Otto sea lions australiani equipaggiati di telecamere rivelano agli scienziati l’incredibile varietà di habitat dei fondali oceanici

I ricercatori australiani sono riusciti a mappare gli habitat di una vasta porzione d’oceano, mai esplorata prima, grazie ai leoni marini. La nuova mappatura, che riguarda oltre 5.000 chilometri quadrati di fondali della costa australiana meridionale, è il frutto di decine di ore di video che non sarebbe stato possibile ottenere senza la collaborazione di otto esemplari di Neophoca cinerea.
D’altro canto, conoscere meglio i misteriosi habitat delle profondità oceaniche potrebbe tornare molto utile anche a questi animali, che sono una specie in pericolo. Le nuove informazioni sugli habitat importanti per i leoni marini australiani, spiegano gli scienziati, saranno fondamentali per la conservazione delle loro popolazioni in futuro.
I leoni marini per lo studio dei fondali oceanici
I leoni marini australiani (Neophoca Cinerea) sono considerati una specie in pericolo: in alcuni Paesi sono già estinti, e le loro popolazioni nell’Australia meridionale e occidentale, si legge nello studio pubblicato qualche giorno fa su “Frontiers in Marine Science“, sono diminuite di oltre il 60 per cento negli ultimi 40 anni.
Per tutelare questi animali, che vivono stabilmente sulle coste sabbiose australiane e si allontanano al massimo di qualche centinaio di chilometri, sarà necessario lavorare sulla collocazione delle riserve marine e sulla pianificazione del ripristino degli habitat. Il problema è che i leoni marini australiani cacciano soprattutto sul fondo del mare, in ambienti bentonici. E i fondali marini restano in buona parte un mistero.
Mappare e studiare le aree profonde e remote è molto difficile, costoso e richiede una gran quantità di tempo, spiega Nathan Angelakis, dottorando presso l’Università di Adelaide e il South Australian Research and Development Institute (SARDI)-Aquatic Sciences, primo autore dello studio.
“Nella nostra nuova ricerca, io e i miei colleghi abbiamo collegato telecamere subacquee e tracker a otto leoni marini australiani di due colonie dell’Australia meridionale”, spiega Angelakis su The Conversation, “i leoni marini hanno esplorato aree non cartografate dell’oceano, hanno trovato nuove barriere coralline e hanno rivelato un’incredibile varietà di habitat sul fondale marino”.
Telecamere, GPS e modelli informatici predittivi
I ricercatori hanno lievemente sedato i leoni marini, otto esemplari femmina, e poi hanno attaccato sul loro dorso telecamere e localizzatori GPS piccoli e leggeri: “L’attrezzatura pesava meno dell’1 per cento del peso corporeo dei leoni marini e non sporgeva molto, in modo da ridurre al minimo la resistenza aerodinamica e consentire un movimento illimitato”, spiega Angelakis.
L’attrezzatura è stata rimossa dopo circa 2-6 giorni di viaggio in mare, quando gli animali sono tornati a terra per allattare i propri cuccioli. A quel punto i ricercatori hanno raccolto e scaricato i dati, che sono stati utilizzati anche per sviluppare dei modelli informatici predittivi in grado di completare la mappatura degli habitat attraversati.
Come prima cosa, hanno analizzato le immagini girate dalle telecamere, 89 ore di video in totale: “Abbiamo utilizzato un programma informatico con il quale abbiamo classificato i diversi habitat del fondale marino visitati dai leoni marini”, spiega Angelakis, “abbiamo poi combinato i dati sugli habitat con quelli ambientali, come le concentrazioni di nutrienti, le temperature della superficie del mare e le profondità del fondale. Questo ci ha permesso di caratterizzare i diversi habitat visitati dai leoni marini”.
Questa mole di informazioni è stata infine utilizzata per prevedere gli habitat delle aree che i leoni marini non avevano visitato durante la loro permanenza in mare. “Complessivamente”, afferma il dottorando, “abbiamo mappato l’habitat di oltre 5.000 chilometri quadrati di fondale marino, finora mai esplorato”.

Esplorare l’oceano dalla prospettiva di chi lo abita
Lo studio dimostra che i leoni marini australiani si muovono attraverso una varietà di habitat sul fondale marino: nei loro viaggi fino a 110 metri di profondità hanno attraversato rigogliose barriere coralline e praterie di alghe, vaste pianure di sabbia e densi giardini di spugne, ma anche diversi habitat di scogliera popolati di invertebrati.
I modelli elaborati dai ricercatori suggeriscono che l’apporto di nutrienti, la temperatura superficiale del mare e la profondità sono fattori particolarmente cruciali per la distribuzione e la struttura degli habitat del fondale marino.
“L’utilizzo dei leoni marini per la mappatura dei fondali marini presenta notevoli vantaggi”, afferma Angelakis. “I leoni marini possono coprire vaste aree in tempi brevi e possono accedere ad habitat che noi non possiamo raggiungere. Inoltre, questa ricerca può essere condotta da terra, con un minor numero di persone e a costi relativamente bassi rispetto alle tradizionali indagini via nave”.
Conoscere gli habitat di questi animali è fondamentale anche per la loro conservazione: le importanti informazioni ottenute da questa indagine saranno cruciali per la gestione delle loro popolazioni e anche per la tutela di altre specie marine, soprattutto considerando il contesto di crescente pressione antropica sugli ambienti bentonici di tutto il mondo.
Le immagini girate sul dorso dei leoni marini offrono anche la straordinaria possibilità di osservare gli habitat marini dal punto di vista di un predatore, uscendo dalla tradizionale e limitata prospettiva antropocentrica.
“L’utilizzo di video di un predatore come il leone marino australiano è un altro modo per valutare l’importanza dei diversi ambienti marini”, spiega lo scienziato, “in futuro, questo approccio contribuirà a migliorare la nostra comprensione degli oceani del mondo e delle specie che li utilizzano”.
Un leone marino australiano dotato di una telecamera subacquea
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(Foto: WWF Australia)

