Nei prossimi decenni, centinaia di impianti offshore esauriranno la loro funzione: smantellarli, però, potrebbe non essere la soluzione migliore

Entro il 2040, più di 2500 piattaforme offshore per l’estrazione di gas e petrolio cesseranno le loro attività. Uno dopo l’altro, questi enormi impianti disseminati nei mari di tutto il mondo giungeranno alla fine del loro ciclo di vita e dovranno essere smantellati. Secondo l’Australian Institute of Marine Science, che si occupa da anni del tema della dismissione delle piattaforme offshore, quest’operazione avrà un costo enorme, fino a 13 miliardi di dollari l’anno.
Ma lo smantellamento potrebbe non essere sempre la soluzione migliore, almeno dal punto di vista dell’impatto ambientale: negli anni, infatti, alcune piattaforme abbandonate al loro destino sono diventate l’habitat di diverse specie marine. Alcuni vecchi impianti, molti in realtà, si sono trasformati in delle vere e proprie barriere coralline artificiali.
Il destino delle piattaforme offshore a fine vita
Gli oceani del mondo ospitano circa 12.000 piattaforme petrolifere offshore, costruite nei decenni passati per attingere alle preziose risorse nascoste dal fondo dell’oceano. Queste imponenti strutture artificiali, che possono raggiungere l’altezza di un grattacielo, sono però destinate ad esaurire la loro funzione, ponendo la questione della loro dismissione – un problema enorme non soltanto in termini di costi e difficoltà logistiche, ma anche per il possibile impatto ambientale delle operazioni di smantellamento.
Alla luce dell’Articolo 60 della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), le installazioni artificiali abbandonate o disattivate dovrebbero essere rimosse per garantire la sicurezza della navigazione e la salvaguardia dell’ambiente – una procedura complessa e molto costosa, che può prevedere anche l’uso di esplosivi e di ROV.
Diversi Paesi hanno legiferato in tal senso, eppure moltissime piattaforme offshore, negli anni, sono rimaste dov’erano. Al posto dello smantellamento completo, i proprietari hanno optato per il più comodo Plugging and Abandoning (P&A), che consiste nel tappare il pozzo e abbandonare le strutture, assicurandosi della buona tenuta delle barriere installate per evitare la fuoriuscita di fluidi contaminanti.
E non sorprende scoprire che c’è chi ha fatto di peggio: uno studio pubblicato nel 2023 su “Nature Energy” ha stimato la presenza di 14.000 pozzi inattivi mai tappati soltanto negli USA. Chiuderli, si legge nel paper, costerebbe 30 miliardi di dollari.
Le piattaforme offshore diventano barriere coralline
Nei prossimi anni, Governi e società estrattive saranno chiamati a prendere decisioni cruciali sul futuro di questi enormi stabilimenti offshore: soltanto nel Mare del Nord, nei prossimi 15 anni verrano dismesse circa 450 piattaforme d’acciaio, e si dovrà decidere che cosa farne.
In base al Petroleum Act 1998, queste strutture dovrebbero essere completamente smantellate e l’ambiente marino ripristinato. Nel 2006, però, i ricercatori hanno scoperto che le piattaforme petrolifere offshore ospitavano una fiorente popolazione di Lophelia Pertusa, uno dei pochissimi coralli che costruiscono una barriera corallina nel Regno Unito.
Un fenomeno simile era già stato osservato sulle strutture abbandonate al largo del Golfo del Messico: qui, a partire dagli Anni Ottanta, numerosi impianti in dismissione sono stati utilizzati come base per la costruzione di habitat marini artificiali nell’ambito del progetto Rigs-to-Reefs.
In base alle indicazioni del Bureau of Safety and Environmental Enforcement, la trasformazione delle piattaforme in barriere coralline artificiali può seguire vari metodi: quasi sempre la struttura viene distaccata dal fondale marino (tramite esplosivi o tecniche di taglio), per essere lasciata cadere su un fianco oppure spostata verso la barriera corallina di destinazione. In altri casi si può optare per la rimozione parziale, una pratica meno invasiva che prevede di tagliare la parte superiore della struttura a una profondità di navigazione di circa 30 metri e collocarla sul fondo accanto alla base.
Soltanto negli ultimi tre anni, 573 piattaforme abbandonate sono diventate barriere coralline: secondo il Coastal Marine Institute, ognuna di esse può fornire dagli 8 ai 12 mila metri quadrati di habitat per centinaia di specie marine. Ma non tutte le piattaforme sono adatte a questo florido destino.

Decommissioning: non esiste una soluzione per tutti
Il destino delle piattaforme in dismissione è argomento di dibattito nella comunità scientifica: secondo uno studio del 2023 pubblicato su “Trends in Ecology and Evolution”, non ci sono ancora prove sufficienti per stabilire se un vecchio impianto abbandonato possa apportare più danni o benefici all’ambiente.
Le massicce fondamenta e le strutture sommerse possono diventare un ottimo substrato per le popolazioni di coralli e altri invertebrati come anemoni di mare e stelle marine, che a loro volta attirano specie più grandi come crostacei e pesci. Spesso queste aree risultano più sicure per le creature marine, anche grazie alle leggi nazionali che impediscono alle imbarcazioni di avvicinarsi alle strutture, ma le vere cause del fenomeno sono ancora da studiare.
Gli studi scientifici sull’argomento forniscono dati provenienti da Stati Uniti e Mare del Nord (mancano la maggior parte dell’Asia e dell’emisfero meridionale), e si concentrano soprattutto sugli effetti su pesci e invertebrati. Così, spiegano gli scienziati dell’Università di Plymouth, non esiste una raccomandazione unica valida per tutti i casi.
Il meglio che possiamo fare, per tutti gli scenari non ancora coperti da analisi scientifiche, è applicare il principio di precauzione, per esempio lasciando le strutture in situ fino a quando non saranno disponibili prove solide e sufficienti a giustificare una scelta o l’altra – e ovviamente andare avanti con la ricerca.
I pericoli per l’ambiente: il nuovo esperimento
Gli scienziati dell’Australian Institute of Marine Science (AIMS) e dell’Australia’s Nuclear Science and Technology Organisation (ANSTO), per esempio, stanno studiando il rischio che i materiali radioattivi naturali accumulati negli impianti offshore possano avere degli effetti sugli organismi marini dopo la dismissione.
Come ha spiegato il dottor Darren Koppel, ricercatore dell’AIMS e responsabile dell’esperimento:
“L’esperimento aiuterà gli operatori e le autorità di regolamentazione a comprendere il rischio ambientale di infrastrutture come gli oleodotti con livelli residui di materiale radioattivo di origine naturale, contribuendo a orientare il processo decisionale sull’opportunità di rimuovere queste infrastrutture o di lasciarle in sicurezza nell’oceano”.
Obiettivo dell’esperimento è contribuire alla scelta informata sulla dismissione degli impianti offshore: in Australia, per esempio, queste strutture devono essere smantellate, ma esiste una deroga che permette di lasciare l’impianto in situ se l’operatore è in grado di dimostrare che il risultato, in termini ambientali, sarà uguale o migliore rispetto alla rimozione.
Gli scienziati dell’AIMS stanno studiando anche altri aspetti dello smantellamento degli impianti, tra cui il valore di habitat di queste strutture offshore, che potrebbero contribuire a mantenere le popolazioni di specie marine importanti per la pesca o, al contrario, invasive. Costruire basi solide che permettano di prendere decisioni informate è sempre più urgente, ma c’è ancora molto da indagare.
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