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Il collasso dell’AMOC non è così improbabile come pensavamo

La corrente atlantica che regola il clima dell’Europa occidentale potrebbe interrompersi tra meno di un secolo (anche abbattendo le emissioni)

L'AMOC potrebbe collassare tra meno di un secolo
La corrente atlantica che regola il clima dell’Europa occidentale (e non solo) potrebbe indebolirsi già alla fine di questo secolo (Foto: Envato)

Il timido ottimismo che negli scorsi anni ha accompagnato le previsioni sull’AMOC, la corrente atlantica che regola il clima dell’Europa nord-occidentale (e non solo), ha subito un duro colpo: secondo una nuova ricerca, il collasso di questo fondamentale tassello del “Grande Nastro Trasportatore” – che porta calore verso i mari del nord e acque profonde ricche di nutrienti verso sud – non è così improbabile come si pensava.

Secondo gli scienziati, anzi, potremmo raggiungere il punto di non ritorno già nei prossimi anni, innescando un circolo vizioso che sconvolgerebbe il clima a livello globale nel giro di 50-100 anni.

AMOC, il “nastro trasportatore” dell’Atlantico

L’AMOC (Atlantic meridional overturning circulation), o Capovolgimento meridionale della circolazione atlantica, è una corrente che trasporta l’acqua superficiale dell’Atlantico equatoriale, calda e salata, verso i mari settentrionali. Qui, in inverno, l’acqua si raffredda per inabissarsi nei mari di Groenlandia e tornare, sotto forma di acqua fredda e profonda, nell’Atlantico meridionale.

Questo “nastro trasportatore” oceanico, che regola il clima dell’Europa occidentale, è una componente essenziale del sistema climatico del pianeta: le variazioni dell’AMOC hanno un forte impatto sull’assorbimento di carbonio di origine antropica da parte dell’oceano, sul livello del mare in diverse regioni del mondo e sulle temperature medie del pianeta.

Nel Tardo Quaternario, le variazioni d’intensità dell’AMOC hanno determinato alcuni dei più marcati cambiamenti climatici registrati nella storia geologica: queste transizioni, si legge in uno studio del 2021, sono andate ben oltre l’Atlantico settentrionale, provocando uno spostamento verso sud dell’intera fascia pluviale tropicale. Come si legge nella ricerca,

“Alcune regioni diventarono eccezionalmente secche, altre molto più umide. Cambiamenti del genere potevano avvenire nel giro di pochi decenni, e devono aver avuto conseguenze significative per molti ecosistemi, forzando la migrazione di alcune specie e provocando il loro isolamento o, peggio, l’estinzione locale di quelle che non riuscivano ad adattarsi abbastanza rapidamente”.

Si capisce bene perché la prospettiva di un possibile indebolimento dell’AMOC atterrisce da sempre i climatologi. Il collasso di questa corrente sarebbe un punto di non ritorno, un evento che porterebbe con sé impatti improvvisi e di vasta portata a cui non potremmo sottrarci: i fenomeni meteorologici diventerebbero più violenti e le stagioni delle piogge imprevedibili. Secondo alcuni studi, potrebbe addirittura ripetersi lo scenario dell’ultima era glaciale, con un massiccio raffreddamento dell’emisfero settentrionale e un repentino riscaldamento di quello meridionale.

AMOC, il futuro del nord Europa
Irlanda, Scozia, Islanda e Norvegia, sarebbero tra i Paesi più direttamente colpiti dall’indebolimento dell’AMOC (Foto: Envato)

Il collasso dell’AMOC è più probabile di quanto pensavamo

Per molto tempo, si è pensato che l’AMOC non sarebbe collassato nel corso di questo secolo. Secondo i report IPCC pubblicati fino al 2019, ci sarebbe meno del 10% di probabilità che l’AMOC collassi entro il 2100. Tale evento, infatti, non veniva segnalato in alcuna delle proiezioni sul riscaldamento globale. L’ultimo rapporto, il sesto, si esprime già diversamente:

“C’è un medio livello di fiducia nel fatto che non ci sarà un collasso improvviso dell’AMOC prima del 2100”,

si legge.

Un nuovo studio pubblicato su Environmental Research Letters, però, sottolinea un aspetto che sembrava essere sfuggito ai più: nella terminologia dell’IPCC, per “collasso improvviso” si intende un fenomeno che si manifesta in meno di 30 anni. E tale sconvolgimento, spiegano gli scienziati, potrebbe essere innescato soltanto da un massiccio getto d’acqua dolce (esattamente come avvenne alla fine dell’ultima era glaciale).

La nuova ricerca, guidata dai ricercatori dell’Istituto meteorologico reale dei Paesi Bassi (KMNI), parte proprio dai modelli IPCC, ma giunge a conclusioni molto meno rassicuranti: in diversi modelli climatici, l’AMOC raggiungerà un punto di non ritorno prima del 2100 e poi si arresterà. Questo interromperà l’apporto di calore verso l’oceano settentrionale, causando estati più secche e inverni molto freddi nell’Europa nord-occidentale e mettendo a rischio la resa agricola di un intero continente.

Bastava guardare oltre il 2100 per accorgersene: analizzando i dati di tutte le simulazioni dei modelli CMIP6 estese all’anno 2300 o 2500 (un set di 20 scenari calcolati con 10 modelli diversi), si è scoperto che un collasso dell’AMOC non è così improbabile come si pensava.

In diverse simulazioni la corrente atlantica l’AMOC subirà un calo significativo di intensità in questo secolo, per poi arrestarsi completamente poco dopo. L’intero processo, secondo i ricercatori, potrebbe richiedere dai 50 ai 100 anni.

Toccheremo il punto di non ritorno già in questo secolo

Tutto avrà inizio con l’interruzione del mescolamento verticale delle acque nell’Atlantico settentrionale, fenomeno che negli scenari ad alte emissioni avverrà intorno alla metà di questo secolo. Ma il problema potrebbe presentarsi anche se riuscissimo ad abbattere drasticamente le emissioni. Come spiega Sybren Drijfhout dell’Istituto meteorologico reale dei Paesi Bassi, primo autore dello studio,

“L’AMOC rallenta drasticamente entro il 2100 e si arresta completamente in seguito in tutti gli scenari ad alte emissioni, e persino in alcuni scenari a basse e medie emissioni. Ciò dimostra che il rischio di collasso è più serio di quanto molti credano”.

L’AMOC si ferma in almeno il 70% delle simulazioni di modelli a elevate emissioni di CO2. Per lo scenario a emissioni moderate (che comunque implicherebbe un rapido abbandono del fossile) questa percentuale è del 37%, mentre in quello più ottimistico scende al 25%. Comunque molto più del previsto.

In ogni caso, tutti i modelli mostrano che l’idnebolimento dell’AMOC è preceduto dal collasso della convezione profonda del Nord Atlantico nei mari del Labrador, dell’Irminger e del Nord:

“Nelle simulazioni, il punto di non ritorno nei mari chiave del Nord Atlantico si verifica in genere nei prossimi decenni, il che è molto preoccupante”,

spiega Stefan Rahmstorf del Potsdam Climate Institute, tra gli autori dello studio.

Superato questo punto di non ritorno, l’arresto dell’AMOC diventa inevitabile. Il calore rilasciato dall’estremo Nord Atlantico scende a meno del 20% della quantità attuale – arrivando quasi a zero in alcuni modelli. Un processo che, spiega Drijfhout, potrebbe essere già iniziato:

“Le recenti osservazioni in queste regioni di convezione profonda mostrano già una tendenza al ribasso negli ultimi cinque-dieci anni. Potrebbe trattarsi di variabilità, ma è coerente con le proiezioni dei modelli”.

L'AMOC collasserà anche negli scenari a basse emissioni: lo studio
Evoluzione temporale dell’intensità dell’AMOC a 26°N (dove viene osservato) nelle simulazioni del modello in cui l’AMOC collassa. La linea ciano corta mostra l’andamento delle osservazioni per il periodo 2005-2023, il colore delle linee indica lo scenario di emissione utilizzato per le simulazioni (Foto: Drijfhout et al.)

È già troppo tardi per evitare il rischio (che forse è sottostimato)

Ad alimentare questa catastrofica spirale di eventi che potrebbe sconvolgere il clima terrestre nel giro di pochi anni c’è ovviamente il riscaldamento globale. L’aumento della temperatura delle acque superficiali, insieme all’intensificarsi delle precipitazioni, sta rendendo l’acqua dell’Atlantico settentrionale meno salata, e quindi più leggera e meno incline a sprofondare per mescolarsi con le acque profonde.

La miscelazione verticale delle acque inizia così a indebolirsi, fiaccando anche la corrente oceanica, che quindi trasporta meno acqua calda e salata verso nord. Il riscaldamento atmosferico dà così avvio a un circolo vizioso che si autoalimenta, perpetuato dall’indebolimento delle correnti e dalla desalinizzazione dell’acqua dei mari del nord.

Come spiegano gli scienziati, i nuovi risultati potrebbero addirittura sottostimare il rischio:

“Nei modelli le correnti si esauriscono completamente da 50 a 100 anni dopo il superamento del punto di non ritorno, ma questo potrebbe sottostimare il rischio: questi modelli standard non includono l’acqua dolce extra derivante dalla perdita di ghiaccio in Groenlandia, che probabilmente spingerebbe il sistema ancora più in là. Ecco perché è fondamentale ridurre rapidamente le emissioni. Ciò ridurrebbe notevolmente il rischio di un collasso dell’AMOC, anche se è troppo tardi per eliminarlo completamente”,

conclude Rahmstorf.

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Le conseguenze del collasso dell'AMOC
Un collasso dell’AMOC avrebbe conseguenze devastanti non solo sul clima dell’Europa occidentale, ma anche su quello delle regioni tropicali, sui monsoni indiani e sul livello del mare in alcune località degli Stati Uniti d’America (Foto: Envato)

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