La politica non riesce a sciogliere il nodo che essa stessa ha creato, danneggiando un settore cruciale per la sanità e l’economia italiane

Torniamo ancora una volta sul tema del Payback per il biomedicale italiano, in collaborazione con la redazione di Biomednews.it, per prendere atto dell’incapacità del Governo di affrontare in modo risolutivo un problema che la politica stessa ha creato, a danno di un settore strategico per la salute dei cittadini.
Un meccanismo molto controverso
Introdotto nel 2015, il “meccanismo del payback” prevede che le aziende fornitrici di dispositivi medici contribuiscano al ripiano degli eventuali sforamenti del tetto di spesa della sanità pubblica regionale. Ma sebbene la norma sia in vigore da anni, la sua applicazione è rimasta sospesa fino al 2022, quando sono stati finalmente certificati gli scostamenti e avviate le richieste di pagamento alle aziende.
Le percentuali di ripiano – 40 per cento per il 2015, 45 per cento per il 2016 e 50 per cento dal 2017 – sono scattate in maniera retroattiva, su fatturati generati anni prima in base a gare pubbliche i cui esiti, quantitativi e prezzi erano determinati dalle stazioni appaltanti, e con bilanci chiusi da parecchio tempo. Una incomprensibile assurdità.
Ovviamente il provvedimento provocò centinaia di vertenze legali, che adesso le associazioni delle imprese e il Governo vorrebbero risolvere. Intanto, sono passati quasi tre anni e l’incertezza ha provocato un pericoloso rallentamento degli investimenti per l’innovazione. Il comparto dei dispositivi medici – strategico per la salute dei cittadini e la tenuta del Servizio Sanitario Nazionale in Italia – si trova oggi stretto tra regole che ne comprimono la sostenibilità e l’assenza di una visione di lungo termine.
Sull’importanza di mettere sempre “il paziente al centro” dell’attenzione delle politiche industriali per il settore biomedicale ci siamo già occupati con il nostro articolo del 3 maggio 2024, ed il ruolo che possono interpretare le piccole aziende nella gestione delle innovazioni è importantissimo. Sono solitamente più flessibili delle grandi e, quindi, sono in genere in grado di dare esecuzioni ai progetti innovativi in minor tempo.
Colpirle con provvedimenti come il Payback è assurdo e controproducente.
Soluzioni possibili e doccia fredda
Uno spiraglio di ragionevolezza sembrava fosse stato raggiunto alcune settimane fa, con il “tavolo tecnico” organizzato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze a Roma, che aveva individuato una soglia di esenzione tra 5 e 10 milioni di fatturato, oltre che una rateizzazione pluriennale per tutti gli altri.
Bene, sembrava fatta. Ma poi che cos’è successo? Qualche settimana di silenzio, dopodiché sulla stampa sono uscite anticipazioni del testo del nuovo Decreto sul Payback, nel quale di franchigie e rateizzazioni non c’è traccia. E le piccole imprese? Che paghino anche loro, come le grandi.
Ma allora a che cosa servono i “tavoli tecnici”, se poi le ipotesi di accordo che vengono raggiunte non hanno seguito?
Il decreto del MEF in uscita prevede infatti soltanto uno sconto del 75 per cento sulla richiesta delle Regioni, per tutte le imprese che pagheranno il 25 per cento entro 30 giorni dall’entrata in vigore dalla norma.
Le cosiddette misure “fondamentali”
L’articolo pubblicato sabato 21 giugno dal più importante quotidiano economico italiano, “il Sole 24 ORE”, riporta alcune dichiarazioni delle associazioni di categoria che
“prendono atto del segnale di apertura del Governo”,
e rinviano all’esame parlamentare in sede di conversione il recupero di misure, a sentir loro,
“fondamentali, come la franchigia e la dilazione dei pagamenti”.
Ma se si tratta di un Decreto Ministeriale non ci sarà nessuna conversione in Legge e, quindi, nessun esame parlamentare, mentre se invece lo strumento legislativo utilizzato dal Governo dovesse essere il Decreto-Legge il relativo termine di conversione in Legge (60 giorni) scadrà comunque dopo il termine di pagamento (30 giorni).
Sinceramente, a leggere tali dichiarazioni, sembra evidente un certo stato confusionale, forse teso a dissimulare il fatto che le misure “fondamentali” discusse attorno al famoso “tavolo tecnico” in realtà sono perse.
Rispetto alle anticipazioni che erano circolate sull’esito delle discussioni attorno al “tavolo tecnico” ci guadagnano le aziende più grandi a scapito di quelle piccole, che tutti dicono di apprezzare, ma che evidentemente nella realtà contano poco.
Risultato finale: pagheranno anche loro il 25 per cento, senza la fondamentale “franchigia”.
Ma intanto il tavolo è ancora lì…
Detto questo, per gli anni dal 2015 al 2017 la triste vicenda probabilmente si chiuderà, ma per quelli successivi?
Nessuna notizia, ma il Direttore Generale di Confindustria Dispositivi Medici ha già proposto di mantenere attivo il “tavolo tecnico” presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Visti i precedenti, auguri di cuore alle piccole imprese!
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