La Corte dei Conti della UE lancia l’allarme: le navi continuano a inquinare i mari d’Europa passando indisturbate tra le maglie dei regolamenti

In una lunga relazione pubblicata lo scorso 4 marzo, la Corte dei conti europea ha lanciato un allarme forse inatteso: nonostante le norme internazionali e gli sforzi comunitari, navi e imbarcazioni continuano a inquinare massicciamente i mari d’Europa. E l’ambizioso obiettivo “inquinamento zero” per le acque entro il 2030, fissato appena nel 2022, sembra già allontanarsi fin quasi a svanire.
Il problema principale, sottolinea la Corte, riguarda l’applicazione dei regolamenti da parte dei 22 Stati costieri membri dell’UE, che viene definita, senza mezzi termini, insoddisfacente. Nonostante esistano normative e strumenti a disposizione dei Paesi europei, si legge nella valutazione, le azioni volte a prevenire, affrontare, monitorare e sanzionare i vari tipi di inquinamento provocato dalle navi “non sono all’altezza del compito”.
I mari europei sono (ancora) fortemente inquinati
Petrolio, metalli pesanti, container perduti e mai recuperati, relitti di navi abbandonati sui fondali, munizioni scaricate in mare. I mari d’Europa sono ancora molto inquinati. Quel che è peggio, si legge nella relazione della Corte dei conti europea, è che continuano a mancare informazioni dettagliate sullo stato dei mari europei: non conosciamo il numero di container persi in acqua né l’entità degli sversamenti di petrolio e sostanze tossiche. Sappiamo però dalle relazioni pubblicate dall’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) che l’80% delle acque marine dell’UE è considerato “area problematica” per quanto riguarda la presenza di contaminanti e che il 75% è inquinato da rifiuti abbandonati.
Le sostanze pericolose provengono perlopiù da scarichi deliberati (di acque reflue ma anche derivanti dalle sentine e dalla pulizia delle cisterne), dalle vernici antivegetative utilizzate per gli scafi, dalle tonnellate di rifiuti perduti in mare e dai residui degli “scrubber”, i sistemi di depurazione dei gas di scarico utilizzati dalle navi.
Nonostante esistano strumenti normativi attenti come la Convenzione internazionale per la prevenzione dell’inquinamento causato da navi (MARPOL) e diverse direttive UE in materia di inquinamento da idrocarburi, relitti ed emissioni di zolfo, sembra che i Paesi europei stentino a proteggere i loro mari. Come spiega Nikolaos Milionis, Membro della Corte responsabile dell’audit,
“L’inquinamento marino provocato dalle navi rimane un grave problema e, nonostante una serie di miglioramenti negli ultimi anni, l’azione dell’UE non è realmente in grado di tirarci fuori dalle cattive acque. In realtà, si stima che più di tre quarti dei mari europei abbiano un problema di inquinamento e, dunque, l’ambizioso obiettivo di raggiungere un inquinamento zero per proteggere la salute delle persone, la biodiversità e gli stock ittici non è ancora in vista”.

Navi mai riciclate e container persi in mare
Nell’audit della Corte dei conti, che copre il periodo 2014-2024, si segnalano alcune gravi lacune che riguardano soprattutto la gestione dei rischi per l’inquinamento. Gli armatori, per esempio, possono facilmente eludere l’obbligo di riciclo delle navi “mascherandole” con una bandiera di uno Stato non-UE poco prima dello smantellamento. I dati a riguardo sono espliciti: nel 2022 una nave su sette nel mondo batteva bandiera di uno Stato UE, ma se si guardano le navi a fine vita le cifre si dimezzano.
Nel 2018 l’UE aveva attuato, in anticipo e in maniera più stringente, i principi della Convenzione internazionale di Hong Kong per il riciclo delle navi, che entrerà in vigore nel giugno 2025. In base al regolamento UE, le navi commerciali battenti bandiera di uno Stato membro di stazza superiore a 500 tonnellate devono essere riciclate in impianti di riciclo approvati. Perciò, molto semplicemente, queste navi passano ad altra giurisdizione prima di dover essere smantellate.
Un altro capitolo allarmante è quello che riguarda i container persi in mare, che possono rilasciare sostanze pericolose o tonnellate di pellet di plastica. In base alla normativa UE, i carichi persi devono essere immediatamente notificati allo Stato costiero di riferimento dal comandante della nave. Gli Stati membri, inoltre, devono segnalare i container persi nelle proprie acque o da navi battenti la loro bandiera.
Eppure, segnala la Corte, “non vi è alcuna garanzia che tutte le perdite siano dichiarate”. Inoltre, sappiamo per certo che pochissimi container vengono recuperati: le autorità francesi hanno stimato che soltanto 49 dei 1200 container persi nelle zone dell’Atlantico e della Manica tra il 2003 e il 2014 sono stati recuperati. Appena il 4%.

Inquinamento marino: le responsabilità degli Stati membri
Il problema dell’inquinamento non si limita purtroppo alla rottamazione delle navi e alla perdita di carichi di ogni tipo: soltanto nei mari tedeschi si stima siano presenti circa 1500 relitti di navi (di cui non si conosce la pericolosità), 1,6 milioni di tonnellate di munizioni convenzionali e circa 5100 tonnellate di munizioni chimiche.
Quello che emerge dalla relazione è un quadro decisamente preoccupante: “l’UE ha difficoltà a monitorare l’inquinamento provocato dalle navi”, afferma la Corte. Non si conosce l’effettiva quantità di inquinanti dispersi in mare dalle navi né l’identità di coloro che inquinano. Gli Stati membri non eseguono abbastanza ispezioni preventive delle navi e applicano sanzioni troppo miti a chi inquina. Spesso, inoltre, non segnalano le violazioni e mancano di rispondere alle segnalazioni ricevute dall’EMSA (Agenzia europea per la sicurezza marittima) in merito agli sversamenti in mare.
Nel periodo 2022-23, per esempio, il sistema europeo di sorveglianza satellitare per il rilevamento di chiazze di idrocarburi (CleanSeaNet) ha individuato in totale 7731 possibili sversamenti nei mari dell’UE, per lo più in Spagna (1462), Grecia (1367) e Italia (1188). Gli Stati membri, però, si sono attivati per meno della metà di queste segnalazioni, confermando l’inquinamento solo nel 7% dei casi.
I Paesi europei sono anche dotati di diverse navi pronte a intervenire in caso di sversamenti e di un drone con sensore sniffer in grado di misurare le emissioni di ossido di zolfo e di ossido di azoto prodotte dalle navi più inquinanti, ma tendono a sottoutilizzarli.
Infine, gli Stati mancano di trasmettere dati fondamentali: erano infatti tenuti a preparare una serie di dati per il periodo 2016-21 entro l’ottobre del 2024, ma a dicembre soltanto 5 Paesi avevano presentato i loro rapporti. A quanto pare, la tutela dei mari può aspettare ancora.
Ecco tre approfondimenti che potrebbero interessarti:
Navi fantasma: quell’esplosione silenziosa della Blue Economy
Ecco perché l’Oceano Artico assorbirà meno CO2 del previsto
La pesca industriale minaccia le riserve di carbonio blu



