Nel nord-est della Siria un villaggio autogestito saggia un’educazione per l’infanzia, fondata su sostenibilità, comunità e leadership femminile

Nel frammentato mosaico del Medio Oriente post-bellico, il Rojava, regione a maggioranza curda nel nord-est della Siria, continua a rappresentare un laboratorio politico e sociale osservato con attenzione dalla comunità internazionale.
Accanto ai temi più noti dell’autogoverno e della sicurezza, sta emergendo un filone meno visibile, ma strategico: l’innovazione educativa e sociale come strumento di ricostruzione di lungo periodo. In questo contesto si inserisce l’esperienza di Jinwar, un villaggio per donne e bambini che, a quasi dieci anni dalla sua ideazione, rilancia oggi la propria missione investendo sulle nuove generazioni.
Fondato nel 2016 e inaugurato nel 2018 nel distretto di Dirbesiye, nella provincia di Hasaka, Jinwar, in curdo “terra delle donne”, nasce come risposta concreta alla violenza domestica, alla perdita dei mariti in guerra e all’emarginazione sociale. Ma nel tempo il progetto ha assunto una dimensione più ampia, trasformandosi in un ecosistema comunitario autosostenibile che sperimenta forme alternative di economia, governance e, soprattutto, educazione.

Un villaggio autosostenibile come infrastruttura sociale
Jinwar è costruito secondo principi di autosufficienza economica e ambientale. Le abitazioni in terra cruda, l’agricoltura comunitaria, l’allevamento e le attività artigianali garantiscono entrate autonome che finanziano i servizi di base del villaggio. Oggi vi risiedono stabilmente decine di donne con i loro figli, in un contesto dichiaratamente libero dalla violenza e dalle gerarchie patriarcali.
Secondo Yasmine Ahmed, responsabile dell’iniziativa, il modello economico è parte integrante del progetto educativo: i bambini crescono osservando un sistema produttivo non basato sul profitto individuale ma sulla cooperazione.
“I ricavi dell’agricoltura e delle attività del villaggio vengono reinvestiti interamente nella comunità”,
ha spiegato, sottolineando il supporto logistico fornito dall’Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est.
In un’area segnata da instabilità cronica, Jinwar rappresenta anche un raro esempio di continuità operativa. Nonostante le pressioni militari e le difficoltà economiche, il villaggio ha mantenuto negli ultimi anni una popolazione stabile e un livello di servizi essenziali superiore alla media rurale della regione, dove oltre il 40 per cento delle strutture educative risulta danneggiato o non pienamente funzionante secondo le stime ONU aggiornate al 2024.

La Children’s House e l’educazione come innovazione
Il passo più recente di questo percorso è l’apertura della Children’s House, annunciata nell’aprile 2025. La struttura accoglie attualmente 15 giovanissimi, in prevalenza bambine, con un solo maschio di nove anni. Non si tratta di una scuola tradizionale, ma di uno spazio educativo integrato che combina apprendimento, gioco, cura e formazione ideologica.
L’obiettivo dichiarato non è solo trasmettere competenze di base, ma formare individui capaci di pensiero critico e responsabilità collettiva.
“Vogliamo che questi bambini crescano con strumenti scientifici e valoriali diversi”,
ha spiegato ancora Yasmine,
“e che un giorno siano in grado di trasmettere ciò che hanno imparato anche fuori dal villaggio”.
Il modello educativo si ispira a una visione comunitaria dell’apprendimento, in cui le educatrici non sono semplici insegnanti ma figure di riferimento collettive. L’innovazione, in questo caso, non è tecnologica ma pedagogica e sociale, in linea con un filone sempre più studiato anche a livello internazionale, che lega educazione, resilienza e ricostruzione post-conflitto.

Un’alternativa ai modelli educativi dominanti
Jinwar si pone esplicitamente in contrasto con i modelli educativi dominanti, percepiti come funzionali a un sistema competitivo e individualista. L’idea di fondo è che l’educazione debba preparare a vivere in una società fondata su giustizia sociale, vita comunitaria e uguaglianza di genere, piuttosto che sull’accumulazione e sulla competizione. Questa impostazione trova riscontro anche in alcune analisi accademiche.
“In contesti di conflitto e crisi l’educazione non è solo un diritto fondamentale ma un elemento essenziale per la stabilità, la protezione e la costruzione di comunità resilienti. Le scuole e gli spazi di apprendimento servono non soltanto per trasmettere conoscenze, ma per dare senso di appartenenza, futuro e speranza a bambini e giovani che vivono l’incertezza”,
argomenta Sarah Dryden-Peterson, docente e ricercatrice su educazione in contesti di emergenza.
Secondo la studiosa, esperienze come Jinwar mostrano come l’educazione possa diventare una infrastruttura di pace più duratura di molti interventi istituzionali.
Anche le Nazioni Unite hanno riconosciuto negli ultimi rapporti sul nord-est siriano l’importanza di iniziative comunitarie guidate da donne, soprattutto in ambito educativo e di protezione dell’infanzia. Pur operando fuori dai circuiti formali, queste realtà contribuiscono a colmare vuoti strutturali lasciati da anni di conflitto e sanzioni.
Preparare leader per una società diversa
L’ambizione di Jinwar va oltre la tutela immediata. Il progetto guarda a un orizzonte di trasformazione generazionale. L’idea che
“oggi siamo noi i loro insegnanti, ma domani saranno loro a insegnare a noi”,
come afferma la Ahmed, ribalta la tradizionale relazione educativa e introduce una visione dinamica della leadership.
I bambini formati in questa comunità della Siria sono pensati come futuri agenti di cambiamento, destinati a uscire dal villaggio per contribuire alla costruzione di una società più democratica e inclusiva. In un territorio in cui l’età media è inferiore ai 23 anni e dove l’accesso all’istruzione resta diseguale, investire su un’educazione alternativa significa intervenire sul principale fattore di sviluppo di lungo periodo.
Non è un modello facilmente replicabile su larga scala, ma rappresenta un prototipo sociale che interroga le politiche educative tradizionali nei contesti di crisi. In un Rojava spesso raccontato solo attraverso la lente del conflitto, Jinwar introduce una narrazione diversa: quella di un’innovazione silenziosa, costruita giorno dopo giorno, che scommette sull’infanzia come vero terreno di ricostruzione del futuro.
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