L’estrazione mineraria in acque profonde divide i Paesi del mondo: l’Ordine Esecutivo di Trump, l’attesa per il regolamento dell’ISA e l’appello degli scienziati

Il 2025 sarà un anno fondamentale per il futuro degli oceani. Mentre l’International Seabed Authority è ancora impegnata nelle negoziazioni che porteranno alla stesura del Regolamento internazionale per lo sfruttamento dei fondali marini, gli Stati Uniti hanno improvvisamente accelerato il passo con un Ordine Esecutivo firmato dal Presidente Donald Trump che apre la strada all’esplorazione e allo sfruttamento delle risorse minerarie sottomarine in acque internazionali. Negli stessi giorni, la compagnia canadese The Metals Company ha annunciato che avrebbe richiesto licenze per l’estrazione mineraria in acque profonde secondo la legge statunitense.
Nel frattempo, il Portogallo è diventato il primo Paese al mondo a vietare l’attività mineraria in acque profonde nelle sue acque almeno fino al 2050 e un nuovo studio ha confermato i timori degli scienziati sul devastante impatto del deep sea mining sugli ecosistemi marini.
L’ordine esecutivo di Trump sul deep sea mining
Giovedì 24 aprile il Presidente Donald Trump ha firmato l’Ordine Esecutivo “Unleashing America’s Offshore Critical Minerals and Resources”, in cui si incarica il Dipartimento del Commercio di perseguire l’esplorazione e lo sfruttamento delle risorse minerarie in acque profonde sia all’interno della Zona Economica Esclusiva (EEZ) statunitense sia in acque internazionali.
Per estrarre minerali nei territori al di fuori della loro EEZ, si legge nell’Ordine Esecutivo di Trump, gli Stati Uniti faranno riferimento a una legge del 1980 (Deep Seabed Hard Mineral Resources Act) – una legge che, come ricorda la Deep Sea Conservation Coalition (DSCC), era intesa come misura provvisoria in attesa della ratifica da parte degli Stati Uniti della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS).
Ad oggi, 169 Stati hanno ratificato la Convenzione, entrata in vigore nel 1994. Gli USA hanno partecipato alle negoziazioni ma non hanno mai ratificato la Convenzione UNCLOS in quanto contrari alla Parte XI, che attribuisce all’International Seabed Authority (ISA), ente internazionale con sede in Giamaica, il potere di regolare, organizzare e controllare le attività estrattive in acque internazionali.
Neanche una settimana dopo la firma dell’Ordine Esecutivo, The Metals Company ha richiesto all’amministrazione USA i permessi per operare nella Clarion-Clipperton Zone, una vasta area marina del Pacifico che fornisce l’habitat a circa 30 specie di cetacei e che è notoriamente molto ricca di noduli di manganese.
Nonostante l’ISA non abbia ancora trovato un accordo sul regolamento che dovrà normare il deep sea mining in acque internazionali, nel 2024 ha rilasciato le prime 31 licenze di esplorazione. Gli Stati Uniti d’America, però, sembrano voler giocare un’altra partita.

Il deep sea mining divide la comunità internazionale
Sono diversi i Paesi che hanno autorizzato delle attività esplorative dei propri fondali marini alla ricerca di croste di ferromanganese e preziosi noduli polimetallici. Tra i primi a concedere licenze per questo tipo di attività all’interno della propria EEZ le Isole Cook, i cui fondali sono oggetto di esplorazione sin dagli anni Settanta, e Papua Nuova Guinea. Negli anni hanno seguito la stessa strada anche Nauru, Tonga e Kiribati: nel Pacifico meridionale, dove le EEZ sono particolarmente estese e ricche di risorse, sono molti i Paesi interessati alle opportunità offerte dall’attività estrattiva in acque profonde.
Ma non sono soltanto gli Stati insulari del Pacifico a lavorare in tal senso: anche Svezia, Norvegia e Giappone hanno autorizzato missioni esplorative dei fondali alla ricerca di minerali critici. L’India e la Cina, dal canto loro, sono molto attive sul fronte del deep sea mining: oltre ad aver condotto esplorazioni e prove di estrazione in acque territoriali, sono anche tra i Paesi che detengono il maggior numero di licenze concesse dall’ISA per l’esplorazione delle acque internazionali (molte delle quali nella Clarion-Clipperton Zone), insieme a Francia, Germania, Russia e Corea del Sud.
All’altro capo del mondo, diversi Paesi hanno deciso di mettere al bando, almeno momentaneamente, ogni operazione di estrazione mineraria in acque profonde nella propria EEZ. Palau, Nuova Caledonia, Hawaii, Figi, Polinesia Francese, Samoa Americane, Canada, Francia e Spagna sono tra queste. Il 21 marzo 2025, il Portogallo è diventato il primo Paese al mondo a implementare il divieto di estrazione mineraria nelle proprie acque territoriali in una legge nazionale.
Gli scienziati chiedono una moratoria sull’estrazione in acque profonde
Il 31 marzo del 2025, un mese prima che Trump firmasse l’Ordine Esecutivo sullo sfruttamento dei fondali marini, la Global Deep-Sea Consultation, un gruppo di scienziati ed esperti incaricato di sintetizzare le conoscenze disponibili sulle profondità marine e sull’attività mineraria in acque profonde, ha lanciato un appello inequivocabile a favore di una moratoria. Oltre 900 scienziati provenienti da 70 Paesi hanno firmato l’appello.
Come si legge nel documento,
“Gli ecosistemi di acque profonde sono attualmente sottoposti a stress a causa di una serie di fattori antropici, tra cui il cambiamento climatico, la pesca a strascico e l’inquinamento. L’estrazione mineraria in acque profonde si aggiungerebbe a questi fattori di stress, causando una perdita di biodiversità e di funzionamento degli ecosistemi che sarebbe irreversibile su scale temporali multigenerazionali”.
I timori degli scienziati sono legati alla perdita diretta di specie e popolazioni ecologicamente importanti, l’interruzione di importanti processi biologici che collegano gli ecosistemi di profondità a quelli più superficiali, la risospensione di sedimenti, metalli e tossine nella colonna d’acqua (che potrebbero finire negli stomaci di pesci importanti dal punto di vista commerciale come i tonni) e l’inquinamento acustico prodotto dai macchinari industriali sul fondo dell’oceano, che può interferire con la capacità dei cetacei di orientarsi e comunicare.
Uno studio pubblicato negli stessi giorni su “Nature” sembra confermare i timori degli scienziati, rivelando l’impatto a lungo termine dell’attività estrattiva sul fondale marino e sugli ecosistemi di profondità. A distanza di 44 anni dalle sperimentazioni in acque profonde nell’Oceano Pacifico, si legge nello studio, i segni lasciati sul fondale sono ancora identici. Gli animali di piccole dimensioni mostrano deboli segnali di ripresa, mentre quelli più grandi sono ancora molto rari.
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