Mentre il governo allenta le misure a tutela della fauna selvatica, la natura di Aotearoa continua a mostrare segni di sofferenza: l’allarme del WWF

La Nuova Zelanda è recentemente diventata lo scenario di una febbrile corsa all’oro che rischia di mettere seriamente in pericolo il patrimonio più prezioso delle isole Aotearoa. Mentre il governo neozelandese si prepara ad allentare le ultime misure a protezione della fauna selvatica e dei fondali marini, soprattutto sul fronte dell’estrazione, i dati dell’ultimo report sullo stato dell’ambiente neozelandese disegnano un quadro profondamente preoccupante. Secondo il rapporto, il 76% delle specie di acqua dolce e il 22% dei mammiferi marini autoctoni della Nuova Zelanda sono in pericolo di estinzione, come anche il 90% degli uccelli marini e l’82% degli uccelli costieri indigeni.
Nuova Zelanda: la corsa all’oro che minaccia la biodiversità
Circa il 30% del territorio della Nuova Zelanda è di proprietà pubblica e gode di un certo grado di protezione ambientale: parchi nazionali e riserve coprono oltre 80.000 km², a cui si aggiungono le aree marine protette. Il Paese ha difeso per decenni il suo Wildlife Act, che dal 1953 protegge la maggior parte dei vertebrati autoctoni, ed è stato tra i primi ad aderire alla moratoria contro il deep sea mining lanciata dalla Conferenza ONU sugli Oceani di Lisbona, nel 2022.
Oggi, però, sembra che la voce del “progresso” sia più forte di quella della conservazione. In una rapida successione di eventi, il nuovo governo neozelandese ha deciso di limitare gli effetti del Wildlife Act e di aprire la strada ad attività estrattive estremamente dannose per l’ambiente.
Lo scorso dicembre è passata una legge che prevede approvazioni più rapide (Fast-track approval) per 149 progetti selezionati dal governo, tra cui ben 11 progetti di estrazione mineraria: uno di questi, che prevede l’estrazione di sabbie di ferro dal fondale marino di Taranaki, è stato già bloccato dalla Corte Suprema a causa di problemi ambientali nel 2021. Tali autorizzazioni rapide, secondo chi si oppone a questa legge, potrebbero aggirare le regole di tutela ambientale.
Appena due mesi fa il ministro delle Risorse Shane Jones ha manifestato la ferma volontà di tornare indietro sul divieto al deep sea mining: secondo Jones, l’opposizione a questa “nascente industria” è radicato in “credenze di lusso” che ignorano le necessità di crescita nazionali. Ancora più recentemente, il ministro della Conservazione Tama Potaka ha deciso di tranquillizzare gli imprenditori affermando che devono “essere sicuri di non essere perseguiti se i loro progetti uccidono accidentalmente la fauna selvatica protetta”.

L’ultimo rapporto sull’ambiente: la piaga delle catture accidentali
All’inizio di aprile, il ministero dell’Ambiente e Stats NZ, l’organizzazione governativa responsabile delle statistiche nazionali, hanno pubblicato l’aggiornamento triennale sullo stato dell’ambiente in Nuova Zelanda. Il rapporto traccia un quadro desolante soprattutto per quanto riguarda la biodiversità del Paese insulare, che continua a contrarsi a un ritmo allarmante.
Tra i risultati più preoccupanti, quelli relativi alle catture accidentali in mare, che continuano a mettere seriamente in pericolo alcune delle specie più minacciate della Nuova Zelanda, come il cefalorinco di Hector (Cephalorhynchus hectori) e diversi coralli protetti. Le catture di tartarughe marine protette, inoltre, sono aumentate: se tra il 2007 e il 2020 sono state segnalate ogni anno tra le 2 e le 34 tartarughe, soltanto nel 2021 ne sono state individuate ben 58 – tra cui 50 tartarughe liuto (Dermochelys coriacea), una specie classificata come vulnerabile.
La Nuova Zelanda ha già il più alto tasso di estinzione di specie al mondo, spiega il WWF: l’ultimo rapporto è solo un’ulteriore conferma che la natura di Aotearoa è in difficoltà. Nel 2021, il 91% delle specie autoctone di uccelli marini erano valutate a rischio estinzione, incluse 16 specie identificate come taonga (tesori, in lingua Maori). Ma anche mammiferi marini e alcuni coralli protetti sono oggetto di catture accessorie nella pesca a strascico o con i palangari: si stima che nel 2020/2021 siano finiti catturati 3.613 uccelli marini e 476 foche da pelliccia. L’anno successivo, le reti dei pescatori hanno prelevato 2.073 chili di corallo protetto.
Gli ultimi dati, si legge nel report, mostrano che le catture accessorie continuano a esercitare una forte pressione sulle specie marine protette. E lo stesso destino, per cause diverse, sta colpendo pipistrelli, rane, invertebrati terrestri e piante, di cui oltre la metà delle specie indigene sono in via di estinzione.
WWF: assurdo sacrificare la natura per la crescita a breve termine
Secondo la dottoressa Kayla Kingdon-Bebb, direttore generale del WWF Nuova Zelanda, i dati contenuti nel nuovo rapporto sono profondamente preoccupanti:
“Questo è un codice rosso per la natura. In un momento in cui dovremmo raddoppiare gli sforzi per proteggere e ripristinare la natura, il governo di coalizione neozelandese sta eliminando le ultime protezioni ambientali in vigore, dando la priorità a un’economia estrattiva sbagliata – compresa l’estrazione di ulteriori combustibili fossili – a spese del nostro mondo naturale e del benessere delle generazioni future”.
Secondo Kingdon-Bebb, i ministri neozelandesi stanno dando priorità agli investimenti nonostante le preoccupazioni degli scienziati e delle comunità locali, continuando a “corteggiare industrie al tramonto come l’estrazione del carbone”.
“Per me è assolutamente assurdo che, quando la natura è così centrale per la nostra identità nazionale e per la nostra economia, questo governo sia così disposto a sacrificare la sopravvivenza delle specie selvatiche minacciate della Nuova Zelanda sull’altare della crescita a breve termine”,
afferma la direttrice del WWF, che in passato ha lavorato per il dipartimento della Conservazione neozelandese. Secondo una recente valutazione economica condotta da WWF e EY New Zealand, investire nella protezione e nel ripristino della natura potrebbe far risparmiare ad Aotearoa più di 270 miliardi di dollari nei prossimi 50 anni.
“È chiaro che investire nella natura ha senso dal punto di vista economico. Proteggere il nostro Paese dai peggiori impatti della perdita di biodiversità e dei cambiamenti climatici è essenziale per preservare il nostro marchio globale ‘pulito e verde’ e per garantire che il nostro settore turistico e le industrie primarie continuino a prosperare”,
conclude Kingdon-Bebb.
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