Arricchire la vegetazione non basterà a salvare le città dalle isole di calore: senza suoli sani e spazi vitali, il verde resta un alleato troppo fragile

I rapporti internazionali delineano un quadro sempre più critico per quanto riguarda la salute pubblica in città: le aree urbane sono sempre più soggette a fenomeni di caldo estremo, con inevitabili conseguenze sulla salute dei cittadini. Nel misurarsi con gli effetti della crisi climatica, gli urbanisti sembrano essersi trincerati dietro una soluzione apparentemente semplice e funzionale: piantare alberi.
Ma piantare alberi non basta, se questi sono condannati a una sopravvivenza stentata tra suoli asfittici e potature troppo aggressive. Finché gli alberi saranno relegati allo status di “arredo urbano” di bassa priorità, resteranno alleati troppo fragili per riuscire a contrastare le isole di calore urbane.
La minaccia del calore urbano: i dati del Lancet Countdown
Secondo il Lancet Countdown on health and climate change del 2024, l’Europa sta affrontando un riscaldamento senza precedenti che si è manifestato con temperature record, siccità e inondazioni nel 2022 e nel 2024. I decessi correlati al caldo sono aumentati nella maggior parte d’Europa, come anche le ore di rischio per l’attività fisica e la presenza di agenti patogeni come la dengue, la Zika e la leishmaniosi – che oggi trovano un clima molto più idoneo alla loro diffusione. E poi ci sono gli incendi boschivi e la siccità estrema, che nel 2021 ha colpito la sicurezza alimentare di quasi 12 milioni di europei.
Nelle città c’è un altro problema: gli effetti del caldo sono amplificati dall’uso estensivo di asfalto e cemento, e le ondate di calore stanno diventando sempre più frequenti e letali. Mitigare l’effetto isola di calore urbana (Urban Heat Island, o UHI) non è più l’ambizione di un nugolo di architetti e designer di corrente, ma una misura necessaria per difendere i cittadini dalla minaccia del calore urbano.
Il problema vero è che piantare un gran numero di alberi non basta. Lo chiarisce bene l’ultimo studio guidato da Thami Croeser della Royal Melbourne Institute of Technology University pubblicato la scorsa settimana su Nature Communications. La silvicoltura urbana è una disciplina che è avanzata molto negli ultimi decenni, eppure si scontra con delle limitazioni sostanziali, che rischiano di vanificare l’attento lavoro dei progettisti.
La regola del 3-30-300 è ancora un traguardo lontano
Due anni fa, con un altro team di studiosi, Croeser aveva indagato oltre 2,5 milioni di edifici in otto città sparse per il mondo, dimostrando che la stragrande maggioranza di essi presenta una copertura arborea insufficiente. In base alla celebre regola 3-30-300 formulata da Cecil Konijnendijk, abitazioni, scuole e luoghi di lavoro dovrebbero avere almeno 3 alberi a portata di sguardo, trovarsi in un quartiere con una copertura arborea superiore al 30% ed essere a meno di 300 metri di distanza da un parco.
Secondo lo studio del 2024, pubblicato anch’esso su Nature Communications, anche città di fama mondiale come Amsterdam, New York, Singapore e Melbourne stentano a soddisfare la regola di Konijnendijk. Il requisito dei 3 alberi è abbastanza semplice da soddisfare, ma quello della vicinanza coi parchi è risultato discontinuo. A una più attenta analisi, inoltre, è evidente che gli alberi cittadini sono troppo piccoli per garantire una copertura arborea adeguata.
Per esempio a Melbourne, nonostante il 44% degli edifici abbia la vista su almeno tre alberi, solo il 3% delle strutture dei sobborghi più interni gode di un’adeguata copertura. Come spiegò allora Croeser,
“Troppo spesso piantiamo gli alberi per ultimi nell’arredo urbano. Li piantiamo in condizioni molto difficili e, al primo problema, vengono abbattuti. Che si tratti di accesso per lavori in corso, di una lamentela di un residente o di un cavo sotterraneo, siamo molto rapidi a rimuovere gli alberi stradali e a sostituirli con giovani alberelli”.
Inoltre, gli alberi piantati in città vengono potati drasticamente, perciò raramente hanno la possibilità di crescere come farebbero in natura. Piccoli e sacrificati, gli alberi non riescono a mitigare il calore urbano come potrebbero.

Vicinanza e densità: le chiavi del raffrescamento
L’ultimo studio di Croeser sintetizza e chiarisce i requisiti fondamentali per il successo della silvicoltura urbana. Innanzitutto, per essere efficace contro il caldo estremo, al copertura arborea dev’essere abbastanza vicino agli edifici. Nonostante molte città presentino una copertura sufficiente, che arriva anche al 30-40%, recenti studi condotti in Europa, nel Sud-Est asiatico, in Australia e negli Stati Uniti hanno evidenziato che gran parte degli alberi si trovano troppo distanti dagli edifici per offrire un raffreddamento efficace:
“La stragrande maggioranza dei residenti urbani vive e lavora in edifici che non raggiungono nemmeno il 30% di copertura arborea. Questa carenza di copertura arborea si verifica spesso nei quartieri a basso reddito, soggetti a cronici disinvestimenti, un’ingiustizia ambientale che aggrava ulteriormente i rischi posti dalle ondate di calore”.
Oltre ad essere troppo lontani dai centri attorno a cui gravitano le attività umane, gli alberi sono anche troppo distanti tra di loro per contrastare i flussi di calore. Come dimostrò uno studio del 2020 condotto su 5 grandi città (Ottawa, Stoccolma, Parigi, Buenos Aires e Washington DC), la densità di piantumazione in aree urbane è compresa tra 1 e 1,6 alberi per 100 metri di lunghezza del tratto stradale, considerando entrambi i lati della strada.
Eppure, sottolineano i ricercatori, basterebbe piantare alberi nello spartitraffico e sui marciapiedi per ottenere 48 alberi ogni 100 metri, mantenendo uno spazio di almeno sei metri tra una pianta e l’altra, per non compromettere la fruibilità di parcheggi, corsie e passaggi.

Alberi piccoli e malandati non salveranno le città dal caldo
L’applicazione di ampie zone in cui è fatto divieto di piantumare alberi, per non disturbare sottoservizi, passi carrabili e segnaletica stradale, dimostra che gli alberi “continuano a essere considerati una priorità bassa nelle decisioni di progettazione urbana”. La conseguenza più diretta è che gli alberi non vengono curati abbastanza. Restano piccoli e sono spesso in cattivo stato di salute.
“Gli alberi malati non crescono velocemente, non vivono a lungo e non raffreddano efficacemente”,
si legge nella ricerca. Questo è spesso dovuto alla scarsa qualità del suolo e a un’insufficiente disponibilità di acqua, ma può derivare anche da ristagni idrici o da una selezione inadeguata delle specie:
“Per esempio il Platanus x hispanica ha mostrato una riduzione del 61% nella crescita durante la siccità del suolo, mentre la Robinia pseudoacacia ha registrato un calo del 58% nella traspirazione in condizioni di siccità estrema. Gli alberi piantati in aree pavimentate o compattate, comuni nelle zone urbane ad alta impermeabilità, hanno subito riduzioni fino al 60% sia nella crescita strutturale che nelle prestazioni di raffreddamento”.
Queste infrastrutture viventi possono “funzionare” solo se progettate con la giusta attenzione, solo se nutrite con un volume di terreno adeguato e un’infiltrazione d’acqua sufficiente e solo se curate fino alla maturità – che in ultimo è quello che gli permette di far ricadere sugli operosi umani i benefici della loro quieta presenza.
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