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Protezione digitale del patrimonio: la Namibia si reinventa così

Le tecnologie trasformano la tutela dei siti UNESCO in Africa: dal GIS per il monitoraggio a storytelling immersivi, per salvare identità e paesaggi

Namibia: workshop e attività sul campo uniscono esperti, studenti e comunità locali per proteggere il patrimonio mondiale, integrando droni, fotogrammetria, GIS e realtà virtuale per monitorare e valorizzare siti storici e naturali
Un drone in volo sopra i partecipanti a Twyfelfontein cattura immagini aeree ad alta risoluzione per mappature 3D e monitoraggi del sito, fornendo dati utili per la gestione del patrimonio e integrando il lavoro degli esperti con strumenti avanzati di osservazione e documentazione sul campo
(Foto: UNESCO Windhoek Office)

All’inizio di giugno 2025, Windhoek e Twyfelfontein, due importanti località della Namibia, sono diventati i centri nevralgici di un evento destinato a lasciare il segno: il workshop “Digital Technologies to Empower World Heritage in Africa”. Per tre giorni, oltre cinquanta esperti di patrimonio culturale, tecnologi, rappresentanti istituzionali e studenti hanno condiviso esperienze e competenze, affrontando un tema cruciale: come le innovazioni digitali possano salvaguardare e valorizzare il patrimonio africano.

L’iniziativa, organizzata dall’Ufficio UNESCO della capitale in collaborazione con il Ministero namibiano dell’Educazione, Innovazione, Gioventù, Sport, Arti e Cultura e con il National Heritage Council, ha anche beneficiato del sostegno del Governo belga delle Fiandre. L’obiettivo è duplice: fornire strumenti concreti ai custodi del patrimonio e creare reti di cooperazione regionale che possano resistere alle sfide del futuro.

Tra le tecnologie protagoniste figurano droni per rilievi aerei, sistemi di fotogrammetria e mappatura 3D, telecamere con trappole fotografiche per monitoraggi faunistici, piattaforme di intelligenza artificiale per l’analisi predittiva dei rischi, fino a soluzioni immersive di realtà virtuale e aumentata per reinterpretare i siti e renderli accessibili anche a distanza.

Quando la tecnologia diventa custode della memoria

Il cuore del dibattito si è concentrato su una domanda: come trasformare strumenti tecnologici in veri alleati del patrimonio? Eunice Smith, rappresentante UNESCO in Namibia, lo ha spiegato con chiarezza:

“Questa tecnologia ci offre un’opportunità rara di vedere le minacce al patrimonio prima che diventino irreversibili. Ma più di questo, connette le comunità e le rende protagoniste della tutela dei luoghi che definiscono identità e memoria collettiva”.

Non si tratta soltanto di prevenire danni dovuti a erosione, urbanizzazione o conflitti, ma di attivare processi partecipativi in cui la comunità locale diventa parte integrante della strategia di gestione. In quest’ottica, il National Heritage Council della Namibia, guidato da Erica Ndalikokule, ha avviato progetti pilota di storytelling immersivo, come i tour VR del sito rupestre di Twyfelfontein, Patrimonio Mondiale UNESCO dal 2007, che ospita oltre 2.500 incisioni risalenti a più di 6.000 anni fa.

Il digitale come base per cooperazione e sviluppo locale

Il workshop ha anche messo in luce l’importanza della cooperazione istituzionale e del sostegno internazionale. Nicolas Vandeviver, vice rappresentante generale delle Fiandre nell’Africa australe, ha sottolineato che

“la forza dell’innovazione digitale non risiede solo nelle capacità tecniche, ma nel connettere persone e luoghi oltre i confini, creando fiducia e soluzioni a lungo termine”.

Manfred Gaeb, Direttore per il Patrimonio e i Programmi culturali del Ministero namibiano, ha rimarcato il valore strategico di formare competenze locali:

“È un investimento nelle capacità del nostro popolo, per garantire che le nostre storie non siano soltanto conservate, ma raccontate con la nostra voce”.

La formazione fornita in questi incontri crea un capitale umano pronto a utilizzare e adattare strumenti digitali, anche in contesti remoti o con limitata connettività.

Piattaforme inedite aprono mappe virtuali per i siti UNESCO

Al centro della parte tecnica del workshop c’è il World Heritage Online Map Platform (WHOMP), un sistema GIS che georeferenzia con precisione i confini dei siti e delle relative buffer zone, integrandoli con informazioni aggiornate. Gli utenti possono eseguire misurazioni, aggiungere annotazioni, importare o esportare shapefile e generare mappe personalizzate.

A partire da luglio 2025, la piattaforma include dataset statici e quasi in tempo reale provenienti da satelliti, modelli climatici e sensori sul campo, oltre a un sistema di allerta automatica per eventi naturali che potrebbero minacciare i siti. Questo strumento diventa così non soltanto un archivio cartografico, ma un centro di comando virtuale per la gestione del patrimonio.

La visione di WHOMP non si limita al continente africano: il progetto prevede l’estensione a tutti i siti UNESCO del mondo, seguendo un approccio “open data” che favorisca trasparenza e collaborazione globale.

Namibia: dalla capitale Windhoek a Twyfelfontein, esperienze e tecnologie si intrecciano per preservare incisioni rupestri millenarie e paesaggi unici, integrando il sapere tradizionale con soluzioni digitali avanzate per il futuro
Foto di gruppo davanti agli uffici UNESCO di Windhoek per tutti i partecipanti al workshop, a chiusura di tre giorni di attività che hanno unito formazione, sperimentazione tecnologica, cooperazione internazionale e scambio di esperienze per proteggere e valorizzare il patrimonio africano
(Foto: UNESCO Windhoek Office)

Archivi storici informatici: memoria protetta e condivisa

Parallelamente al workshop, il 4 giugno 2025 il National Archives of Namibia ha ricevuto dall’UNESCO attrezzature avanzate (come scanner ad alta risoluzione, server di archiviazione, computer di ultima generazione) nell’ambito del programma “Memory of the World”.

Questo intervento permetterà di digitalizzare documenti fondamentali per la storia del Paese, come i registri delle comunità Herero e Nama, i fascicoli amministrativi del periodo post-indipendenza e le mappe originali dei territori protetti.

Il processo di digitalizzazione non soltanto riduce il rischio di perdita fisica dei documenti, ma ne amplia la fruibilità, aprendo l’accesso a ricercatori, scuole e comunità locali.

Un patrimonio ibrido: virtuale e reale, partecipativo e sostenibile

L’esperienza namibiana evidenzia come il concetto di patrimonio culturale si stia evolvendo verso una dimensione “ibrida”, in cui la conservazione fisica convive con la narrazione digitale. Gli strumenti tecnologici permettono di documentare e trasmettere il patrimonio in modi nuovi, senza sostituire l’esperienza diretta, ma arricchendola.

Questo approccio è fondamentale in un continente dove 17 siti su 39 nella Lista del Patrimonio Mondiale in pericolo si trovano nell’Africa sub-sahariana. Il cambiamento climatico, le pressioni urbanistiche e i conflitti richiedono strategie resilienti, e l’integrazione di competenze locali con tecnologie globali è una delle risposte più promettenti.

Ambizioni globali: dall’Africa al mondo, tecnologie e cultura

Le lezioni apprese in Namibia hanno un valore che va oltre i confini africani. Il modello di workshop itineranti, uniti a piattaforme aperte e interoperabili come WHOMP, acronimo di World Heritage Online Map Platform, può essere replicato in altre regioni dove il patrimonio è a rischio. Per l’UNESCO, questo significa rafforzare l’obiettivo di considerare la cultura come pilastro dello sviluppo sostenibile, in linea con il Patto per il Futuro delle Nazioni Unite.

La sfida per il prossimo decennio sarà mantenere viva questa sinergia tra tecnologia e comunità, evitando che l’innovazione resti confinata a progetti pilota. Serviranno investimenti stabili, politiche inclusive e una governance condivisa del patrimonio.

Nel cuore dell’Africa, il digitale non è più un semplice strumento: è un custode attivo della memoria, un ponte tra passato e futuro, un fattore di sviluppo e coesione sociale.

La Namibia, già colonia tedesca fino alla Prima Guerra Mondiale con il nome di Africa del Sud Ovest, e i suoi partner internazionali hanno dimostrato che la protezione del patrimonio può essere al tempo stesso tecnologica, partecipativa e profondamente umana. Un modello che potrebbe realmente ispirare il resto del mondo.

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Partecipanti in abiti tradizionali posano davanti alla sede UNESCO di Windhoek, rafforzando il legame tra identità culturale e nuove tecnologie, con un’immagine che diventa simbolo dell’incontro tra memoria storica, innovazione e collaborazione per proteggere i siti patrimonio dell’umanità
(Foto: Joseph Iilonga/ UNESCO Windhoek Office)

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