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Spazi urbani e vivibilità: esistono davvero città felici?

Felicità e spazi urbani: superare il concetto di vivibilità per integrare la soddisfazione soggettiva nel design delle città 

Che significa che una città è felice?
La vivibilità delle città non basta per influire sulla felicità dei suoi abitanti: un nuovo paradigma per la pianificazione urbana (Foto: Brooke Cagle brookecagle / CC0 1.0)

Il concetto di “città felice” è spesso associato a quello di vivibilità degli spazi urbani. Come se la qualità della vita, il benessere psicologico e la soddisfazione personale fossero il risultato diretto di servizi funzionanti, sicurezza e infrastrutture moderne. Il legame tra spazio pubblico e felicità, però, è molto più complesso. Un nuovo approccio metodologico, guidato dalle intuizioni del sociologo Ruut Veenhoven, sta tentando di mappare gli elementi che rendono una città non soltanto vivibile, ma anche capace di influire concretamente sull’equilibrio affettivo dei suoi abitanti.

Studiare la felicità (che non è un sinonimo di vivibilità)

Secondo la definizione di Ruut Veenhoven, il sociologo olandese che dedicò la vita allo studio scientifico della felicità e che fondò il World Database of Happiness, vivibilità è un termine generico per indicare le qualità dell’ambiente “che sembrano rilevanti per soddisfare i bisogni umani”. Il che significa che un ambiente vivibile è quello che fornisce le condizioni in cui le persone possono prosperare, essere sane e felici.

La felicità, però, è un’altra cosa. Intesa, sempre nella definizione di Veenhoven, come “godimento soggettivo della propria vita nel suo complesso”, la felicità non può essere legata a nozioni “oggettive” di cosa sia una buona vita, men che meno al concetto di vivibilità.

Come si legge in un articolo firmato da Veenhoven poco prima della sua scomparsa, scritto insieme alla ricercatrice Sahar Samavati,

“Il livello di felicità delle persone in un ambiente dipende anche dalla loro capacità di vivere; persone mentalmente e fisicamente forti possono essere felici in situazioni di disagio. […] anche la salute mentale non è la stessa cosa; si può essere patologicamente felici oppure essere felici nonostante un disturbo mentale”.

Quando si parla di spazi urbani e felicità, quindi, non basta farsi domande sulla vivibilità degli spazi. Bisogna partire, si legge nello studio, da due informazioni: quanto le persone si sentano bene per la maggior parte del tempo (“equilibrio affettivo”) e in che misura percepiscono di ottenere dalla vita ciò che desiderano (“soddisfazione”). Se è vero, come amava ricordare Veenhoven, che la felicità è un “risultato”, lo spazio urbano può essere un mezzo per il suo raggiungimento. Ma non è detto che una città funzionale, o vivibile, sia anche felice.

Felicità urbana in una città dell'India
Secondo Veenhoven e Samavati, la felicità non può essere legata a nozioni “oggettive” di cosa sia una buona vita, men che meno al concetto “tradizionale” di vivibilità (Foto: Buiobuione / CC BY-SA 4.0)

Felicità urbana: il paradosso del centro città

La ricerca di Veenhoven e Samavati si confronta direttamente con quello che, almeno nel 2023, era un dato di fatto: per quanto vi sia un crescente interesse sul ruolo del design urbano sulla felicità delle persone, questo tipo di studi non ha ancora portato “allo sviluppo di una solida base di dati”. Però esistono centinaia di risultati – provenienti da studi effettuati in 20 nazioni tra il 1975 e il 2022 – che riescono a dare un’immagine piuttosto indicativa di come l’ambiente urbano influenzi la felicità.

Per quanto riguarda le caratteristiche valutate oggettivamente, le persone che vivono in città tendono ad essere più felici quando hanno accesso al verde, ai servizi per il tempo libero, all’assistenza sanitaria e a servizi di base come fognature e acqua corrente. E fin qui, siamo nel pieno del senso comune. Ma c’è un dato curioso: i cittadini tendono a legare una certa infelicità alla vicinanza con i negozi e con il centro città, quando li valutano in senso oggettivo, mentre gli stessi servizi sono correlati positivamente alla felicità quando si parla di disponibilità e soddisfazione percepite soggettivamente.

Questo, che potrebbe sembrare un paradosso, agli occhi degli studiosi potrebbe forse essere spiegato con diversi fenomeni: la vicinanza al centro città potrebbe essere oggettivamente legata a svantaggi come “la frenesia, l’anonimato e la criminalità”, oppure potrebbe dipendere dal maggior numero di single che scelgono di vivere in centro (“i single sono in genere meno felici delle persone sposate”). Un “paradosso” che resta aperto. “Questi pochi risultati”, si legge nello studio, “non possono risolvere il problema”.

Cos'è la felicità urbana?
La vicinanza ai trasporti pubblici è uno dei fattori che possono influenzare la felicità delle persone, ma può essere ambivalente (Foto: © 2005 See-ming Lee / CC BY-SA 2.0)

Ha senso parlare di città felici?

Pochi mesi dopo la pubblicazione dello studio con Veenhoven, Samavati è tornata sull’argomento coi colleghi Pieter Desmet ed Ehsan Ranjbar. Nella ricerca, pubblicata sulla rivista Cities & Health, gli studiosi hanno analizzato 57 precedenti indagini e identificato 64 fattori determinanti, che ricadono in otto domini distinti: influiscono sulla felicità dei cittadini la qualità dell’ambiente costruito, ma anche fattori ecologici, sociali, funzionali, visivi, soggettivi e personali, senza dimenticare la qualità dell’ambiente politico.

Sulla base della review, quindi, hanno descritto un framework che ambisce a supportare “una comprensione olistica di tutti gli aspetti che contribuiscono alla felicità degli spazi pubblici urbani”, e che è stato illustrato in un opuscolo intitolato “Happy Public Spaces”, del 2022. I fattori ad alto impatto, quelli che influiscono maggiormente sulla felicità delle persone, riguardano la connettività e la percorribilità degli spazi pubblici a piedi, la presenza di verde nelle aree pubbliche urbane (che permette di “sperimentare profumi naturali come il legno, l’erba e il mare”) e il coinvolgimento della comunità locale nella pianificazione e nella costruzione di spazi pubblici, che “promuove un senso di appartenenza e di connessione, contribuendo in ultima analisi ad aumentare i livelli di felicità”.

Resta che lo studio della felicità urbana è un campo di ricerca ancora in larga parte inesplorato. Come scrivono Veenhoven e Samavati:

“Questo filone di ricerca è ancora agli inizi. Non disponiamo ancora di dati concreti su quali ambienti urbani offrano la massima felicità al maggior numero di cittadini. Pertanto, le attuali affermazioni sulle “città felici” sono più che altro speculazioni”.

La retorica delle città felici, quindi, non è ancora supportata da evidenze scientifiche. Ma la ricerca sta iniziando a tracciare i contorni di una “scienza della felicità urbana” capace di isolare i fattori che incidono realmente sulla soddisfazione quotidiana delle persone.

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Momenti di gioia su un tetto di New York: lo studio della felicità urbana è appena iniziato (Foto: Geoff Stearns / CC BY 2.0)

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