Dopo quasi quarant’anni alla deriva nell’Oceano Antartico, l’iceberg A23a si è incagliato al largo di una piccola isola popolata di foche e pinguini

Alla fine, l’iceberg A23a si è fermato. L’enorme blocco di ghiaccio, due volte più esteso della Grande Londra, si è arenato a circa 90 chilometri dall’isola sub-antartica della Georgia del Sud. L’iceberg aveva ripreso il suo lungo viaggio nel dicembre dello scorso anno dopo essersi liberato dalle correnti oceaniche che l’avevano costretto a ruotare sul posto per mesi.
Gli scienziati temevano che il mega-iceberg da un trilione di tonnellate sarebbe arrivato a toccare la piccola isola dell’Oceano Antartico, bloccando l’accesso di foche e pinguini ai territori di foraggiamento come avvenuto in passato con altri iceberg. Ora, secondo i ricercatori del British Antarctic Survey, finirà col rompersi in blocchi più piccoli fino a sciogliersi completamente. Un fenomeno che rischia di creare enormi problemi alle attività di pesca nell’area, ma che potrebbe contribuire a creare un ecosistema più ricco per foche e pinguini della Georgia del Sud che soltanto un anno fa sembravano minacciati dalla rapida deriva di A23a.
Dall’Antartide al mare aperto: il lungo viaggio dell’iceberg A23a
La storia dell’iceberg A23a inizia nel 1986 sulla piattaforma Filchner-Ronne, in Antartide. Nell’agosto di quell’anno, sulla distesa di ghiaccio affacciata sul Mare di Weddell si consumò uno degli eventi di distacco glaciale più imponenti della storia recente. La barriera si fratturò liberando tre enormi iceberg. A24, il blocco più a est, fu il primo a muoversi verso nord, sciogliendosi dopo aver superato le Isole Falkland, negli anni Novanta. Gli altri due, chiamati A22 e A23, presero a spostarsi tra il 1990 e il 1995: nel loro viaggio verso nord, entrambi finirono con lo spezzarsi in due parti.
L’iceberg A23a, il residuo più massiccio del grande evento di distacco del 1986, è oggi il più grande e longevo iceberg del mondo. Quando si staccò dalla piattaforma Filchner-Ronne, il blocco di ghiaccio ospitava una base scientifica sovietica, la Druzhnaya 1, che venne definitivamente abbandonata soltanto nel 1987.
L’iceberg A23a è rimasto incagliato sul fondale poco profondo del Mare di Weddell per oltre trent’anni. Poi, nel 2020, ha ripreso il suo viaggio verso nord. Si è lasciato trasportare dalle onde per diversi anni, finché, nel 2024, si è fermato di nuovo. La sua rapida deriva nell’oceano è stata interrotta da una colonna di Taylor, un cilindro d’acqua in rotazione che può formarsi quando una corrente incontra un grosso ostacolo come la Pirie Bank, una protuberanza sottomarina a nord delle Isole Orcadi Meridionali.
Per mesi il gigante di ghiaccio ha ruotato su se stesso intrappolato nella colonna d’acqua. Poi, nel dicembre del 2024, ha ripreso la sua deriva verso nord, puntando alla Georgia del Sud. Un suo potenziale impatto con la terraferma avrebbe avuto conseguenze potenzialmente devastanti per le popolazioni di foche e pinguini dell’isola, poiché avrebbe bloccato l’accesso degli animali alle zone di riproduzione e alle acque di foraggiamento.

L’iceberg più grande del mondo si è incagliato in Georgia del Sud
Gli scienziati hanno monitorato la deriva dell’iceberg A23a sin dagli anni Novanta, quando il blocco di ghiaccio ha preso ad allontanarsi dalla barriera Filchner-Ronne. La convinzione predominante era che avrebbe seguito la corrente circumpolare antartica spingendosi verso la Georgia del Sud e la Iceberg Alley, uno stretto corridoio oceanico attraversato da decine di iceberg provenienti dall’Antartide e diretti verso nord.
Viste le dimensioni di A23a, un possibile impatto con la terraferma preoccupava i ricercatori: l’enorme blocco di ghiaccio, che ha un’estensione di circa 3.500 chilometri quadrati, avrebbe infatti modificato per sempre l’ecosistema dell’isola, habitat cruciale per la riproduzione di foche e pinguini.
Fortunatamente, l’isola è circondata da un’ampia fascia di acque poco profonde che hanno nuovamente interrotto il viaggio dell’iceberg A23a. L’imponente massa di ghiaccio galleggiante si è incagliata a circa 90 chilometri dall’isola. E come spiega il dottor Andrew Meijers, oceanografo del British Antarctic Survey, la sua presenza potrebbe addirittura avere un impatto positivo sull’ecosistema:
“Le sostanze nutritive generate dall’incagliamento e dallo scioglimento potrebbero aumentare la disponibilità di cibo per l’intero ecosistema regionale, anche per i pinguini e le foche. Abbiamo diversi studi in corso per capire esattamente come i ‘megaberg’ influenzino la circolazione oceanica, la sua chimica e gli ecosistemi che supportano”.
L’iceberg, spiega Meijers, non si è ancora rotto in pezzi più piccoli. Il suo destino, in ogni caso, è quello di sciogliersi nell’oceano.

Il destino dell’iceberg A23a e i pericoli per la pesca
Il destino dell’iceberg più grande del mondo, alla deriva verso acque sempre più calde, è quello di rompersi in pezzi sempre più piccoli e infine sciogliersi nell’oceano. Ora che è incagliato, spiega Meijers, è ancora più probabile che si rompa a causa delle maggiori sollecitazioni. Riuscire a prevedere dove finirà il lungo viaggio dell’iceberg, però, è impossibile:
“In passato, grandi iceberg si sono spinti molto a nord – uno è arrivato fino a 1000 km da Perth, in Australia – ma tutti si sono inevitabilmente spezzati e si sono sciolti rapidamente”,
spiega l’oceanografo del BAS. Non c’è quindi alcun pericolo per le colonie di pinguini e foche della Georgia del Sud. Al contrario, la sua presenza al largo potrebbe stimolare la produttività dell’oceano rilasciando nutrienti e smuovendo le acque profonde, offrendo maggiori risorse ai predatori locali. D’altro canto, la rottura del gigante di ghiaccio in pezzi più piccoli può rappresentare un serio problema per la pesca:
“La rottura dell’iceberg in pezzi più piccoli potrebbe rendere più difficili e potenzialmente pericolose le operazioni di pesca nella zona”,
spiega Meijers. Se è vero gli operatori marittimi possono facilmente evitare un gigantesco iceberg, infatti, la questione cambia quando questo comincia a disgregarsi in pezzi più piccoli:
“I pezzi più piccoli sono molto più difficili da individuare (…) i grandi iceberg del passato hanno reso alcune regioni più o meno off limits per le operazioni di pesca per diversi periodi di tempo a causa del numero di blocchi di ghiaccio più piccoli, spesso più pericolosi”.
L’interesse principale degli scienziati, adesso, è comprendere il ruolo che gli iceberg svolgono nel fertilizzare l’oceano con nutrienti e micronutrienti, attraverso i depositi di fusione e il movimento delle acque profonde, e quale può essere l’impatto del loro scioglimento sugli ecosistemi marini e sul clima.
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