Il progetto di protezione marina attorno alle Isole Kermadec è stato per ora frenato in Nuova Zelanda da conflitti giuridici, culturali e politici

(Foto: International Space Station)
Lo scenario delle Isole Kermadec o Rangitāhua è uno dei casi più emblematici al mondo quando si tratta di biodiversità marina, conflitti ambientali e rivendicazioni indigene. Un progetto che avrebbe potuto definire un nuovo modello di salvaguardia oceanica è finito in stallo, ma il dibattito non si è affatto placato: quello che appare come un arretramento è piuttosto un passaggio complesso verso una ridefinizione delle responsabilità marine in Nuova Zelanda.
Vale la pena esplorare il percorso, le ragioni del fallimento, le nuove iniziative in corso, le posizioni delle comunità Māori e le prospettive che si profilano da qui al 2030.
Il santuario Kermadec: promessa e inasprimento delle tensioni
Le Isole Kermadec, situate a circa 800-1.000 chilometri a nord-nordest dell’Isola del Nord della Nuova Zelanda, sono un arcipelago remoto e pressoché disabitato (ad eccezione della stazione meteorologica permanente su Raoul Island).
Geologicamente, fanno parte di un arco vulcanico subduttivo, comprendendo anche la profonda fossa oceanica di Kermadec. Questo contesto ha favorito la presenza di habitat marini molto diversificati, specie rare e comunità ecologiche fragili, che attirano l’attenzione scientifica internazionale per l’unicità del loro patrimonio naturale.
Nel 2015 il Governo neozelandese aveva annunciato un ambizioso progetto: istituire un Kermadec Ocean Sanctuary di 620.000 km quadrati circa, con l’obiettivo di proteggere una porzione significativa della Zona Economica Esclusiva (ZEE). Si sarebbe trattato di una delle aree marine protette “full no-take” più vaste al mondo, ben maggiore della somma delle riserve marine esistenti in Nuova Zelanda fino ad allora (che coprivano soltanto le 12 miglia nautiche costiere). Uno spazio così esteso, era stato rilevato, sarebbe stato 35 volte più grande dell’area totale delle 44 riserve marine neozelandesi esistenti.
Ma la promessa di tutela si è scontrata con realtà complesse: trasposizione legislativa, conflitti con i diritti Māori (gli iwi), pressione delle attività economiche, difficoltà di governance. Nel marzo del 2024, il Governo di Wellington ha annunciato lo stop formale al disegno di legge che avrebbe istituito il santuario: il Kermadec Ocean Sanctuary Bill è stato rimosso dallo “Order Paper”, l’ordine del giorno, parlamentare.
La decisione è stata motivata da ragioni politiche ed economiche: il ministro delle Risorse Marine, Shane Jones, ha sostenuto che imporre un divieto sull’area marina per scopi economici e culturali avrebbe violato equilibri e diritti acquisiti. Inoltre, i Māori avevano già manifestato preoccupazioni: molti avevano ottenuto attraverso accordi storici diritti di pesca nelle acque circostanti, che il progetto sancito avrebbe sottratto. Senza una ridefinizione chiara del ruolo degli iwi nella governance, il santuario avrebbe implicato una perdita sostanziale dei loro diritti tradizionali.
Così, il piano che ambiva a proteggere oltre il 15 per cento della ZEE neozelandese si è arrestato prima ancora di entrare in vigore. Tuttavia, non si può leggere questo arresto come una resa definitiva: anzi, nuove iniziative in corso mostrano che la politica tenta di mantenere una forma di protezione mitigata, compatibile con pressioni culturali, giuridiche e politiche.
Consultazioni costiere e nuove regole marine in vigore nel 2025
Dopo lo stop al disegno di legge per il santuario integrale, il Governo ha avviato un percorso di riforma più modulare e, per certi versi, innovativo: nel 2025 è stata aperta una consultazione pubblica per il Proposed Plan Change 1 al Regional Coastal Plan riguardante le Isole Kermadec e le Subantarctic Islands. Le osservazioni cittadine sono aperte fino al 22 ottobre 2025.
L’obiettivo delle modifiche proposte è duplice: rafforzare le misure di biosecurity marina e regolare l’accesso delle navi all’area costiera. Si prevede un obbligo di ispezione degli scafi delle imbarcazioni per ridurre rischi di introduzione di specie marine invasive (biofouling), restrizioni sull’ancoraggio e sull’uso di mezzi accessori (come i tender), e norme più stringenti durante periodi critici di presenza di mammiferi marini, come le balene del sud.
Altro elemento centrale della proposta è l’inserimento formale dei riconoscimenti statutari degli iwi Ngāti Kuri e Te Aupōuri nel piano costiero, come previsto dai loro diritti di reddizione (o restituzione) con la Corona del 2015. Si intende includere nelle regole lo status di “outstanding natural character” (“carattere naturale eccezionale”) per tutta l’area costiera, in modo da porla sotto una protezione ambientale rafforzata.
Queste iniziative mostrano che, pur senza il santuario pienamente operativo, lo Stato tenta di imprimere un elemento di regolazione e tutela più incisiva, anche se circoscritta. Resta però il nodo della governance condivisa con le comunità Māori e le modalità di attuazione pratica.

I diritti Māori, il trattato di Waitangi e le molte opposizioni culturali
Un aspetto che ha avuto peso determinante nel fallimento del santuario è il rapporto con i Māori e i diritti acquisiti dalle loro comunità. Nel 1992, tramite il Māori Fisheries Settlement, molte persone di etnia iwi ottennero quote di pesca e previsioni legali su specifiche aree marine e costiere. Questi elementi sono considerati da loro come parte integrante del loro patrimonio culturale e delle loro pratiche tradizionali.
Il progetto del santuario avrebbe cancellato o limitato fortemente queste prerogative, se non fosse stato definito un modello di gestione coerente che rispettasse tikanga e kawa (cioè, norme e pratiche Māori), insieme a meccanismi decisionali condivisi. Le comunità iwi hanno insistito che qualsiasi progetto sul mare debba essere indigenous-led, ovvero guidato da loro, non soltanto consultato.
Uno di loro, Rangimarie Hunia, ha affermato che
“continuare le conversazioni secondo il quadro attuale imposto dalla Corona non offre opportunità significative per gli iwi o per la Corona; serve un dialogo guidato dagli iwi che rispetti mana, tikanga e kawa”.
A complicare ulteriormente il contesto, tra il 2024 e il 2025 si è sviluppato il dibattito sul Regulatory Standards Bill, una proposta legislativa che alcuni critici considerano pericolosa perché potrebbe indebolire l’efficacia delle normative ambientali e i diritti Māori. Il disegno di legge è passato alla sua prima lettura parlamentare nel maggio 2025 e ha ricevuto oltre il 98 per cento di opposizioni pubbliche negli emendamenti presentati. Il Tribunale Waitangi, in un rapporto interinale, ha suggerito che il governo sospenda il progetto affinché sia garantita una consultazione reale e significativa con i Māori.
In questo contesto, gli iwi considerano che ogni iniziativa marina, residua o nuova, debba integrarsi con i trattati storici e i principi del Te Tiriti o Waitangi (il Trattato di Waitangi del 6 febbraio 1840), che riconosce diritti e giurisdizioni condivise tra la Corona e le popolazioni indigene.
Pertanto, il fallimento del santuario non è stato soltanto una questione ecologica o infrastrutturale, ma un riflesso del conflitto tra sfera ambientale moderna e tradizioni culturali che chiedono riconoscimento e partecipazione diretta.
Ecologia, minacce emergenti e innegabili valori scientifici
Nonostante i ritardi normativi, la rilevanza ecologica delle Kermadec non è diminuita. Le acque circostanti ospitano specie marine profonde, comunità coralline, organismi mesofotici e specie migratorie che utilizzano il corridoio oceanico per spostarsi. Le esplorazioni scientifiche mostrano che ci sono habitat poco conosciuti tra i 25 e i 150 metri, zone dove la luce filtra, ma non basta per la fotosintesi classica: queste aree, dette mesofotiche, sono spesso trascurate dagli studi convenzionali ma risultano di grande importanza biologica e genetica.
Il rischio ambientale non è teorico: l’introduzione di specie invasive tramite scafi, l’inquinamento in mare aperto, collisioni con grandi navi, attività di pesca di fondo sono tutte pressioni che, pur leggere, possono alterare un sistema assai delicato. Le ispezioni degli scafi proposte, le restrizioni di ancoraggio e i limiti nei periodi di presenza di mammiferi marini sono misure che cercano di ridurre questi impatti incrementali.
In più, il contesto globale rende la postura della Nuova Zelanda ancora più visibile. Un articolo del giugno 2025 del quotidiano britannico “The Guardian” sottolineava come il paese, pur disponendo di una Zona Economica Esclusiva di oltre 4 milioni di km quadrati, protegga attualmente meno dell’1 per cento delle sue acque con misure elevate, e che pratiche come la pesca di fondo continuino anche su seamounts sensibili, con conseguenze gravi per gli ecosistemi profondi di queste montagne sottomarine, isolate e generalmente di forma conica, che si elevano per almeno 1.000 metri dal fondale marino e possono avere origini vulcaniche
Questo significa che, sebbene le Isole Kermadec restino una priorità simbolica e scientifica, la Nuova Zelanda rischia di perdere credibilità nella protezione marina globale se non riesce a trasformare promesse in misure tangibili e durature.
Le troppe contraddizioni politiche e la posta in gioco nazionale
Il percorso del santuario ha messo in luce contraddizioni interne. Da un lato, il sostegno pubblico è largamente favorevole: sondaggi recenti segnalano che una grande maggioranza della popolazione neozelandese considera la protezione marina un valore da rafforzare.
Dall’altro, i vincoli politici sono forti. Il partito NZ First, alleato in coalizioni governative, rimane vicino agli interessi della pesca commerciale; il ministero delle Risorse Marine ha citato la necessità di salvaguardare la “economia blu” come priorità strategica.
Un tema importante è la revisione delle leggi sul mare e sulla proprietà costiera: il Marine and Coastal Area (Takutai Moana) Act del 2011 ha introdotto un regime speciale per il possesso delle aree costiere, riconoscendo che il titolo non è automaticamente della Corona, ma può essere rivendicato dai Māori. La tensione esistente tra questi diritti e le restrizioni ambientali rimane fondamentale.
Il Regulatory Standards Bill, se approvato con contenuti deboli o vincoli più permissivi, potrebbe indebolire l’efficacia del quadro ambientale neozelandese. Organismi come la Environmental Defence Society criticano il fatto che la legge rischi di subordinare regolamentazioni ambientali a una stretta analisi costi-benefici, limitando la capacità dello Stato di imporre vincoli in nome della tutela ecologica.
In sostanza, il “fallimento” del santuario appare in realtà come la dimensione visibile di una contesa più ampia: il potere di decidere chi controlla il mare (Governo centrale neozelandese, enti di conservazione, comunità Māori od operatori economici) rimane irrisolta.
Scenari futuri: protezione parziale, rilancio oppure impasse?
Davanti a questa congiuntura, emergono almeno tre scenari possibili per il destino delle Kermadec:
Santuario riformulato con gestione condivisa
Un tipo di santuario più “morbido”, che include zone no-take e altre a uso limitato, con governance integrata tra lo Stato e gli iwi. Questo modello richiederebbe una ridefinizione delle quote di pesca Māori, meccanismi consultivi vincolanti e una riconciliazione culturale. Potrebbe essere il solo modo di ottenere un consenso duraturo.
Protezione incrementale tramite strumenti regolatori
Le modifiche al piano costiero in corso rappresentano già un tentativo in questa direzione: almeno alcune misure ambientali rafforzate, controlli di biosicurezza, restrizioni operative. Queste misure possono fornire un livello base di tutela anche senza un santuario integrale, ma rischiano di restare insufficienti se le pressioni aumentano.
Blocco permanente e degrado progressivo
Se le tensioni politiche e culturali non trovano mediazione, si rischia che non si arrivi mai a misure sostanziali, e che l’area subisca pressioni crescenti nei decenni. In questo scenario, la reputazione internazionale della Nuova Zelanda come custode marino verrebbe compromessa, mentre il cambiamento climatico, le specie invasive e l’inquinamento potrebbero ridurre irreversibilmente il valore ecologico della zona.
La scienza, intanto, può giocare un ruolo chiave: nuove ricerche in zone meno esplorate (come la fascia mesofotica), missioni oceanografiche, raccolta di dati genetici e mappature biogeografiche possono arricchire l’argomentazione per una tutela più robusta, dimostrando che i valori naturali di Kermadec non sono “potenziali” ma già oggi inestimabili.

Sintesi ed esiti possibili: un test oceanico per la Nuova Zelanda
Le Isole Kermadec o Rangitāhua rappresentano una ferita aperta nel dialogo tra conservazione marina, diritti tradizionali e politica nazionale. Il progetto del santuario, pur ambizioso, ha messo in luce la complessità di operare in territori dove non è soltanto la natura a richiedere tutela, ma anche culture millenarie che reclamano partecipazione e riconoscimento.
Lo stop al disegno di legge non è la fine del capitolo, ma un punto di riavvio. Il percorso che si sta tentando di costruire (attraverso consultazioni costiere, regolazioni biosecurity, norme di accesso e riconoscimento statutario degli iwi) è parziale, incerto ma significativo.
Se la Nuova Zelanda saprà tradurre la pressione pubblica in misure credibili, integrarvi i diritti Māori, dare forza operativa agli enti di conservazione e dotarsi di un quadro legislativo moderno e vincolante, potrà recuperare terreno nel suo ruolo internazionale di custode degli oceani. Altrimenti, rischia che le Isole Kermadec diventino simbolo di una promessa infranta, con costi non soltanto per la biodiversità, ma anche per la coesione sociale, la credibilità ambientale e la fiducia fra Stato e popolazioni indigene.
La posta in gioco è alta: definire come si tutela il mare quando l’umanità, la cultura e l’ecologia si intrecciano, soprattutto senza che nessuna voce resti esclusa.
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