro è un interesse più che sensato: la comprensione della natura e dell’origine di certi comportamenti, così dannosi per sé e per gli altri, è necessaria per poter un giorno arrivare a una società realmente evoluta ed equilibrata.

Il dottor James Fallon, neuroscienziato con sorpresa: innanzitutto per se stesso
Nella storia dello studio delle psicopatologie, il caso del dottor James Fallon (vissuto fra il 1947 e il 2023) è stato emblematico. Neurologo e criminologo di grande fama, consigliere del Pentagono, apprezzato ricercatore e professore universitario, padre di tre figli. Non è certo il ritratto di un pericoloso serial killer, pur ricordando un altro iconico antagonista nella storia della letteratura e della cinematografia, il professor James Moriarty, la nemesi di Sherlock Holmes.
Nel suo libro “The Psychopath Inside: A Neuroscientist’s Personal Journey into the Dark Side of the Brain” – non tradotto in italiano – il neuroscienziato narra come, all’età di 58 anni, durante un esperimento a doppio cieco volto allo studio della presenza di alcune “impronte genetiche” nei serial killer, scoprì di possedere lui stesso tali caratteristiche.
Una ridotta attività nell’amigdala e alcune disfunzioni nella corteccia prefontale, oltre alla presenza di una particolare variante del gene MAO-A, coinvolto nel metabolismo di alcuni neurotrasmettitori come la dopamina, la serotonina e la noradrenalina, che sono associati al controllo dell’umore e dell’aggressività.
E scoprì inoltre, approfondendo il proprio albero genealogico, di discendere da una lunga stirpe di assassini. Quindi di essere un potenziale psicopatico, serial killer.

Ambiente o genetica: cosa modella realmente la nostra personalità?
“In termini neuroscientifici, tutti i comportamenti rinforzati, qualsiasi essi siano, si concentrano in un piccolo punto nel cervello, il nucleo mediale dorsale del nucleus accumbens. È lì che si trova tutto: la dopamina, le endorfine, l’acetilcolina, l’ossitocina, la vasopressina. È il centro dell’edonismo. Qualsiasi comportamento che può essere rinforzato deve passare attraverso quel piccolo punto nel cervello. Ognuno ha una propria fissa. Alcuni sono dipendenti dallo shopping, alcuni dal cibo, altri dalle droghe”,
disse James Fallon durante un’intervista.
Il professor Fellon ha sviluppato, durante la sua vita di ricercatore, una visione piuttosto “meccanicistica” dei fenomeni chimici e biologici che portano alla costruzione, fra l’altro, del pensiero etico di un individuo. Allo stesso tempo, la propria esperienza personale lo ha spinto a rivalutare l’importanza dell’ambiente in cui una persona cresce.
Nel suo caso, ad esempio, pur risultando uno psicopatico “secondario”, con un minor rischio di sviluppare tratti sadici e criminali, riteneva che fosse stata l’amorevolezza dei suoi genitori, soprattutto di sua madre, a “salvarlo” dallo sviluppo di una personalità realmente psicopatologica.
È comunque sempre stato un manipolatore, ma a fin di bene e, come lui stesso affermava, sempre con un certo equilibrio e onestà…
“Ho il cervello di uno psicopatico. E i geni di uno psicopatico. E una storia familiare piena di psicopatici. Ma, nonostante tutto, sono innocuo”.

Tornando alla fantascienza: Darth Vader e Kylo Ren
Senza temere spoiler, visto che si parla di una saga cinematografica il cui primo film è uscito nel 1977 e l’ultimo (per ora) nel 2019, diamo un’occhiata più approfondita a due personaggi immaginari ma oltremodo interessanti nelle loro particolari patologie.
Darth Vader, al secolo Anakin Skywalker, sarebbe dovuto essere colui “che avrebbe riportato equilibrio nella Forza”. La Forza in Star Wars è un concetto che mette insieme filosofia zen, new age e magia: un campo energetico che permea tutto l’universo, legando indissolubilmente oggetti non viventi ed esseri viventi.
La parte luminosa e la parte oscura della forza si confrontano e si compenetrano dalla notte dei tempi come lo Yin e lo Yang, così come i cavalieri Jedi (sacerdoti guerrieri della parte benevola, simili ai monaci Shaolin) si scontrano con i Sith, che servono invece la parte oscura.
Anakin cresce con la madre come schiavo, non particolarmente maltrattato, ma ne viene separato per liberarlo dalla schiavitù. Tale separazione e una successiva tragedia a essa legata lascia un vuoto pericoloso nell’anima del ragazzo, dove si annidano prima tristezza e paura e infine rabbia e furore. A questo si aggiunge il timore per la morte dell’amata Padmé, la cui visione lo ossessiona.
L’incontro col signore dei Sith, che acquisisce sempre più potere sotto il naso dei cavalieri Jedi, evidentemente un po’ accecati dalla loro stessa luce, dà il colpo finale all’animo del giovane che, convintissimo di fare del bene, come tanti dittatori del XX e XXI secolo, compie le azioni più terribili e diviene Darth Vader. Finendo per causare, fra le altre cose, proprio la morte di Padmé.

La psicosi di Anakin Skywalker e la psicopatologia di Ben Solo
Anakin quindi non è uno psicopatico potenziale come il dottor Fallon, ma una persona scaraventata fin da piccolo in situazioni emotive difficilmente gestibili, con delle guide adulte che, nonostate le loro indubbie capacità e tutta la buona volontà, si rivelano incapaci di mantenerlo a contatto con il proprio sé profondo e con il reale.
Caso differente invece è quello di Ben Solo, figlio di Han Solo e di Leila Organa (anche lei una Skywalker, tanto per cambiare). Ben cresce in un ambiente più che sereno e protetto, per quanto sullo sfondo di grandi sconvolgimenti socio-politici a livello galattico. Ben è un super-dotato, almeno per quanto riguarda la sua capacità di gestire la Forza.
Ma quando Luke Skywalker, suo zio e suo maestro, legge nella sua mente che Ben si è ormai volto al lato oscuro della forza si spaventa profondamente e, seppure per un attimo, pensa di ucciderlo. Questo viene percepito dal ragazzo ed è la classica goccia che fa traboccare il vaso: distrugge il tempio Jedi, uccide tutti i suoi compagni e diventa Kylo Ren. Una reazione un tantino esagerata.
Si tratta evidentemente di un caso più vicino alla psicopatologia e, difatti, tutta la storia gioca sul rapporto fra Ben e Rey, la protagonista della nuova trilogia, che ne è contemporanemente disgustata e attratta. Ben Solo è un manipolatore, freddo e impulsivo, e manipolato a sua volta (come scopriremo alla fine), mentre Rey, alla continua ricerca delle proprie origini e di conseguenza di sé stessa (da piccola è stata abbandonata), è particolarmente vulnerabile.

Mondi secondari e primari: Putin e Hal 9000
Ovviamente l’analisi suddetta non tiene conto di altri aspetti salienti della storia narrata, né dell’importanza data nella stessa alla possibilità di redenzione – occorre dire un po’ ottimistica e consolatoria, ma parte integrante del pensiero statunitense e di quello cattolico – per tutti, indipendentemente da cosa abbiano combinato.
Tornando alla nostra realtà purtroppo molto attuale, è rimarchevole che in una delle sue ultime interviste, nel 2022, il dottor James Fallon abbia dichiarato che Vladimir Vladimirovič Putin, Presidente della Russia, presenterebbe i segnali caratteristici delle psicopatologie.
Quindi, se messo troppo “alle strette”, secondo l’opinione del ricercatore americano, egli potrebbe anche decidere di utilizzare il proprio arsenale nucleare; l’occidente non dovrebbe perciò mostrare debolezza, ma allo stesso tempo astenersi da mosse eccessivamente plateali. Il che sembra coerente con la gestione della crisi mantenuta dalla NATO e dall’Unione Europea negli ultimi due anni, una condizione di stallo perenne senza azioni sostanziali volte a risolvere il conflitto.
Tale diagnosi non deriverebbe da una semplice osservazione esterna del comportamento, ma da osservazioni durate diversi anni e da colloqui tenuti con diversi leader politici che vi hanno interagito. La sua impronta psichica sarebbe quella più pericolosa, ovvero quella di uno psicopatico “primario” con disturbo narcisistico della personalità. Sempre alla ricerca del punto debole nell’altro e capace di attendere anche molti anni per portare i propri piani a compimento.
E la cui personalità violenta e sadica, stando alla personale opinione di James Fallon, si sarebbe sviluppata prima a causa di un trauma infantile (distaccato a forza dalla madre e cresciuto in un ambiente violento), quindi rinforzata da un trauma subito da adulto (la fine dell’Unione Sovietica).

Il fascino delle psicopatologie e l’illusione di onnipotenza
Non tutti gli psicopatici sono eccezionalmente razionali e intelligenti, come una certa narrazione tenderebbe a farci credere. Certamente nella maggior parte dei casi, essendo persone che dedicano tutta la loro vita a perfezionare l’arte di manipolare il prossimo, sono persone carismatiche e affascinanti.
Nelle nostre società occidentali viviamo un periodo di grande fascinazione per gli psicopatici. Dal mondo del cinema alle serie TV, dai casi di cronaca dove più sono efferati e brutali gli atti di questi personaggi più si allarga il numero dei loro “fan”, sino a figure come Vladimir Putin che vantano molti ammiratori nei paesi democratici.
D’altra parte, sempre la nostra società attuale vive anche nella profonda convinzione che tutti, proprio tutti possono essere redenti. Non sembra passare il concetto che se una persona nasce totalmente priva di empatia, o lo diventa per una predisposizione genetica unita a un ambiente di crescita violento e anaffettivo, non può realisticamente essere recuperata alla società e diventare un bravo cittadino, buono e ricco di affettività.
Questa è una mera illusione, come afferma lo stesso dottor Fallon:
“Non penso che tu possa cambiare i sentimenti fondamentali di una persona. Ovviamente neanche la pena di morte è la soluzione. Ma sono contrario al rilascio di queste persone al termine della pena. Dovrebbero essere mandate da qualche parte dove potrebbero utilizzare tutte le loro energie per sopravvivere. Le persone veramente pericolose sono totalmente irrecuperabili”.

La società psicopatica raccontata da “Arancia Meccanica”
Sempre nella cinematografia di Stanley Kubrick, uno che ha sempre “visto avanti” diremmo, c’è il perfetto esempio delle estreme conseguenze cui potrebbe portare il delirio di onnipotenza di una società che pensa di poter redimere e condizionare tutti: “Arancia Meccanica”, film del 1971.
i “Drughi”, bande di giovani che si dedicano all’iper-violenza per puro piacere, superano i limiti e vengono catturati. In particolare il loro leader viene sottoposto, in nome della legge e dell’ordine, a tentativi di condizionamento mentale che arrivano a essere peggiori delle torture da lui imposte alle sue vittime.
Una società che soffre di delirio di onnipotenza, credendo di essere in grado di correggere e di redimere anche le persone del tutto incorreggibili. Che poi è la stessa tematica che troviamo sviluppata in “Batman – Il Ritorno del Cavaliere Oscuro”, capolavoro fumettistico di Frank Miller pubblicato nel 1986, dove due psicologi sono sinceramente convinti di poter redimere prima Harvey Dent (“doppia faccia”) e quindi lo stesso “Jocker”, da cui rimangono inevitabilmente uccisi.

L’etica della complessità e la scoperta di Mandelbrot
L’universo in cui viviamo, e di conseguenza anche le nostre società e le nostre menti, si rivelano sempre più complesse a ogni approfondimento e a ogni nuova scoperta scientifica. Non esistono “teorie del tutto” definitive, così come non esistono soluzioni semplici a problemi tanto articolati e sfaccettati.
Esiste invece un’esigenza profonda, quella di un etica della complessità. Che non si arrocchi su posizioni nette e rigide, e che non si arroghi conoscenze e capacità che non possiede. Come nei frattali scoperti da Benoît Mandelbrot, esistono zone di colore pieno (che, se vogliamo, possono corrispondere ai principi più indiscutibili dell’etica, come il diritto alla vita e al rispetto per ogni essere vivente), mentre intorno a tali zone si sviluppano i cosiddetti confini frattali, dove non è possibile tracciare alcuna barriera netta.
Senza scadere in un “relativismo assoluto”, l’etica della complessità dovrebbe quindi essere capace di concepire principi morali esistenti a diversi livelli e su diverse scale di valore, mantenendo fermi i principi fondamentali, ma restando aperta alle nuove conoscenze e ai nuovi punti di vista di una società umana in perenne evoluzione e innovazione.
E in un mondo sempre più complesso ne abbiamo un profondo bisogno.
Il trailer ufficiale del film “Star Wars: The Last Jedi”
Il trailer ufficiale del film “Sherlock Holmes: Gioco di Ombre”
Il trailer ufficiale del film “2001 A Space Odyssey”
Il trailer ufficiale del film “A Clocwork Orange”
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