Auto-organizzazione dei beni comuni e informalità a Kumasi: le città africane riscrivono le regole dell’espansione urbana

Ben oltre progetti e piani regolatori, esiste una città che vive al di fuori dei confini stabiliti – dove i concetti di pubblico e privato si dissolvono in favore di iniziative votate alla sopravvivenza quotidiana. È lo sviluppo informale, un fenomeno che gli urbanisti spesso descrivono come un problema legato a degrado e illegalità, ma che oggi può essere visto come una forma di resilienza collettiva capace di garantire servizi, abitazioni e sviluppo inclusivo laddove lo stato fallisce. Lo si vede soprattutto nelle città dell’Africa subsahariana, dove hanno fallito le strategie di pianificazione frutto dell’approccio occidentale alla crescita urbana.
Informalità urbana: problema o risorsa?
Caos e illegalità o risorsa da valorizzare? Quello sull’informalità urbana è uno dei dibattiti più accesi nell’urbanistica contemporanea. La scuola più “tradizionale” tende a considerare l’informalità come un chiaro fattore di pericolo: insediamenti precari, abusivi e senza allacci alle fognature possono essere una seria minaccia alla salute pubblica, soprattutto in un contesto in cui l’espansione urbana incontrollata a bassa densità (sprawling) isola gli insediamenti e minaccia di erodere risorse vitali per la sussistenza del tessuto cittadino, inclusi terreni agricoli e spazi verdi.
Secondo altri urbanisti, l’informalità è una tappa obbligata dello sviluppo urbano accelerato, soprattutto nei Paesi in cui la popolazione urbana cresce molto rapidamente e lo Stato non riesce a soddisfare la domanda di nuovi alloggi. Si parla a proposito di In situ Slum Upgrading, o “riqualificazione sul posto”: in sostanza le autorità si occupano di portare le infrastrutture di base in loco e poi lasciano che siano gli stessi abitanti (con le proprie risorse) a migliorare le proprie abitazioni, a beneficio dell’intera comunità.
Negli ultimi anni si sta facendo strada anche una visione radicalmente diversa, che vede nell’informalità non più un ostacolo alla pianificazione urbana, bensì un valore rigenerativo e strutturale. I quartieri informali, per esempio, sono per loro natura “a uso misto”: case, negozi e attività produttive si trovano a condividere le stesse strade, perciò spesso si hanno quartieri vivaci, sicuri e con una propria economia interna – cosa molto difficile da pianificare a tavolino, secondo gli urbanisti della corrente critica e post-coloniale.
L’idea di base è semplice: per permettere alle città di crescere al loro passo, bisogna superare il modello occidentale che ha tentato per decenni di imporre modelli europei in contesti che vivono di logiche sociali ed economiche molto diverse. Strade larghe e zonizzazione, insomma, non sono la risposta al bisogno di espansione delle città del Sud del mondo.

Urbanismo quotidiano a Kumasi, Ghana
Il fallimento dell’urbanistica tradizionale è evidente soprattutto nel contesto dell’Africa sub-sahariana, dove l’insistenza su standard edilizi di derivazione coloniale rende di fatto “illegali” le abitazioni della maggioranza della popolazione, che spesso non può permettersi di aderire alle normative ufficiali. Avviene a Nairobi, in Kenya, a Dar es Salaam, Tanzania, a Kano, in Nigeria, e nelle più grandi città del Ghana: Accra e Kumasi.
Il caso di Kumasi è uno dei più interessanti per gli studiosi locali: qui i piani urbanistici formali coesistono e competono sempre più con le trasformazioni informali che rimodellano le strutture e gli usi dei quartieri. E nonostante le autorità cittadine sottopongano ripetutamente gli insediamenti informali a interventi coattivi, sfratti e demolizioni, l’informalità urbana continua ad evolvere senza dare il minimo segno di stanchezza.
Uno studio internazionale pubblicato a febbraio sulla rivista Land Use Policy introduce, a proposito, in concetto di “Everyday Urbanism”: ampliamenti non autorizzati, conversioni di destinazione d’uso e aggiunte incrementali di edifici rappresentano strategie di adattamento messe in atto dai residenti per far fronte alla carenza di alloggi, alle difficoltà economiche e alle lacune nei servizi.
Eppure, queste modifiche creano anche modelli di sviluppo compatto e ad uso misto, che oltre a contrastare lo sprawling sono spesso considerati obiettivi ideali della pianificazione urbana. L’urbanismo quotidiano è anzi proprio quello che permette alle città di funzionare nonostante lo Stato e i piani calati dall’alto, che evidentemente non si dimostrano sempre adatti al contesto reale.
Il quartiere Ahodwo e il mercato di Kejetia
I ricercatori hanno analizzato Ahodwo, un sobborgo originariamente nato con una pianificazione formale e residenziale. Attraverso l’analisi dei dati, hanno scoperto che tra il 2014 e il 2024 le aree a uso misto sono passate dall’1,6% al 3,9% del totale, e che nelle zone in cui i cittadini hanno operato delle trasformazioni informali, la densità edilizia è di 14,7 unità per ettaro – contro le 3,4 unità delle aree considerate “formali” e autorizzate.
Perciò, se è vero che l’informalità alla lunga crea pressione sulle infrastrutture cittadine, è altrettanto vero che genera benefici significativi: aumenta l’occupazione locale, migliora l’accessibilità ai servizi e crea una città più compatta e resiliente. Quindi, spiegano gli autori dello studio, la governance urbana dovrebbe riconoscere il valore sociale ed economico dell’informalità e integrare le regole consuetudinarie del luogo nella pianificazione ufficiale.
Una conclusione molto simile arriva da un altro studio, pubblicato anch’esso all’inizio dell’anno, che ripercorre e analizza la vicenda del Kejetia Central Market Redevelopment Project (KCMRP), avviato nel 2015 dall’Assemblea Metropolitana di Kumasi (KMA) con lo scopo di modernizzare uno dei più grandi mercati all’aperto dell’Africa occidentale, trasformandolo in una struttura moderna a più piani.
Il piano, pensato per sostituire un mercato congestionato e soggetto a incendi, ha previsto il trasferimento, lo sfollamento e persino lo sfratto dei lavoratori del vecchio mercato, che sorge su un terreno di proprietà consuetudinaria del Consiglio Tradizionale Ashanti, e in cui il popolo Ashanti applica da secoli norme consuetudinarie come l’ereditarietà matrilineare degli spazi e l’uso di stringere accordi informali con venditori ambulanti.

Commoning: il mercato come bene comune e la pianificazione condivisa
La maggior parte dei lavoratori informali del centro di Kumasi considera il mercato una propria eredità e una proprietà comune – un common in senso stretto. Come si legge nello studio,
“I lavoratori informali intervistati hanno espresso la convinzione condivisa che la terra e lo spazio del mercato fossero proprietà comune del popolo Asante, e si sono impegnati a proteggere e mantenere il loro accesso e utilizzo di questi spazi”.
Il mercato è ancora governato dalle regine Asante, “che fungono da figure organizzative e rappresentative per i vari gruppi di commercianti”. Nel processo di riqualificazione, l’Asantehene, il capo del popolo Asante, è stato quindi coinvolto nel processo decisionale come mediatore indispensabile. Tramite accordi e compromessi, i lavoratori informali del centro di Kumasi hanno gradualmente riacquistato e mantenuto l’accesso sia al mercato riqualificato che alle aree circostanti. I ricercatori parlano in proposito di “commoning”, ovvero:
“auto-organizzazione collettiva della gestione delle risorse da parte degli attori-utilizzatori attraverso regole condivise e valorizzate per l’uso quotidiano”.
Un caso di studio che, secondo i ricercatori, dimostra il ruolo strutturale dell’Everyday Urbanism nelle città africane:
“L’entità e il ritmo della crescita urbana nell’Africa subsahariana impongono un allontanamento dalle teorie di pianificazione puramente radicate nella concezione del Nord globale. La trasformazione urbana nelle città dell’Africa subsahariana richiede l’analisi delle diverse istituzioni che guidano tutti gli attori che accedono e utilizzano gli spazi pubblici e delinea le qualità dell’informalità come modalità di transazione che contribuisce alla governance urbana”,
si legge nella ricerca.
La gestione dei beni comuni da parte dei lavoratori informali, esercitata attraverso l’autogoverno, non solo garantisce l’accesso allo spazio pubblico, ma rafforza anche le pratiche urbane inclusive. L’informalità, insomma, non è un problema da risolvere, ma una potenziale via per agire collettivamente sulla modifica spaziale e rappresentativa, con immense prospettive per una governance urbana sostenibile – soprattutto nell’Africa subsahariana.
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