Gli scienziati lanciano l’allarme: la pesca a strascico rilascia enormi quantità di CO2 e rischia di compromettere il più grande serbatoio di carbonio del pianeta

La pesca industriale è una pratica distruttiva non soltanto per la vita oceanica, ma anche per il clima: la pesca a strascico, infatti, produce una quantità di emissioni sorprendentemente alta, e minaccia seriamente la capacità dell’oceano di assorbire e immagazzinare carbonio.
In base a un nuovo studio della Scottish Association for Marine Science (SAMS), i fondali marini sono una sterminata riserva di carbonio organico, noto come “carbonio blu”: fango e limo dei mari britannici, si legge nella ricerca, immagazzinano quasi tre volte la quantità sequestrata dalle foreste del Regno Unito, e le attività umane invasive sui fondali rappresentano una minaccia esistenziale per queste millenarie riserve di carbonio.
Una scoperta che aggrava una situazione già evidenziata da uno studio statunitense dello scorso gennaio, che rivela l’enorme quantità di emissioni legata alla pesca a strascico: le operazioni distruttive sui fondali, si legge nella ricerca, emettono più CO2 dell’intera flotta mondiale di pescherecci all’opera.
Il sequestro di carbonio nei fondali marini: lo studio
Gli habitat dei fondali marini del Regno Unito potrebbero catturare fino a 13 milioni di tonnellate di carbonio organico ogni anno, quasi tre volte la quantità sequestrata dalle foreste del Regno Unito.
È quello che emerge dal Blue Carbon Mapping Project realizzato dalla Scottish Association for Marine Science (SAMS) per conto di WWF, The Wildlife Trusts e RSPB. Come si legge nel rapporto, i 10 centimetri superiori degli habitat dei fondali marini del Regno Unito contengono, da soli, 244 milioni di tonnellate di carbonio organico.
I mari intorno al Regno Unito e all’Isola di Man ricoprono quasi 885.000 chilometri quadrati, una superficie tre volte più estesa delle terre emerse britanniche. Quest’area così vasta ospita diversi habitat capaci di catturare e immagazzinare carbonio organico (il cosiddetto “carbonio blu”): sedimenti sabbiosi e fangosi del fondale marino, ma anche habitat vegetali come praterie di fanerogame, paludi salmastre e scogliere biogeniche come i letti di cozze.
Ad assorbire il carbonio, spiegano gli scienziati, è principalmente il fitoplancton, che quando muore va alla deriva sul fondo del mare e si aggiunge ai sedimenti del fondale. E come dimostra il progetto di mappatura del carbonio blu, le perturbazioni dei fondali marini causate dalle attività umane rappresentano una seria minaccia per queste riserve di carbonio.
Lo sconvolgimento dei fondali che avviene con la pesca a strascico, ma anche con gli ormeggi e l’edificazione offshore, può rilasciare enormi quantità di carbonio nell’atmosfera, minando la capacità mitigatrice di mari e oceani del mondo.
La pesca a strascico e i depositi di carbonio blu
La ricerca ha analizzato la capacità di immagazzinamento dei soli 10 centimetri superiori dei sedimenti. Come spiegano gli scienziati, però, alcuni sedimenti hanno uno spessore di centinaia di metri e contengono carbonio per millenni, quindi il carbonio totale immagazzinato sarà di gran lunga superiore.
I risultati, comunque, sono indicativi: il 98% delle riserve di carbonio blu si trova nei sedimenti marini, soprattutto in quelli fangosi. E nonostante coprano solo l’1% dei mari del Regno Unito, le saline, le praterie di fanerogame, i kelp e le alghe intertidali contengono il 3,8% del carbonio organico accumulato ogni anno.
I depositi di carbonio blu sono cruciali per le strategie di mitigazione del clima: i fondali infatti immagazzinano anche il carbonio che, dalla terraferma, finisce in mare trasportato dai corsi d’acqua. In questo senso, spiegano i ricercatori, i depositi di carbonio blu sono l’ultima possibilità di catturare il carbonio ed evitare che venga rilasciato nell’atmosfera.
Perciò il WWF, The Wildlife Trusts e la RSPB chiedono ai governi del Regno Unito di ridurre al minimo l’impatto delle attività umane sui fondali marini, a cominciare dalle Aree Marine Protette, che devono essere tutelate da attività dannose per i fondali come la pesca a strascico. Non si tratta soltanto di salvaguardare la vita marina, ma anche di tutelare le preziose riserve di carbonio blu. La salute dei fondali, insomma, non può essere posta in secondo piano.

Le spaventose emissioni della pesca a strascico
Turbare gli equilibri dei fondali marini ha un costo elevatissimo in termini di emissioni: uno studio dello scorso gennaio ha scoperto che la pesca a strascico emette fino a 370 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno, quasi il doppio delle emissioni annuali derivanti dalla combustione di combustibili per l’intera flotta mondiale di pescherecci.
Utilizzando eventi di pesca rilevati dal satellite e modelli del ciclo del carbonio, i ricercatori statunitensi hanno scoperto che il 55-60% della CO2 acquosa indotta dalla pesca a strascico viene rilasciata nell’atmosfera nell’arco di 7-9 anni, mentre la CO2 rimanente può creare condizioni più acide nel luogo in cui viene rilasciata.
Come ha spiegato la Dottoressa Trisha Atwood, tra gli autori dello studio:
“La pesca a strascico libera pennacchi di carbonio che altrimenti resterebbero sepolti per millenni nei fondali oceanici. Il nostro studio è il primo a dimostrare che oltre la metà del carbonio rilasciato dalla pesca a strascico si disperde nell’atmosfera sotto forma di anidride carbonica nell’arco di circa 10 anni, contribuendo al riscaldamento globale”.
Tra le aree in cui le emissioni di carbonio dovute alla pesca a strascico sono particolarmente elevate vi sono il Mar Cinese Orientale, il Mar Baltico, il Mare del Nord e il Mare di Groenlandia. Secondo i ricercatori, anche il Sud-Est asiatico, il Golfo del Bengala, il Mare Arabico, alcune parti dell’Europa e il Golfo del Messico potrebbero essere importanti fonti di emissioni di carbonio dovute alla pesca a strascico, ma attualmente non si dispone di dati sufficienti per affermarlo con certezza.
Pesca sostenibile: l’acquacoltura può essere la soluzione?
Gli scienziati chiedono da tempo di ridurre al minimo gli impatti della pesca sulla vita marina e sul clima, cosa che dovrebbe passare anche per il sostegno a una transizione delle industrie della pesca verso pratiche che non danneggino i fondali marini.
L’acquacoltura, però, potrebbe non essere una soluzione così sostenibile: anche se non fa uso di strumenti dannosi come le lime in piombo che distruggono i fondali marini, l’allevamento di pesci consuma a sua volta grandi quantità di pesce selvatico. I pesci d’allevamento, infatti, sono nutriti con quelli pescati in mare.
Secondo una stima di Fishcount, circa il 23% del pescato globale viene trasformato in farina e olio di pesce che serve proprio ad alimentare i pesci d’acquacoltura: il 70% dei pesci di allevamento, si legge nella ricerca, viene alimentato con farine ricavate da pesci selvatici pescati in mare aperto, spesso servendosi degli stessi strumenti che rendono la pesca industriale una pratica insostenibile.
Sul lungo periodo, quindi, l’acquacoltura dovrà trovare nuove soluzioni e rispolverare antichi saperi, se vuole davvero porsi come un’alternativa sostenibile alla pesca industriale. Oltre a rendere più efficiente il processo di produzione dei mangimi (e magari trovarne di nuovi), si potrebbe lavorare sull’acquacoltura estensiva, che grazie alle maggiori superfici permette di sfruttare i nutrienti già presenti in mare.
Una soluzione ancora più promettente deriva dall’antichissima pratica dell’acquacoltura multitrofica, utilizzata in Cina più di seimila anni fa, che consiste nell’allevare contemporaneamente specie erbivore e carnivore, ma anche molluschi e alghe – in modo da mantenere una popolazione di pesci stabile e autosussistente, da cui prelevare con moderazione gli esemplari destinati all’alimentazione umana.
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