Barriere coralline più estese del previsto e 30 possibili nuove specie: la prima spedizione high-tech in acque profonde uruguaiane rivela una vita sorprendente

Quando hanno programmato la storica spedizione del settembre 2025, i ricercatori che si sono imbarcati sulla Falkor (too) dello Schmidt Ocean Institute non credevano di osservare una tale ricchezza di vita nelle profondità inesplorate dell’Uruguay.
Specie mai viste prima, formazioni coralline che si estendono per centinaia di metri, lumache tropicali che nessuno si aspetta di vedere alle temperature di questa regione dell’Atlantico: è la prima volta che campioni e filmati dalle comunità bentoniche al largo della costa uruguaiana emergono dal mare, e quello che ci mostrano è assolutamente sorprendente.
Alla scoperta delle profondità marine dell’Uruguay
Il Río de la Plata è il secondo bacino idrografico più grande del Sud America: formato dai fiumi Uruguay e Paraná, al confine tra Argentina e Uruguay, questo estuario viene considerato un fiume soltanto in virtù del fatto che trasporta acqua dolce. Il suo aspetto, infatti, è quello di un golfo che guarda all’Oceano Atlantico meridionale. E dove l’acqua dolce del Rio del Plata incontra la confluenza della Corrente del Brasile, calda e molto salata, con quella delle Malvinas, fredda e ricca di nutrienti, si creano condizioni oceanografiche peculiari, che favoriscono lo sviluppo di un’immensa biodiversità in un’area relativamente piccola.
Qui vivono 35 specie di balene e delfini, 63 specie tra squali e razze e le più grandi colonie riproduttive di leoni marini e otarie orsine del continente. Eppure, fino a oggi, i ricercatori hanno potuto soltanto ipotizzare cosa si nascondesse nelle profondità delle acque uruguayane.
Lo scorso settembre, però, la spedizione guidata dal Dott. Alvar Carranza dell’Università della Repubblica dell’Uruguay, si è spinta fino alla scarpata della piattaforma continentale, un ripido pendio che degrada verso il fondale oceanico profondo, e ha per la prima volta osservato le comunità bentoniche nelle acque profonde al largo della costa uruguaiana.
Gli scienziati si aspettavano di trovare un’estesa barriera corallina, sorgenti fredde e comunità chemiosintetiche. Quello che hanno scoperto, però ha decisamente superato le loro aspettative.

Nuove specie e una barriera corallina più ricca del previsto
Durante la storica spedizione, il team internazionale guidato da Carranza ha scoperto che le barriere coralline di profondità al largo delle coste uruguaiane sono rigogliose, e confermato che sono costituite principalmente da Desmophyllum pertusum, un corallo a crescita lenta recentemente classificato come specie vulnerabile. Hanno trovato reef più grandi e popolati del previsto: uno dei complessi più estesi tra quelli osservati copre un’area di 1,3 chilometri quadrati, più di 180 campi da calcio:
“Ci aspettiamo sempre di trovare l’inaspettato, ma la diversità e la complessità di ciò che abbiamo trovato hanno superato tutte le nostre aspettative”,
ha affermato Carranza, che partecipò anche all’indagine che, nel 2010, rivelò l’esistenza di queste formazioni.
Utilizzando il ROV SuBastian dello Schmidt Ocean Institute, a bordo della nave da ricerca Falkor (too), il team ha osservato specie tipiche delle acque temperate e specie subtropicali: lumache marine, cernie e diversi squali.
Il team ha scoperto almeno 30 possibili nuove specie e documentato centinaia di specie mai viste prima nelle acque uruguaiane, come i calamari di vetro, il polpo Dumbo e il pesce tripode.
In un’altra località hanno osservato vermi della specie Lamellibrachia victori che vivono su sorgenti fredde (aree in cui sostanze chimiche come il metano vengono emesse dal fondale marino) crescere sui rilievi della barriera corallina. Queste due comunità, spiegano i ricercatori, sopravvivono con fonti energetiche diverse: i coralli di profondità si affidano al cibo microscopico proveniente dalla colonna d’acqua, mentre i vermi si nutrono dell’energia chimica proveniente dal fondale marino.
Il team ha anche osservato una lumaca di mare della famiglia delle Ovulidae che si nutriva di corallo molle gorgonia, un’immagine comune nelle aree tropicali dell’oceano: come ha spiegato Carranza, trovarle a queste temperature è stato come trovare una giraffa in Antartide.

Storia e futuro: dai relitti della guerra al ripristino degli ecosistemi
I ricercatori impegnati nella centesima spedizione dello Schmidt Ocean Institute sono stati anche i primi ad esplorare il relitto del ROU Uruguay, un cacciatorpediniere classe Cannon che servì come USS Baron durante la Seconda Guerra Mondiale. Gli Stati Uniti lo trasferirono all’Uruguay nel 1952, che lo utilizzò per diversi decenni come nave da pattugliamento e scuola, fino al suo affondamento nel 1995 per un’esercitazione navale.
Il team scientifico ha trascorso un’intera giornata a studiare il relitto, che ora funge da habitat di barriera corallina, raccogliendo dati utili a comprendere meglio come il relitto sia cambiato nel tempo e a valutare la presenza di eventuali contaminanti.
Il compito più importante della spedizione, però, era quello di rivelare la vita bentonica di una regione oceanica che non avevamo mai avuto l’opportunità di vedere, raccogliendo dati fondamentali per la gestione delle risorse marine dell’Uruguay:
“In soli trent’anni abbiamo visto formarsi un bellissimo reef, sano e rigoglioso: è un messaggio per tutti noi. Se lasciamo all’oceano il tempo di riprendersi, si riprenderà. Se gli diamo la possibilità di crescere e prosperare, la vita lo farà”,
conclude Carranza.
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