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E se la Gen Z non rifiutasse il lavoro, ma il culto dell’iperlavoro?

La ricerca di Deloitte su 22.500 giovani mette in discussione il mito della pigrizia, fotografando nuove priorità tra carriera e benessere

E se la Gen Z non rifiutasse il lavoro, ma il culto dell’iperlavoro?
Il “Deloitte Global Gen Z and Millennial Survey” 2026 ha raccolto le opinioni di oltre 22.500 Gen Z e Millennials nel mondo (Foto: Pexels)

I giovani non hanno più voglia di lavorare”. Si tratta, magari anche inconsciamente, di una delle deduzioni più comuni e ricorrenti. Intanto, mentre questa narrazione semplicistica continua a circolare, numerosi settori strategici – dall’ICT alla manifattura, dalla logistica alla sanità, fino al comparto turistico-alberghiero – fanno sempre più fatica a trovare personale. La domanda, allora, potrebbe essere un’altra. E se il problema non fosse una minore disponibilità al lavoro, ma una crescente indisponibilità ad accettarlo a qualsiasi condizione?

Un interessante spunto arriva dalla quindicesima edizione del “Global Gen Z and Millennial Survey” di Deloitte, che fotografa una generazione molto diversa da come viene spesso raccontata. Più che disinteressati alla carriera, i giovani sembrano infatti impegnati a ridefinire le regole del rapporto con il lavoro. Al centro non c’è più la ricerca della promozione più rapida possibile, ma quella di condizioni considerate sostenibili nel lungo periodo.

Lo studio evidenzia come stabilità economica, benessere personale e percorsi di crescita realistici stiano assumendo un peso crescente nelle scelte professionali. Non sorprende quindi che oltre la metà degli intervistati dichiari di rinviare decisioni importanti della propria vita a causa di difficoltà economiche, mentre soltanto una minoranza consideri la leadership il principale obiettivo di carriera.

Anche il concetto stesso di successo sembra cambiare. La crescita professionale continua a essere importante, ma non al prezzo di carichi di lavoro percepiti come insostenibili, di una scarsa attenzione alla salute mentale o di ambienti considerati poco sicuri. Un aspetto particolarmente interessante in un momento storico in cui intelligenza artificiale, automazione e nuove normative stanno contribuendo a ridefinire anche il concetto stesso di sicurezza sul lavoro. Più che rifiutare il lavoro, insomma, la Gen Z sembra chiedere che il lavoro torni a essere compatibile con la vita.

Tra carovita, benessere e nuove ambizioni: dove si trovano oggi la Gen Z e i Millennials

Il messaggio generale che emerge dal Survey 2026 è chiaro: la Generazione Z e i Millennials non stanno rinunciando all’ambizione, stanno ridefinendo tempi, priorità e condizioni attraverso cui intendono costruire il proprio futuro. Lo spiega bene Elizabeth Faber, Deloitte Global Chief People & Purpose Officer:

“Queste generazioni hanno trasformato concretamente il mondo del lavoro negli ultimi quindici anni e oggi stanno compiendo scelte deliberate su quando e a quali condizioni perseguire ruoli di leadership e decisioni importanti nella vita”

Più che una generazione che rifiuta il lavoro, il rapporto descrive infatti una generazione che cerca fondamenta solide prima di compiere passi decisivi. Stabilità economica, carichi di lavoro sostenibili e supporto organizzativo diventano elementi imprescindibili in un contesto segnato da costo della vita elevato, difficoltà abitative, incertezza economica e rapidi cambiamenti tecnologici.

E se la leadership continua a esercitare attrattiva, non rappresenta più un obiettivo da raggiungere a qualsiasi costo. Allo stesso tempo, l’intelligenza artificiale viene percepita prevalentemente come un’opportunità di crescita e adattamento, sebbene molti giovani ritengano di stare adottando queste tecnologie più rapidamente delle stesse organizzazioni per cui lavorano.

Nel complesso, il report restituisce dunque l’immagine di una generazione che non sta rallentando per mancanza di ambizione, ma che sta cercando di costruire il proprio percorso professionale e personale secondo criteri di sostenibilità, benessere e stabilità ritenuti più compatibili con le sfide del presente.

Il fenomeno del “forse più avanti”, tra pressioni finanziarie e decisioni sempre rimandate

Stando all’indagine, per il quinto anno consecutivo il costo della vita si conferma la principale preoccupazione sia per la Generazione Z sia per i Millennials, superando perfino temi come criminalità, disoccupazione, cambiamento climatico e instabilità geopolitica.

Secondo Deloitte, la pressione economica è infatti diventata il principale fattore che influenza il modo in cui queste generazioni pianificano lavoro, vita privata e prospettive future. Il 55 per cento dei Gen Z e il 52 per cento dei Millennials dichiara non a caso di aver rinviato decisioni come matrimonio, figli o apertura di un’attività a causa della propria situazione finanziaria.

Particolarmente significativo è il tema abitativo. Il 69 per cento dei Gen Z e il 64 per cento dei Millennials afferma che disponibilità e costo delle abitazioni influenzano direttamente le proprie scelte professionali e persino il luogo in cui lavorare. Inoltre, oltre la metà dei giovani appartenenti alla Generazione Z ritiene di non potersi permettere l’acquisto di una casa, percentuale che scende al 40 per cento tra i Millennials.

Il primo capitolo del report evidenzia di conseguenza una diffusa vulnerabilità economica: il 34 per cento afferma di avere difficoltà a coprire ogni mese tutte le spese necessarie. Accanto alle difficoltà emerge però anche una nota di ottimismo. Il 53 per cento dei Gen Z e il 45 per cento dei Millennials si aspetta un miglioramento della propria situazione economica nel corso dei prossimi dodici mesi. Prospettiva che suggerisce come il fenomeno del “forse più avanti” nasca dalla necessità di costruire, prima di tutto il resto, una base economica percepita come sufficientemente solida.

E se la Gen Z non rifiutasse il lavoro, ma il culto dell’iperlavoro?
Deloitte è una delle principali società al mondo nei servizi professionali, attiva nei settori consulenza, revisione, fiscalità, gestione del rischio e advisory. La rete globale è presente in oltre 150 Paesi e territori e supporta imprese, istituzioni e organizzazioni nei processi di innovazione e trasformazione. Foto di Bjørn Erik Pedersen, Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0)

La leadership continua ad attrarre, però non più a qualsiasi prezzo

Uno degli aspetti più interessanti emersi dal report riguarda il modo in cui Gen Z e Millennials guardano alla carriera. Contrariamente a quanto spesso si pensa, non sembrano aver abbandonato l’ambizione professionale. Piuttosto, stanno ridefinendo il concetto stesso di progresso. Per il 44 per cento dei Gen Z e il 45 per cento dei Millennials il percorso ideale è una crescita graduale e sostenibile nel tempo. Solo il 25 per cento dei Gen Z e il 21 per cento dei Millennials dichiara di preferire una carriera caratterizzata da promozioni rapide e continui avanzamenti di ruolo.

Anche la leadership, di conseguenza, viene interpretata in modo diverso rispetto al passato. Basti pensare che soltanto il 6 per cento degli intervistati indica il raggiungimento di una posizione dirigenziale come principale obiettivo di carriera. Il che, secondo la ricerca stessa, questo non riflette una mancanza di ambizione, tanto quanto una crescente attenzione alla sostenibilità del percorso professionale. Di fatto, la progressione di carriera viene misurata attraverso la capacità di mantenere equilibrio, autonomia e qualità della vita lungo tutto il percorso.

Stipendio, benefit e scalata fanno posto a benessere, equilibrio e senso di sicurezza

È quando si analizzano le ragioni che allontanano Gen Z e Millennials dai ruoli di leadership che emergono elementi particolarmente interessanti. Le principali barriere indicate sono lo stress e il rischio di burnout, citati dal 50 per cento dei Gen Z e dal 49 per cento dei Millennials, seguiti dall’eccessiva responsabilità e dalle preoccupazioni legate all’equilibrio tra vita privata e lavoro. In altre parole, molti giovani associano ancora oggi la leadership a un modello professionale percepito come poco sostenibile dal punto di vista del cosiddetto work-life balance. Proprio per questo, il report evidenzia come i ruoli di leadership risultino più attrattivi quando offrono maggiore flessibilità, percorsi di crescita più chiari e la possibilità di preservare qualità della vita, benessere fisico e salute mentale.

“Le persone della Gen Z e i millennial non vogliono sempre essere leader nello stesso modo in cui lo desideravano i boomer o la Generazione X. I ruoli di leadership restano attraenti, ma devono offrire flessibilità. Quando valutano se assumere o meno una posizione di leadership, il loro ragionamento ruota attorno a una domanda fondamentale. Hanno un senso di sicurezza e di appartenenza? E possono mantenere la propria qualità della vita e il proprio benessere fisico e mentale in quel ruolo?”

Fa sapere Mike Canning, Global Chief Strategy Officer di Deloitte Global.

Per Deloitte, non ci troviamo di fronte a una crisi di leadership, ma un crescente disallineamento tra i modelli manageriali tradizionali e le aspettative di una forza lavoro che attribuisce sempre più valore a benessere, flessibilità e sostenibilità nel lungo periodo.

Perché la formazione continua è oggi la principale strategia di carriera

Se l’incertezza economica spinge molti giovani a rinviare alcune decisioni importanti, non sembra però rallentarne la volontà di investire su sé stessi. Il terzo capitolo del report evidenzia infatti come Gen Z e Millennials stiano rispondendo ai continui cambiamenti del mercato del lavoro puntando sempre più su formazione continua, aggiornamento professionale e sviluppo di nuove competenze. Per queste generazioni, l’adattabilità è ormai considerata la vera strategia di carriera.

Tra le competenze che gli intervistati ritengono di possedere maggiormente figurano etica del lavoro, collaborazione, empatia, adattabilità e capacità di problem solving. Guardando al futuro, emerge però anche una forte attenzione verso abilità considerate sempre più strategiche in un contesto caratterizzato dalla diffusione dell’intelligenza artificiale.

Deloitte sottolinea inoltre come apprendimento e aggiornamento vengano percepiti come un processo continuo che accompagna l’intera vita lavorativa. In un presente in cui tecnologie, mansioni e modelli organizzativi cambiano rapidamente, in altre parole, la capacità di acquisire nuove competenze e adattarsi diventa uno degli strumenti principali attraverso cui Gen Z e Millennials cercano di mantenere occupabilità, resilienza e prospettive professionali nel lungo periodo. A tal proposito, queste le parole di Nicolai Andersen, Global Strategy, Risk and Transactions Leader di Deloitte:

“Man mano che l’intelligenza artificiale trasformerà le carriere professionali, il vantaggio della Generazione Alpha sarà la sua familiarità con la tecnologia, che la distinguerà dalle generazioni precedenti. Ciò che farà davvero la differenza, però, sarà la capacità di sviluppare parallelamente competenze umane come empatia, comunicazione e pensiero sistemico. Saranno proprio queste abilità a rappresentare il vero valore aggiunto, mentre l’AI assumerà un ruolo crescente nelle attività più operative e ripetitive”

Il nuovo e inatteso ruolo della salute mentale nel mondo professionale

Uno dei concetti più interessanti introdotti dall’indagine è quello di “well-being as infrastructure”. In questa prospettiva, salute mentale, gestione dello stress e qualità dell’ambiente lavorativo diventano elementi strutturali dell’esperienza professionale.

I dati mostrano segnali positivi. Il 63 per cento dei Gen Z e il 66 per cento dei Millennials valuta oggi la propria salute mentale come buona o molto buona, in aumento rispetto all’anno precedente. Nonostante ciò, lo stress continua a essere una presenza costante. Il 34 per cento dei Gen Z e il 30 per cento dei Millennials dichiara di sentirsi ansioso o stressato. Al contempo, quasi la metà degli intervistati riferisce sintomi di burnout. Tra le principali fonti di pressione emergono – ancora una volta – le preoccupazioni economiche di lungo periodo. Ma anche la salute dei familiari e la gestione delle spese quotidiane.

Secondo la ricerca, è la qualità dell’ambiente di lavoro a giocare un ruolo decisivo. Il 69 per cento degli intervistati ritiene che il proprio datore di lavoro prenda seriamente la salute mentale dei dipendenti. Il 65 per cento, invece, segnala la presenza di politiche e strumenti di supporto dedicati. Dati che, in generale, riflettono la crescente importanza della sicurezza psicologica come componente essenziale del luogo di lavoro.

E se la Gen Z non rifiutasse il lavoro, ma il culto dell’iperlavoro?
Salute mentale, supporto organizzativo e qualità dell’ambiente di lavoro emergono come fattori sempre più rilevanti nelle scelte professionali (Foto: Pexels)

Quando il senso di appartenenza conta quanto o più della retribuzione

Che cosa rende davvero attrattivo un luogo di lavoro per Gen Z e Millennials? Una domanda alla quale il sesto capitolo del report dedica ampio spazio. Per farlo, mette in discussione l’idea che siano soltanto stipendio, benefit o prospettive di carriera a determinare la soddisfazione professionale. Per le nuove generazioni, infatti, il lavoro sembra assumere valore soprattutto quando viene percepito come qualcosa di significativo.

Non sorprende quindi che il 96 per cento dei Gen Z e il 97 per cento dei Millennials consideri fondamentale avere un senso di scopo nel proprio impiego. Né che circa quattro intervistati su dieci abbiano già rinunciato a opportunità professionali ritenute non coerenti con i propri valori o convinzioni etiche. Allo stesso modo, il 68 per cento dei Gen Z e il 72 per cento dei Millennials ritiene che il proprio lavoro consenta di contribuire in modo concreto alla società.

In che modo le relazioni, ad oggi, incidono sulla permanenza in azienda

Accanto alla ricerca di significato emerge però un secondo elemento altrettanto importante. Il luogo di lavoro ideale è anche quello in cui è possibile costruire relazioni autentiche. Circa due terzi degli intervistati dichiarano infatti di avere almeno un amico stretto sul posto di lavoro. E, sempre secondo Deloitte, questi legami incidono direttamente sia sul benessere sia sulla permanenza in azienda. Tra i Gen Z che hanno amicizie sul lavoro, il 48 per cento prevede di restare nella stessa organizzazione per oltre cinque anni. Dall’altra parte, spunta un 33 per cento di chi invece non dispone di questi rapporti. Tra i Millennials il divario è ancora più marcato, con il 61 per cento contro il 43 per cento.

Nel complesso, l’indagine suggerisce che il luogo di lavoro ideale nasce dall’incontro tra scopo e connessione umana. Quando le persone percepiscono che il proprio lavoro ha un significato e possono contare su relazioni solide, aumenta anche il desiderio di costruire un rapporto duraturo con l’organizzazione.

Più che una crisi generazionale, ci troviamo di fronte ad una trasformazione culturale

In conclusione, a emergere dal “Global Gen Z and Millennial Survey 2026” non è tanto l’immagine di una generazione disinteressata al lavoro. Piuttosto, quella di persone che stanno ridefinendo il significato stesso di successo professionale. Stabilità economica, benessere, sicurezza psicologica, possibilità di apprendere e senso di scopo appaiono sempre più importanti quanto salario, promozioni e avanzamenti di carriera. In questo quadro, la disponibilità ad assumere responsabilità, guidare team o investire sul proprio percorso professionale diventa sempre più legata alle condizioni offerte dall’organizzazione.

Per le imprese, la sfida riguarda pertanto la capacità di ripensare interi modelli di lavoro. Una trasformazione che assume ulteriore rilevanza ora che l’ingresso delle future generazioni nel mercato del lavoro, l’evoluzione delle competenze richieste e la crescente attenzione verso la sicurezza stanno contribuendo a ridefinire il rapporto tra persone e lavoro.

L’indagine si basa sulle risposte di oltre 22.500 appartenenti alla Generazione Z e ai Millennials provenienti da 44 Paesi. Si tratta, più nello specifico, di riscontri raccolti da Deloitte insieme a interviste qualitative condotte con manager e leader aziendali. Un osservatorio che, giunto alla sua quindicesima edizione, offre uno spaccato particolarmente utile per comprendere come stanno cambiando aspettative e priorità delle nuove generazioni.

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L’indagine Deloitte “Global Gen Z and Millennial Survey” 2026 ha coinvolto 22.595 partecipanti (14.384 Gen Z e 8.211 Millennials) provenienti da 44 Paesi. I dati sono stati raccolti tramite questionario online tra novembre 2025 e gennaio 2026 e integrati con interviste qualitative individuali e approfondimenti raccolti da leader aziendali e manager (Foto: Pexels)

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