Nuovi pesci e una ricchissima comunità di funghi: l’arcipelago nel cuore dell’Oceano Atlantico che affascinò Darwin non smette di stupire

L’Arcipelago di San Pietro e San Paolo è costituito da 15 isolotti che sembrano deserti: la loro roccia quasi completamente priva di vegetazione, che espone circa un ettaro e mezzo di mantello abissale, ospita giusto un faro e una stazione di ricerca, oltre alle centinaia di uccelli e ai numerosi granchi che popolano queste aride terre sperdute nell’Atlantico equatoriale.
L’isolamento, insieme alle caratteristiche geologiche uniche e alle particolari condizioni climatiche della zona, ha incoraggiato l’evoluzione di una biodiversità ricca e molto specializzata, sia in superficie sia nelle acque che circondano l’arcipelago. Una biodiversità che non si limita agli animali marini e che potrebbe fornire importanti indizi sulle strategie di adattamento ad ambienti estremi come quelli caratterizzati dalla scarsità di nutrienti e da un’altissima salinità.
Arcipelago di San Pietro e San Paolo: un luogo unico al mondo
La mattina del 16 febbraio 1832, Charles Darwin approdò su una delle rocce che formano il remoto arcipelago di San Pietro e San Paolo e notò subito una cosa: queste piccole isole sperdute in mezzo all’Oceano Atlantico erano diverse da tutte le altre che aveva visitato. Non c’era una singola pianta, gli uccelli erano “docili e stupidi” e le rocce nere erano di un tipo mai visto prima nelle isole oceaniche, che Darwin aveva osservato essere “composte di corallo o materia eruttata”.
Questi isolotti non erano di origine vulcanica, ma dovevano essersi formati in seguito a un sollevamento geologico. Darwin aveva ragione: l’arcipelago brasiliano è l’unico luogo nell’Oceano Atlantico in cui il mantello abissale è esposto sopra il livello del mare: le terre emerse, qui, sono la cima di un’imponente dorsale lunga oltre 90 chilometri e alta 4000 metri.
Le isole che affascinarono Darwin sono un ambiente estremo, isolato e dalle caratteristiche geologiche uniche. Perciò da qualche anno gli scienziati di tutto il mondo hanno preso a studiare più da vicino la vita dell’arcipelago. Non si tratta soltanto di individuare le giuste strategie per la conservazione della biodiversità, ma anche di raccogliere importanti indizi sull’origine della vita e sulle strategie di adattamento di microrganismi e grandi animali marini agli ambienti estremi come quello dell’arcipelago, caratterizzato da aridità, salinità molto elevata, intensa radiazione UV e scarsità di nutrienti.

La biodiversità ittica dell’arcipelago nel cuore dell’Atlantico
Le prime valutazioni sulla biodiversità ittica dell’Arcipelago di San Pietro e San Paolo videro la luce nel 1873, appena quarant’anni dopo la visita di Darwin. La prima spedizione, quella dell’H.M.S. Challenger, raccolse sette specie di pesci. La prima lista completa delle specie ittiche presenti, però, fu pubblicata soltanto un secolo dopo, nel 1981, anno in cui furono registrate 50 specie.
La svolta arrivò nel 1998, quando la Marina Brasiliana istituì una stazione scientifica sugli isolotti: a partire da allora, il numero di specie riconosciute nelle acque dell’Arcipelago di San Pietro e San Paolo ha preso a crescere rapidamente. Nel 2003 erano 75. Pochi anni dopo erano già 116. Nel 2020, uno studio di riferimento pubblicato sulla rivista Journal of Fish Biology arrivò a contare 225 specie di pesci, di cui 10 endemiche, rivelando il terzo più alto livello di endemismo del mondo.
Tra le 225 specie indicate da Pinheiro e colleghi 112 sono pelagiche, 86 sono pesci di barriera corallina di superficie e 27 di barriera corallina profonda. L’isolamento dell’Arcipelago, si legge nella ricerca, ha generato l’evoluzione di una biodiversità ittica unica, con una grande varietà di morfologie, colori e linee genetiche divergenti. Le acque dell’arcipelago, inoltre, ospitano almeno 29 specie classificate come in pericolo, tra cui squalo balena (Rhincodon typus) e il diavolo di mare (Mobula mobular), in pericolo d’estinzione, e lo Squalo martello smerlato (Sphyrna lewini), in pericolo critico d’estinzione.
Uno studio del 2022, grazie al DNA barcoding, ha rivelato altre quattro specie presenti nelle acque dell’Arcipelago di San Pietro e San Paolo: due specie di pesci volanti (Cheilopogon atrisignis e Cheilopogon nigricans), la remora dei cetacei (Remora australis) e un piccolo pesce della famiglia delle acciughe (Thryssa chefuensis).

Arcipelago di San Pietro e San Paolo: il problema della conservazione
Poiché l’arcipelago ospita specie chiave di coralli, crostacei, molluschi, pesci, cetacei e uccelli marini, gode di un certo tipo di protezione. Nel 1986 il Ministero dell’Ambiente brasiliano ha deciso di designare l’area come parte del Fernando de Noronha Environmental Protection Area. Più di recente, nel 2018, il governo ha istituito un’Area Marina Protetta più estesa a tutela delle acque che circondano l’arcipelago, mentre nel 2019 la zona è stata designata come Important Marine Mammal Area (IMMA).
Per via dell’influenza delle correnti di risalita locali, le acque dell’arcipelago sono una delle poche aree produttive di acque profonde dell’Atlantico equatoriale. Secondo la Marine Mammals Protected Areas Task Force, queste acque ospitano una popolazione molto piccola (circa 25 individui) di tursiopi (Tursiops truncatus) distinta da qualsiasi altra popolazione nota della stessa specie.
La stragrande maggioranza delle nuove aree protette, però, è classificata come “ad uso sostenibile”, consente cioè un certo tipo di pesca, aprendo di fatto la strada allo sfruttamento (non sempre sostenibile) degli stock ittici. Come si legge nella ricerca di Pinheiro e colleghi,
“Le nuove aree marine protette create dal governo brasiliano non garantiscono la protezione e il recupero della biodiversità dell’Arcipelago di San Pietro e San Paolo, poiché consentono lo sfruttamento delle specie più vulnerabili intorno all’arcipelago stesso”.
Lo studio, quindi, già nel 2020, suggeriva di vietare lo sfruttamento dei pesci di barriera all’interno di un’area di almeno 1000 metri intorno alle isole, garantendo così protezione totale alle specie endemiche note, tutte associate alla barriera corallina.
Oltre i pesci: la ricchissima biodiversità dei funghi dell’arcipelago
L’ultima scoperta sulla biodiversità delle 15 isole che costituiscono l’arcipelago non riguarda i pesci, ma i funghi. Lo scorso maggio, la rivista Brazilian Journal of Microbiology ha pubblicato uno studio sulle comunità fungine che popolano i suoli ornitogenici delle isole, quelli cioè costituiti da guano, piume, gusci d’uovo e resti di uccelli.
I ricercatori hanno scoperto che questi suoli ricchi di nutrienti ospitano una straordinaria varietà di funghi: il DNA metabarcoding ha rivelato oltre 200 profili. Il phylum dominante è quello degli Ascomycota, seguito da Basidio-mycota, Blastocladiomycota e Mortierellomycota. Le specie più diffuse, invece ,sono quelle appartenenti ai generi Cladosporium, Penicillium e Aspergillus. La presenza dell’Hortaea werneckii, noto per la sua elevata resistenza alle condizioni poliestreme, mostra che la regione potrebbe rappresentare una potenziale fonte di funghi estremofili.
Uno studio ancora più esteso, che ha utilizzato il metabarcoding su 30 campioni di suolo, acqua e materia organica di vario tipo, tra cui il guano e le carcasse di pesci e uccelli, è stato pubblicato il mese scorso sulla rivista Fungal Ecology. I ricercatori hanno identificato 204 funghi. La maggior parte, si legge, appartiene al gruppo degli Ascomycota (90,7%), con Aspergillus (14,7%), Candida (13,7%) e Hortaea (13,2%) come generi dominanti. 45 dei funghi isolati, spiegano i ricercatori, potrebbero essere nuove specie:
“La complessa interazione tra isolamento geografico e fattori ambientali contribuisce alla ricca e specializzata biodiversità di queste isole, evidenziando l’importanza della conservazione della biodiversità e la necessità di documentare questi ecosistemi prima che vengano alterati da fattori di stress ambientale”,
si legge nello studio.
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