Tecnologie satellitari e governance partecipata al servizio della più grande riserva marina (a sovranità britannica) dell’Atlantico meridionale

(Foto: Brian Gratwicke/Creative Commons)
Nel novembre del 2020, Tristan da Cunha, minuscolo arcipelago britannico nel cuore dell’Atlantico meridionale, ha compiuto un gesto che ha fatto il giro del mondo: ha istituito una Zona di Protezione Marina (MPZ) estesa per ben 687.000 chilometri quadrati, rendendola la più vasta dell’intero Oceano Atlantico.
Ma già qualche mese prima, nell’aprile dello stesso anno, il Governo locale aveva tracciato i confini di due aree marine di esclusione volontaria, denominate “Areas to Be Avoided” (ATBA), invitando tutte le navi di stazza superiore alle 400 tonnellate a evitare un raggio di 25 miglia nautiche intorno alle isole.
Non si tratta di semplice ambientalismo. Dietro queste decisioni c’è una memoria ancora viva: quella del naufragio della MS Oliva, avvenuto nel 2011, quando una nave da carico si incagliò nei pressi di Nightingale Island, riversando in mare 1.500 tonnellate di carburante e oltre 65.000 tonnellate di soia.
Il danno ambientale fu devastante per la biodiversità locale, in particolare per la popolazione di pinguini dal ciuffo giallo e altre specie endemiche. Quel disastro costituì un punto di svolta per la piccola comunità di circa 250 abitanti, che decise di non voler più essere spettatrice inerme di simili eventi.
Ma istituire un’area protetta in uno degli angoli più remoti del pianeta è soltanto il primo passo. Il vero nodo è: come sorvegliarla efficacemente? La risposta, sorprendentemente, arriva dalla tecnologia e dalla collaborazione internazionale.
È distante 2810 chilometri da Città del Capo, risultando raggiungibile con un viaggio in barca della durata di cinque-sei giorni per l’assenza di porti e aeroporti, ed è situata 2.172 km a sud di Sant’Elena, dalla quale amministrativamente dipende: Tristan da Cunha, che dà il nome all’arcipelago che comprende anche l’isola Inaccessibile, le Isole Nightingale e l’isola Gough, è considerata uno degli insediamenti umani più remoti al mondo a causa della distanza dai continenti e della mancanza di scali.

Tecnologia robotica e satelliti: i guardiani silenziosi del mare
Per monitorare costantemente le ATBA, Tristan da Cunha si affida al supporto del Blue Belt Programme, un’iniziativa del Governo della Gran Bretagna pensata per aiutare i territori d’oltremare nella protezione delle loro acque. Il programma ha messo a disposizione dell’arcipelago una combinazione di strumenti di sorveglianza altamente tecnologici, capaci di operare anche in assenza di personale sul campo.
Il primo pilastro della sorveglianza è il sistema AIS (Automatic Identification System), utilizzato da tutte le navi di una certa stazza per segnalare la propria posizione, rotta e velocità a radar terrestri e satellitari. Questo sistema, nato per evitare collisioni in mare, si è rivelato preziosissimo anche per tracciare il traffico marittimo in prossimità delle isole.
Secondo i dati ufficiali, tra l’aprile 2020 e il marzo 2021, sono stati identificati 109 transiti attraverso le ATBA. Sette di queste imbarcazioni si sono avvicinate a meno di dieci miglia nautiche dalle isole, classificandosi come alto rischio. In un caso, una nave da pesca si stava dirigendo a tutta velocità verso Nightingale Island, ma ha fortunatamente cambiato rotta a nove miglia dalla costa.
Il limite delle AIS: possono essere spente deliberatamente
Tuttavia, l’AIS ha un limite: può essere spento deliberatamente, dando luogo al fenomeno delle cosiddette “dark vessels”. Per intercettare queste imbarcazioni invisibili, il Blue Belt sta testando l’utilizzo del satellite NovaSAR-1, lanciato nel 2018. Questo sistema sfrutta la tecnologia radar SAR (Synthetic Aperture Radar), capace di fornire immagini ad alta risoluzione anche di notte o in condizioni meteorologiche avverse.
A completare il quadro di sorveglianza, il programma utilizza anche il sensore VIIRS (Visible Infrared Imaging Radiometer Suite), che rileva le imbarcazioni illuminate durante la notte grazie alla lettura dei segnali nella banda infrarossa.
Tutti i dati vengono centralizzati nel Blue Belt Shared Intelligence Hub, un centro di condivisione delle informazioni accessibile ai vari territori e gestito con l’appoggio del CEFAS (Centre for Environment, Fisheries and Aquaculture Science) e della Marine Management Organisation del Regno Unito. Il sistema incrocia i dati da fonti multiple, consentendo di tracciare e analizzare il comportamento delle navi in tempo quasi reale.

Governance, consapevolezza e cooperazione internazionale
Nonostante le ATBA siano attualmente volontarie, il Governo di Edimburgo dei Sette Mari ha sviluppato una strategia basata sulla cooperazione e sulla comunicazione. Una parte fondamentale del programma consiste nell’informare tempestivamente i cosiddetti “flag state”, ovvero i Paesi sotto la cui bandiera navigano le navi in questione. Quando viene individuata una violazione, le istituzioni di Tristan da Cunha inviano una notifica accompagnata da materiale informativo che spiega le ragioni ecologiche e legali per rispettare le ATBA.
La strategia punta anche a coinvolgere attivamente le industrie interessate (ad esempio, quelle legate alla soia in Sud America o la pesca industriale nell’Atlantico meridionale) per spiegare come il rispetto delle aree protette non sia soltanto una questione etica, ma anche economica. I danni causati da eventuali naufragi o incidenti, come dimostrato nel caso della MS Oliva, comportano ingenti risarcimenti e costi per le compagnie e per i loro assicuratori.
James Glass, Chief Islander di Tristan da Cunha e attivo promotore delle politiche ambientali, ha dichiarato recentemente:
“Se una piccola comunità come la nostra può proteggere un’area marina così vasta, allora anche gli altri possono farlo. Stiamo cercando di dare l’esempio, non soltanto di reagire alle emergenze”.
Un modello globale made-in-Britain di sorveglianza marina
I risultati non si sono fatti attendere. Tristan da Cunha ha ricevuto nel 2024 il prestigioso Blue Park Award, riconoscimento internazionale assegnato dal Marine Conservation Institute alle aree marine protette più efficaci al mondo. Il premio ha evidenziato non soltanto la vastità e l’importanza dell’ecosistema tutelato, ma anche l’efficacia del modello di gestione integrato: tecnologia, comunità locale, e governance internazionale.
Il successo dell’arcipelago ha ispirato altre realtà nel sistema dei territori britannici d’oltremare. Sant’Elena, l’isola di Ascensione, Pitcairn e la Georgia del Sud hanno iniziato a replicare la combinazione vincente di sorveglianza satellitare, droni, intelligenza artificiale e capacità di risposta remota.
Proprio l’uso di droni marini autonomi è in fase di sperimentazione avanzata in altri territori: veicoli che pattugliano vaste aree oceaniche raccogliendo dati ambientali, informazioni sulla pesca illegale e sulla presenza di microplastiche.
Anche la formazione locale è stata potenziata: la University of Portsmouth, in collaborazione con il Blue Belt Programme, ha avviato corsi per rafforzare la capacità gestionale delle istituzioni locali, in particolare per l’uso sostenibile delle risorse blu e la pianificazione finanziaria a lungo termine delle “Areas to Be Avoided”.

Quando è la periferia del mondo a dettare la nostra rotta
Tristan da Cunha è oggi un simbolo globale di ciò che può realizzare una piccola comunità, se dotata degli strumenti giusti e della volontà politica. La combinazione di sorveglianza tecnologica, informazione mirata e coinvolgimento dei soggetti economici e istituzionali rappresenta una best practice di riferimento per altri stati insulari e territori remoti del pianeta.
Edimburgo dei Sette Mari non ci ha fornito esclusivamente un esempio di conservazione. È stata la dimostrazione di come anche le zone più periferiche del mondo possono dettare la rotta verso un futuro più responsabile e sostenibile per gli oceani.

Un divertente video semiufficiale sulla felicità degli abitanti di Tristan da Cunha
Ecco tre approfondimenti che potrebbero interessarti:
Sant’Elena e la sua rinascita verde nel cuore dell’Atlantico
L’iceberg più grande del mondo si è fermato in Georgia del Sud
Bouvet, la remota isola che ospita un’estensione Web trascurata

(Foto: Brian Gratwicke/Creative Commons)








