Con Kintsugi Health, anche tono, pause, ritmo e frequenza diventano possibili indicatori dello stato emotivo e psicologico di una persona

Dietro un semplice e comune “sto bene” possono nascondersi stress cronico, burnout, ansia o forme di disagio psicologico che, soprattutto sul posto di lavoro, non sempre risultano immediatamente riconoscibili. Negli ambienti professionali, d’altro canto, si condividono sì obiettivi ed eventualmente pressioni, ma non necessariamente una dimensione personale profonda, motivo per cui intercettare i segnali più silenziosi della sofferenza mentale è una delle nuove grandi sfide della sicurezza sul lavoro.
Per questo, anche solo la possibilità di analizzare biomarcatori vocali associati al benessere psicologico apre scenari fino a poco tempo fa impensabili. Attraverso variazioni di tono, ritmo, pause e frequenze della voce, ovvero, l’intelligenza artificiale riesce a individuare possibili segnali di affaticamento emotivo prima ancora che il disagio venga esplicitato apertamente. Una prospettiva che, oltre all’aspetto umano, interessa sempre più anche le aziende, consapevoli di come salute mentale e produttività siano oggi profondamente intrecciate.
A muoversi in questa direzione è anche Kintsugi Health, azienda di tecnologia sanitaria fondata nel 2019 a Berkeley, in California, che ha a sua volta sviluppato Kintsugi Voice, una piattaforma basata sull’analisi vocale tramite intelligenza artificiale per lo screening della salute mentale. Ad oggi, strutture sanitarie e assicurazioni utilizzano la tecnologia per rilevare possibili segnali di disagio psicologico in modo rapido e scalabile, aprendo conseguentemente le porte a nuove riflessioni sul rapporto tra prevenzione e mondo del lavoro.
Kintsugi: l’arte del riparare le crepe con l’oro applicata alla salute mentale
Il nome stesso dell’azienda non è affatto casuale. Il termine giapponese “Kintsugi” si riferisce all’antica tecnica di restauro della ceramica rotta utilizzando l’oro, trasformando così le crepe in parte integrante dell’oggetto invece che nasconderle. Una filosofia che diventa qui una chiara metafora della salute mentale, con l’obiettivo di sviluppare tecnologie capaci di colmare le lacune nelle infrastrutture dedicate alla salute comportamentale e ampliare l’accesso alle cure psicologiche.
E non è nemmeno un caso che il riferimento culturale al Giappone si intrecci anche con il tema del karoshi, il fenomeno delle morti legate all’eccesso di lavoro che da anni rappresenta uno dei simboli più estremi della pressione lavorativa moderna. Il termine, in questo caso, venne utilizzato per la prima volta nel 1969, dopo la morte per ictus di un giovane dipendente di soli 29 anni impiegato nel reparto consegne di uno dei principali quotidiani giapponesi. L’uomo lavorava decine di ore di straordinario ogni settimana e, nonostante i primi segnali di malessere, l’azienda lo avrebbe costretto a ritmi ancora più pesanti fino al collasso.
Quello che oggi viene dunque considerato il primo caso documentato di karoshi (letteralmente, di una “morte per troppo lavoro”) non ha fatto che trasformarsi, col passare degli anni, in una vera e propria emergenza mondiale. Ancora oggi – per limitarsi soltanto al Paese dove l’espressione è nata – secondo recenti dati governativi citati dal World Economic Forum circa un lavoratore giapponese su dieci supera le 80 ore di straordinari al mese, soglia considerata ad alto rischio di karoshi.

La nuova frontiera della salute sul lavoro passa per biomarcatori vocali e IA
La risposta al karoshi, inevitabilmente, passa oggi anche dalla costruzione di ambienti di lavoro più sani e sostenibili, terreno dove tecnologie come quelle sviluppate da Kintsugi Health iniziano a essere considerate possibili strumenti di prevenzione. L’obiettivo è, sostanzialmente, individuare segnali precoci di stress e affaticamento emotivo prima che il disagio degeneri, intervenendo quando i sintomi risultano ancora difficilmente percepibili dall’esterno. Una priorità che assume un peso sempre maggiore se si considera che nel maggio 2019 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto ufficialmente il burnout come sindrome legata allo stress cronico lavorativo.
Nell’atto pratico, Kintsugi ha sviluppato una tecnologia di biomarcatori vocali clinicamente validata che sfrutta l’intelligenza artificiale e l’analisi della voce per rilevare possibili segnali di depressione e ansia. Assicurazioni, fornitori di servizi sanitari e vari partner del settore utilizzano oggi la piattaforma per effettuare screening della salute mentale in modo accurato e su larga scala, ampliando così l’accesso agli strumenti di prevenzione psicologica.
Fondata nella Bay Area californiana, l’azienda ha raccolto finora 28 milioni di dollari in finanziamenti, di cui 20 milioni attraverso un round di Serie A guidato da Insight Partners nel 2022 e altri 8 milioni in un seed funding sostenuto nel 2019 da Acrew Capital e dalla National Science Foundation. Negli ultimi anni il team ha inoltre ottenuto diversi riconoscimenti nel settore dell’intelligenza artificiale applicata alla salute, entrando ad esempio nella lista Fierce 15 del 2023 e nella Forbes AI 50 del 2022.
Tono, pause e frequenze, così la voce diventa uno strumento di screening
Il principio alla base di Kintsugi Voice è relativamente semplice, almeno sulla carta: il disagio psicologico spesso emerge prima nel modo in cui una persona parla che nelle parole che sceglie. La piattaforma sviluppata dall’azienda analizza infatti brevi campioni vocali per individuare possibili segnali associati a depressione, ansia e affaticamento emotivo attraverso biomarcatori vocali elaborati dall’intelligenza artificiale. Per questo, più che sul contenuto del discorso, il sistema si concentra su elementi come tono, ritmo, pause, intonazione e frequenze della voce.
L’idea nasce anche da un problema strutturale della salute mentale contemporanea: molte persone non verbalizzano apertamente il proprio disagio oppure lo fanno troppo tardi, mentre medici e sistemi sanitari si trovano spesso sovraccarichi. Attraverso l’individuazione precoce di possibili segnali di sofferenza psicologica, piattaforme come Kintsugi Voice puntano quindi a introdurre modelli di prevenzione predittiva simili a quelli già utilizzati nella gestione del rischio fisico e occupazionale, favorendo interventi tempestivi prima che il disagio richieda percorsi clinici più complessi o emergenziali.
Dal punto di vista tecnico, alla piattaforma basta una breve clip audio di parlato libero per effettuare l’analisi, senza concentrarsi sul significato delle parole pronunciate. Secondo l’azienda, il sistema può inoltre essere integrato direttamente nei flussi clinici già esistenti e utilizzato indipendentemente dalla lingua parlata.

L’obiettivo delle founder: la salute mentale al livello di attenzione di quella fisica
Dietro Kintsugi Health ci sono due donne ambiziose, Grace Chang e Rima Seiilova-Olson, professioniste del mondo tecnologico che hanno deciso di trasformare un’esperienza personale in un progetto imprenditoriale. Entrambe, infatti, avevano sperimentato le difficoltà legate all’accesso ai servizi di salute mentale, tema che le ha spinte a immaginare strumenti più accessibili per intercettare il disagio psicologico prima che degenerasse.
Grace Chang, oggi CEO dell’azienda, proveniva già dal mondo delle startup della Bay Area, dove aveva lavorato in ruoli tecnici legati al machine learning e all’elaborazione dei segnali. Proprio queste competenze sono poi confluite nello sviluppo della tecnologia vocale di Kintsugi, nata con l’idea di utilizzare la voce come possibile indicatore dello stato emotivo e psicologico di una persona:
“In Kintsugi vogliamo ampliare l’accesso all’assistenza per la salute mentale per tutte le persone che ne hanno bisogno, sviluppando strumenti di misurazione oggettivi, quantificabili e accurati, così da portare la salute mentale allo stesso livello di attenzione e considerazione di quella fisica”
Un tema che si intreccia inevitabilmente anche con l’evoluzione stessa del concetto di sovraccarico lavorativo. Se in passato il fenomeno veniva associato soprattutto a ritmi fisicamente insostenibili e quantità estreme di straordinari, oggi il rapporto tra lavoro e salute mentale passa anche attraverso forme di pressione molto meno visibili. Smart working, reperibilità continua, notifiche costanti e confini sempre più sfumati tra spazio personale e professionale stanno infatti ridefinendo il modo in cui stress e affaticamento psicologico si accumulano nel quotidiano, spesso senza segnali immediatamente evidenti dall’esterno.

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