Un report dell’OIL analizza le conseguenze sulla salute legate ai rischi derivanti da fenomeni climatici estremi

Lavorare all’aperto comporta, per sua natura, un’esposizione costante al rischio. A questa componente strutturale si aggiunge però un altro fattore, spesso determinante ma non sempre governabile: quello ambientale, che in presenza di fenomeni atmosferici avversi può amplificare in modo significativo ogni criticità operativa.
Anche in condizioni ordinarie, infatti, le variabili meteorologiche incidono sulla sicurezza delle attività. Banalmente, la pioggia compromette l’aderenza delle superfici, il vento altera la stabilità e il controllo dei movimenti, mentre neve e ghiaccio rendono più incerto l’equilibrio. Le temperature estreme, invece, possono arrivare a compromettere direttamente la capacità di concentrazione, aumentando il margine di errore.
Oggi, tuttavia, questo quadro si è ulteriormente stratificato, con trasformazioni climatiche che stanno intensificando la frequenza e la violenza degli eventi estremi su scala globale. Ondate di calore prolungate, precipitazioni intense, incendi, periodi di siccità e cicloni tropicali, come evidenziato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) nel 2021, rappresentano oramai elementi sempre più ricorrenti. Uno scenario, da straordinario a ordinario, in cui l’impatto sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori diventa centrale.
Coloro che operano all’aperto o in condizioni esposte sono tra i primi, dopotutto, a subire le conseguenze di questa crescente instabilità. Comprendere in che modo i fattori atmosferici influenzino il rischio diventa quindi una necessità operativa per garantire prevenzione e adattamento del lavoro in contesti sempre più complessi.
Perché rischi già noti stanno assumendo una nuova dimensione operativa?
L’analisi condotta dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), nel rapporto “Garantire la salute e la sicurezza sul lavoro nel contesto dei cambiamenti climatici”, propone una lettura sistemica dei rischi emergenti. Il documento individua precisamente sei ambiti principali attraverso cui la crisi climatica incide sulla sicurezza sul lavoro, dal calore eccessivo alle radiazioni ultraviolette, dagli eventi estremi all’inquinamento dell’aria negli ambienti professionali, fino alla diffusione di malattie trasmesse da vettori e agli effetti legati all’uso di prodotti agrochimici.
Molti di questi fattori non rappresentano, tuttavia, una vera e propria novità per la prevenzione. Il caldo, l’esposizione al sole o la qualità dell’aria, per esempio, sono da tempo elementi noti nei contesti lavorativi (e non solo). Ciò che cambia, però, è piuttosto la loro intensità, frequenza e interconnessione, che li rende più difficili da gestire e potenzialmente più pericolosi. Il rapporto sottolinea proprio questo slittamento, evidenziando come rischi già conosciuti stiano assumendo una nuova dimensione operativa.
Accanto all’analisi, l’OIL raccoglie anche le principali risposte messe in campo, tra politiche pubbliche, strumenti normativi, contrattazione collettiva, linee guida tecniche e iniziative di formazione. Un impegno che si inserisce nella più ampia “Strategia globale sulla salute e sicurezza sul lavoro 2024-2030”, in cui la dimensione climatica viene indicata come prioritaria, richiedendo un coordinamento sempre più stretto tra istituzioni e imprese.
Gli effetti dell’aumento delle temperature su scala mondiale
Il primo ambito individuato dall’OIL riguarda proprio il calore eccessivo, oggi tra i fattori più critici per la sicurezza nei luoghi di lavoro. L’analisi evidenzia come l’esposizione alle alte temperature interessi ogni anno almeno 2,41 miliardi di lavoratori a livello globale, con una diffusione trasversale ma particolarmente marcata in settori come agricoltura, edilizia, gestione delle risorse ambientali, trasporti, turismo e servizi di emergenza.
Si tratta, ancora una volta, di un rischio noto, ma profondamente trasformato dalla sua crescente intensità. L’aumento delle temperature medie e la maggiore frequenza delle ondate di calore stanno infatti ampliando sia la platea dei lavoratori esposti sia la gravità degli effetti. Il lavoro fisicamente impegnativo, soprattutto se svolto all’aperto o in ambienti chiusi non climatizzati, diventa così un moltiplicatore di rischio.
Le conseguenze sulla salute sono molteplici e vanno dallo stress termico ai colpi di calore, fino a patologie più severe come danni renali e malattie cardiovascolari. Sul piano occupazionale, l’impatto è altrettanto rilevante: il rapporto stima ogni anno oltre 22 milioni di infortuni legati al caldo, quasi 19 mila decessi e più di 2 milioni di anni di vita corretti per disabilità. Un quadro che si riflette anche sulla produttività e sulla tenuta delle infrastrutture, delineando un rischio strutturale, destinato a intensificarsi.

La radiazione solare ultravioletta: un rischio invisibile e dunque sottovalutato
Il secondo ambito riguarda l’esposizione alle radiazioni ultraviolette, un rischio forse meno percepito ma comunque diffuso, soprattutto tra chi lavora all’aperto. Secondo uno studio del 2023 basato sulle stime congiunte OMS-OIL, circa 1,6 miliardi di lavoratori sono esposti ogni anno ai raggi solari durante l’attività professionale, con incidenze particolarmente elevate nei settori dell’edilizia, dell’agricoltura, dei servizi energetici, della logistica e delle attività portuali.
Anche in questo caso la pericolosità di un fattore già noto viene dunque amplificata da dinamiche ambientali oggi più stratificate, come il progressivo assottigliamento dello strato di ozono. L’esposizione prolungata può determinare effetti immediati, come ustioni e danni oculari, ma soprattutto conseguenze a lungo termine, tra cui l’indebolimento del sistema immunitario e lo sviluppo di patologie degenerative e tumorali della pelle.
L’impatto sanitario restituisce la portata del caso: stando alle medesime stime congiunte sopra menzionate, si contano oltre 18 mila decessi annui legati a tumori cutanei non melanoma di origine professionale. Il rischio, in questo caso, è spesso sottovalutato proprio perché invisibile e cumulativo. Tale condizione, inoltre, colpisce in particolare i lavoratori inconsapevoli di essere esposti a livelli di radiazione ben superiori ai limiti raccomandati.
Trasversali, imprevedibili e sempre più frequenti: gli eventi meteorologici estremi
Con il terzo ambito passiamo ai ben più ampi eventi meteorologici estremi, sempre più frequenti e intensi nel contesto attuale. Un’esposizione che, in questo caso, colpisce in modo trasversale diversi settori, con particolare conseguenze per operatori sanitari, soccorritori, vigili del fuoco, lavoratori edili impegnati in interventi di ripristino, oltre a chi opera in agricoltura e nella pesca.
A differenza di altri fattori di rischio, i dati sull’esposizione professionale risultano ancora limitati, anche se a essere ben documentato è l’impatto complessivo. Basti pensare che la medesima Organizzazione Meteorologica Mondiale stima oltre 2 milioni di decessi legati a rischi meteorologici, climatici e idrici tra il 1970 e il 2019. Seppur il dato non si riferisca esclusivamente al lavoro, restituisce comunque un inquadramento della situazione.
Per i lavoratori, l’esposizione può sia avvenire durante l’evento che nelle fasi immediatamente successive o, ancora, nelle operazioni di bonifica e ricostruzione. A questo si aggiunge un ulteriore livello di rischio legato ai danni alle infrastrutture industriali, con possibili rilasci di sostanze pericolose, incendi o esplosioni. In prospettiva, l’intensificarsi di questi fenomeni rappresenta una minaccia crescente per la sicurezza e la continuità delle attività lavorative.
Le potenziali gravi conseguenze dell’inquinamento dell’aria sui luoghi di lavoro
L’inquinamento dell’aria nei luoghi di lavoro, quarto ambito preso in esame, rappresenta nuovamente un’incognita che interessa potenzialmente tutti i lavoratori, anche se con una maggiore esposizione per chi opera nei trasporti o nei servizi di emergenza. Più precisamente, circa 1,6 miliardi di lavoratori all’aperto risultano esposti a livelli crescenti di inquinamento atmosferico.
Si tratta di un fenomeno strettamente intrecciato con il cambiamento climatico, dato che l’alterazione dei modelli meteorologici influisce sulla concentrazione di inquinanti come particolato fine e grossolano, ozono troposferico e biossidi, mentre l’aumento degli incendi contribuisce ulteriormente alla diffusione di sostanze nocive nell’aria. Anche gli ambienti chiusi, tuttavia, non sono del tutto esenti, poiché gli inquinanti possono derivare sia da fonti interne sia dall’aria esterna.
Il rapporto, in fatto di conseguenze sulla salute, stima che ogni anno circa 860.000 decessi legati al lavoro siano attribuibili all’inquinamento dell’aria tra i lavoratori all’aperto.

Il cambiamento climatico influisce anche sulle malattie trasmesse dai vettori
Come per le radiazioni ultraviolette, anche le malattie trasmesse da vettori sono un pericolo forse meno immediato – perlomeno nella percezione comunque – ma destinato a crescere con il mutare delle condizioni ambientali. Va da sé che l’esposizione, ancora una volta, riguardi soprattutto i lavoratori all’aperto, in particolare nei settori agricolo e forestale, dove il contatto con ambienti naturali aumenta la probabilità di infezione. Queste patologie, causate da parassiti, virus e batteri trasmessi da insetti come zanzare e zecche includono malattie come malaria, dengue, leishmaniosi e malattia di Lyme.
Ma qual è l’interferenza del cambiamento climatico? È semplice: l’aumento delle temperature e le modifiche degli ecosistemi favoriscono la proliferazione e la diffusione geografica dei vettori, ampliando progressivamente le aree a rischio. Se, ovvero, storicamente queste malattie erano concentrate nelle regioni tropicali e subtropicali, le proiezioni indicano una loro espansione verso nuove latitudini, con implicazioni sempre più rilevanti anche per la sicurezza sul lavoro.
Anche l’aumento dell’uso dei pesticidi impatta sulla salute dei lavoratori
Protagonista del sesto settore preso in esame è l’esposizione ai prodotti agrochimici, un rischio nuovamente rilevante nei settori agricolo, forestale e nelle attività legate alla gestione del verde e al controllo dei parassiti. Questa volta, tra il cambiamento climatico e l’uso dei pesticidi intercorre una sorta di circolo vizioso: temperature più elevate e precipitazioni irregolari favoriscono la proliferazione di parassiti, funghi e infestanti, costringendo gli agricoltori a incrementare l’uso di fitofarmaci ma, a sua volta, anche l’utilizzo intensivo di pesticidi e fertilizzanti accelera ulteriormente la crisi climatica.
Le conseguenze sulla salute sono gravi e includono avvelenamenti, patologie oncologiche, disturbi neurologici ed endocrini, oltre a malattie cardiovascolari e respiratorie.
Il dato più critico riguarda l’impatto diretto sulla mortalità. Nello specifico, si stimano oltre 300.000 decessi ogni anno legati all’avvelenamento da pesticidi, che colpisce in modo particolare le aree più vulnerabili. In questo contesto, l’uso diffuso di sostanze altamente pericolose rappresenta una delle principali criticità, accentuata da dinamiche climatiche che ne favoriscono l’impiego e la dispersione nell’ambiente.

Alcune possibili risposte ai pericoli e ai rischi legati ai cambiamenti climatici
Di fronte a rischi sempre più complessi, le risposte non possono che articolarsi su più livelli, tra strumenti normativi e interventi operativi. In molti Paesi, le questioni legate alla salute e sicurezza sul lavoro vengono integrate nelle strategie nazionali su ambiente e sanità pubblica, oppure inserite direttamente nelle politiche di prevenzione come priorità emergenti.
Sul piano legislativo, le normative esistenti coprono già diversi ambiti, dalla protezione contro temperature estreme e radiazioni solari fino all’inquinamento dell’aria, ai rischi biologici e all’uso di sostanze chimiche. In alcuni casi, è previsto l’obbligo per i datori di lavoro di valutare i rischi e adottare misure specifiche, come pause, ventilazione adeguata, formazione e dispositivi di protezione. Tuttavia, permangono non poche lacune, soprattutto nella definizione di limiti di esposizione per alcuni rischi emergenti.
Accanto alla legge, anche la contrattazione collettiva ha intanto introdotto tutele aggiuntive in settori particolarmente esposti, mentre linee guida tecniche e standard operativi contribuiscono a tradurre i principi in pratiche concrete. Un ruolo crescente è svolto anche da programmi di formazione e campagne di sensibilizzazione, spesso rivolti ai lavoratori più vulnerabili, sebbene non tutti i rischi ricevano ancora la stessa attenzione.
Infine, alcune iniziative si collocano proprio nell’intersezione tra sicurezza sul lavoro e salute pubblica, con programmi mirati, ad esempio, alla prevenzione dei tumori cutanei o delle malattie trasmesse da vettori, a conferma di un approccio sempre più integrato.

Il futuro di una tutela più efficace e strutturata per i lavoratori
L’evoluzione dei rischi legati ai cambiamenti climatici rende inevitabilmente necessario un aggiornamento continuo degli strumenti normativi. Se in alcuni casi sarà forse sufficiente rivedere la legislazione esistente, in altri sarà invece indispensabile sviluppare nuove norme e linee guida, integrando in modo sistematico la sicurezza sul lavoro nelle politiche climatiche e, allo stesso tempo, includendo le variabili climatiche nelle pratiche di prevenzione.
Un limite rilevante resta però la base scientifica ancora incompleta. Molte conoscenze disponibili derivano infatti dall’ambito della salute pubblica, mentre risultano più frammentarie le evidenze specifiche sulla salute occupazionale. Per questo motivo, il rafforzamento della ricerca diventa un passaggio essenziale per sviluppare misure efficaci e adattate ai diversi contesti produttivi.
Il rapporto evidenzia a tal proposito il ruolo centrale del dialogo sociale: il coordinamento tra istituzioni – in particolare tra ministeri del lavoro e della sanità – e il coinvolgimento diretto di lavoratori e datori di lavoro sono ovvero elementi chiave per costruire politiche realmente applicabili.
Infine, il crescente riconoscimento del legame tra clima e salute a livello globale, anche attraverso iniziative come le Conferenze sul clima delle Nazioni Unite, sta contribuendo a rafforzare l’attenzione su questi temi. Un orientamento che, se consolidato, può progressivamente tradursi in una tutela più efficace e strutturata per i lavoratori.
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