Uno studio globale individua le 10 priorità urgenti da affrontare per integrare il carbonio blu nella lotta ai cambiamenti climatici

Le coste del nostro pianeta, dall’Artico ai tropici, nascondono un custode invisibile capace di sigillare nei propri sedimenti una quota di CO2 che le grandi foreste pluviali non riescono lontanamente a eguagliare. Eppure, mentre l’attenzione del mondo si concentra sulle riforestazioni terrestri e sulle tecnologie di cattura diretta del carbonio, un patrimonio vitale di radici immerse nell’acqua salata e praterie sommerse sta scomparendo.
Le agende politiche, però, hanno bisogno di una direzione. E di dati certi e condivisi. Perciò, uno studio internazionale ha individuato le lacune scientifiche e pratiche che stanno rallentando l’uso del carbonio blu negli sforzi globali per contrastare il cambiamento climatico, e ha individuato 10 domande fondamentali per il futuro dei Blue Carbon Ecosystems.
Mangrovie, paludi e altri ecosistemi costieri: un patrimonio sottostimato
Gli ecosistemi costieri vegetali e radicati contribuiscono notevolmente alla cattura del carbonio. Le foreste di mangrovie, per esempio, crescono soprattutto a latitudini tropicali, e occupano in totale meno di 150.000 chilometri quadrati, poco più dell’estensione dell’isola di Giava o della Grecia. Eppure, con un tasso stimato di seppellimento di 174 grammi di carbonio per metro quadro, rappresentano da sole il 3% del sequestro globale di carbonio delle foreste tropicali, e assorbono il 14% di tutto il carbonio immagazzinato nell’oceano – che, va ricordato, è il principale pozzo di carbonio a lungo termine del pianeta.
Gli ecosistemi a carbonio blu sono minacciati tanto quanto gli altri ecosistemi marini, se non di più: negli ultimi trent’anni abbiamo perso circa il 40% dell’area totale delle foreste di mangrovie, una percentuale che supera quella delle foreste pluviali tropicali e anche delle barriere coralline, e circa il 15% delle specie di mangrovie analizzate dall’IUCN si trova nella Lista Rossa delle specie in via di estinzione.
Mangrovie, praterie di fanerogame e paludi sono a tutti gli effetti un patrimonio sottostimato: oggi, soltanto il 20% dei Paesi che potrebbe farlo include il carbonio blu nei propri inventari nazionali dei gas serra. E viste le potenzialità di stoccaggio di questi ecosistemi, si tratta di una lacuna sostanziale rispetto alle opportunità offerte dall’Accordo di Parigi per accelerare il raggiungimento degli obiettivi di neutralità climatica.

Ecosistemi a carbonio blu e lotta ai cambiamenti climatici
Quello di carbonio blu è un concetto piuttosto recente. Introdotto nel 2009 per indicare il carbonio catturato e immagazzinato dagli ecosistemi costieri vegetali come mangrovie e praterie di fanerogame, il termine Blue Carbon include oggi diversi ecosistemi marini e costieri, ed è apertamente citato nelle politiche di mitigazione climatica.
Gli inventari dei gas serra e gli accordi internazionali come il Quadro Globale per la Biodiversità di Kunming-Montreal riconoscono formalmente la cattura del carbonio blu come un beneficio fondamentale in termini di lotta al cambiamento climatico. Secondo le stime più recenti, infatti, gli ecosistemi a carbonio blu (o BCE, Blue Carbon Ecosystems) potrebbero compensare l’1-3% delle emissioni antropogeniche globali.
Mangrovie, paludi salmastre e praterie di fanerogame, ma anche foreste di macroalghe e piane tidali sono un tassello fondamentale nella mitigazione dei cambiamenti climatici. Perciò, secondo gli scienziati, la protezione e il ripristino a lungo termine di questi ecosistemi può avere un peso sostanziale – almeno nei Paesi con ampie zone umide costiere.
Per non restare nella lista dei buoni propositi, però, conservazione degli ecosistemi a carbonio blu dev’essere “scalabile, credibile ed equa”. Bisogna quindi innanzitutto definire le sfide scientifiche e le limitazioni pratiche che stanno rallentando l’integrazione dei BCE nella lotta ai cambiamenti climatici. Un team internazionale di ricercatori ha appena pubblicato un’importante studio che intende rispondere proprio a questa domanda.
Una roadmap internazionale e condivisa per il carbonio blu
L’articolo si propone di offrire a ricercatori, professionisti e responsabili politici gli strumenti necessari per supportare la governance degli ecosistemi marini e costieri con dati certi. Come spiega il professor Peter Macreadie del Royal Melbourne Institute of Technology, che ha guidato lo studio:
“Il settore si è rapidamente evoluto verso l’implementazione, la governance e l’equità, e portare un ampio gruppo internazionale a un accordo su ciò che conta di più si è rivelato al tempo stesso difficile e profondamente gratificante”.
La ricerca, che ha coinvolto esperti di istituzioni accademiche, governative e non governative provenienti da 16 Paesi, si è concentrata sulla definizione di alcune questioni prioritarie che tracceranno la direzione futura della scienza del carbonio blu.
“Il supporto dell’AIEA nel riunire 30 scienziati provenienti da tutto il mondo a Vienna è stato essenziale per istituire il gruppo di lavoro tecnico-scientifico sul carbonio blu e combinare le nostre diverse competenze. Questo supporto ci ha permesso di sviluppare una roadmap veramente internazionale per la ricerca sul carbonio blu”,
ha spiegato il professor Pere Masque-Barri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), co-autore della ricerca. Questo gruppo di esperti ha quindi individuato le dieci questioni principali che plasmeranno il futuro del carbonio blu.

Le 10 priorità per il futuro del carbonio blu
Da un gruppo iniziale di 116 contributi, i ricercatori hanno quindi estratto le dieci domande più urgenti da porsi per garantire soluzioni credibili e scalabili che siano compatibili sia col rigore tecnico sia con le possibilità di implementazione pratica. La domanda con il punteggio più alto in assoluto è stata “Come possiamo gestire i Blue Carbon Ecosystems sostenendo al contempo i mezzi di sussistenza delle comunità costiere?”. Secondo i ricercatori, questa domanda rappresenta un punto cardine, “in quanto articola la sfida di gestire le emissioni di carbonio blu su larga scala, preservando al contempo i mezzi di sussistenza delle comunità costiere”.
Progetti mal concepiti, spiegano, possono inavvertitamente aggravare le disuguaglianze se non tengono conto delle dinamiche socio-economiche locali. Integrare le conoscenze locali nelle strategie di gestione non è solo vantaggioso, ma necessario. Come si legge nello studio,
“La sostenibilità nella gestione del carbonio blu e la partecipazione equa all’economia blu si basano sulla comprensione e sul rispetto delle pratiche di gestione delle comunità locali e dei popoli indigeni”.
Come spiega la Dott.ssa Hannah Morrissette dello Smithsonian Environmental Research Center, co-autrice della ricerca,
“La conservazione degli ecosistemi del carbonio blu per il sostentamento delle comunità costiere non è solo un risultato scientifico, ma una responsabilità universale per tutti coloro che operano nel settore del carbonio blu”.
Altre questioni centrali sono quelle che riguardano il rafforzamento di precisione e scalabilità dei dati sul carbonio: le politiche e i meccanismi di mercato richiedono prove solide. Perciò bisogna capire come migliorare le stime delle pressioni antropiche e della gestione del ciclo di carbonio nei BCE e quali tecniche e strumenti utilizzare per farlo, ma è anche importante sapere da dove iniziare (“quali regioni e tipologie di flusso necessitano di misurazioni prioritarie”). I tempi sono stretti. La strada, però, è ben illuminata.
Ecco tre approfondimenti che potrebbero interessarti:
La pesca industriale minaccia le riserve di carbonio blu
Ecco perché l’Oceano Artico assorbirà meno CO2 del previsto
I giardini sommersi del Brasile tra biodiversità e minacce


