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Tonno rosso: la febbre dell’oro che minaccia il Mediterraneo

Dopo il rischio estinzione è corsa all’oro nel Mediterraneo: le preoccupazioni per il destino del tonno rosso in un approfondito report di Greenpeace Italia

Ingrasso del tonno rosso in Italia: la denuncia di Greenpeace
Tonno rosso in cattività all’interno di una gabbia da trasporto che trasferisce gli animali dalle zone di pesca in Libia agli allevamenti di tonno in Sicilia (Foto: Gavin Newman / Greenpeace)

Alla fine degli anni Novanta, il tonno rosso sembrava destinato all’estinzione. Oggi, dopo due decenni di azione coordinata per il recupero della specie, le popolazioni del Mediterraneo sono tornate a crescere in maniera vigorosa. La rinascita del tonno rosso, un pesce particolarmente pregiato e apprezzato soprattutto in Giappone, ha però ben presto risvegliato gli appetiti delle flotte commerciali di stanza nel Mare Nostrum.

In Italia è soprattutto il business dell’ingrasso del tonno, cioè l’acquacoltura, ad attirare lo sguardo vorace del mercato. Ma questa nuova “corsa all’oro rosso” rischia di trasformarsi in un’altra minaccia esistenziale per questa specie martoriata. È quello che emerge dal report di Greenpeace Italia pubblicato lo scorso luglio, che denuncia una pericolosa assenza di regole e il carattere estremamente opaco di un settore volontariamente lasciato in una zona d’ombra che sfugge anche al controllo di organismi sovranazionali come l’International Commission for the Conservation of Atlantic Tunas.

Tonno rosso: una rinascita sotto scacco

Dopo aver sfiorato l’estinzione, la popolazione di tonno rosso del Mediterraneo è tornata a salire, tanto da essere passata in meno di dieci anni dalla classificazione “in pericolo” a “rischio minimo”. Una notizia straordinaria, considerando che il Mediterraneo è il luogo in cui questa specie si riproduce.

A portare la specie sull’orlo dell’estinzione è stata ovviamente la sovrapesca: il tonno rosso (Thunnus thynnus), noto anche come tonno pinna blu, è un pesce dal valore commerciale molto alto. Per capirsi, è quello che viene venduto nelle “aste record” in Giappone. Giusto all’inizio di gennaio, al mercato del pesce di Toyosu è stato venduto il tonno rosso più costoso di sempre, Black Diamond, un esemplare di 243 chili battuto all’asta per l’equivalente di 2,8 milioni di euro (oltre 11.000 euro al chilo). In generale, comunque, all’asta di Tokyo i prezzi variano tra i 50 e i 300 euro al chilo. Perciò molto spesso il tonno rosso del Mediterraneo prende la via dell’estremo oriente, per essere sostituito sulle tavole europee da specie meno pregiate come il tonno pinna gialla (Thunnus albacares).

Il Giappone, comunque, è il maggior consumatore in assoluto di tonno rosso. L’opulenza del mercato giapponese, insieme all’aumento dello stock ittico, sta scatenando una “corsa all’oro rosso” che coinvolge direttamente l’Italia. Nel 2020, quando la popolazione europea era ancora classificata come “quasi minacciata” ma mostrava evidenti segnali di recupero, si iniziò a parlare di una “rotta italiana del tonno rosso”, che secondo FedAgriPesca avrebbe potuto generare un business da 100 milioni di euro. Come ricordava allora Paolo Tiozzo, vice presidente Fedagripesca-Confcooperative, “la risorsa tonno gode di ottima salute”. Ma come ha fatto il tonno rosso a salvarsi dall’estinzione?

Le popolazioni di tonno rosso sono in crescita, ma c'è un "nuovo" pericolo
Un grande tonno rosso esposto al mercato ittico di Piscaria a Catania, in Sicilia (Foto: Jean-Pierre Bazard / CC BY-SA 3.0)

Come il tonno rosso del Mediterraneo è scampato all’estinzione

L’estinzione del tonno rosso è stata sventata da un’importante azione di recupero e conservazione: la specie è inserita nell’allegato III del Protocollo SPA/BIO della Convenzione di Barcellona per la protezione del Mar Mediterraneo e nel Regolamento CE 302/2009 “Piano di ricostituzione del tonno rosso”. Cosa ancora più importante, nel 2007 venne implementato un piano di recupero in 15 anni sviluppato dall’International Commission for the Conservation of Atlantic Tunas (ICCAT) in cui vennero introdotti importanti limiti alla pesca di questa specie.

Come spiega Alessandro Giannì di Greenpeace Italia,

“Grazie alle campagne delle associazioni ambientaliste e ai limiti sulla pesca introdotti a livello internazionale, oggi la popolazione di tonno rosso è tornata ad essere a rischio minimo dopo aver sfiorato l’estinzione. Tuttavia, questi risultati rischiano di essere vanificati senza regole chiare per la gestione di questa preziosa risorsa ittica. Il pericolo di un collasso della specie e di danni agli ecosistemi è dietro l’angolo”.

La stessa IUCN, nel declassare il tonno rosso da “in pericolo” a “quasi minacciata”, ricordava che si tratta di una specie conservation-dependent, cioè strettamente dipendente dalle misure di conservazione applicate. Se dovesse fallire il sistema di controllo e gestione, in sostanza, la situazione potrebbe peggiorare di nuovo in tempi molto rapidi.

Perciò il rinnovato interesse nei confronti dei possibili profitti derivanti dal tonno rosso del Mediterraneo preoccupa non poco le associazioni ambientaliste. L’equilibrio raggiunto così faticosamente, si legge nel report “Corsa all’oro rosso” dell’Unità Investigativa di Greenpeace Italia, potrebbe rompersi presto.

L’impatto dell’allevamento dei tonni e l’assenza di regole

Nel briefing pubblicato nel luglio 2025, Greenpeace approfondisce la situazione italiana, mostrando “come l’appetito intorno agli stock di tonno rosso stia crescendo in modo disordinato e poco trasparente”. A preoccupare l’associazione è soprattutto il crescente interesse nei confronti degli impianti intensivi per l’ingrasso del tonno, un business che sta maturando in assenza di controlli e norme specifiche – soprattutto dal punto di vista ambientale.

Come si legge nel report,

“È dal 2006 che, governo dopo governo, si rimanda l’adozione di un decreto che limiti gli impatti ambientali dell’acquacoltura”.

L’ingrasso del tonno, però, è un modello produttivo dietro cui si celano forti impatti ambientali, che vanno dal sovrasfruttamento degli stock ittici all’alterazione degli ecosistemi marini. Questi grandi animali migratori devono essere catturati in mare aperto e poi costretti in gabbie in cui vengono nutriti con altri pesci pescati in mare, dopodiché vengono uccisi con un colpo in testa (per non rovinare l’esemplare agli occhi degli esigenti clienti giapponesi).

Rinchiudere grandi quantità di tonni in spazi ristretti, però, significa moltiplicare gli scarti organici che si vanno accumulando nei fondali marini, “modificando le caratteristiche
chimiche e biologiche dei sedimenti”. Tempo fa, qualcuno disse che i tonni in cattività non sporcano più di quanto non facciano in libertà. È semplice però capire come la densità degli esemplari faccia tutta la differenza del mondo. E soprattutto, in assenza di regole chiare rischiamo seriamente di ripetere il saccheggio che aveva portato la popolazione europea drammaticamente vicina all’estinzione.

I pericoli nascosti dietro l'ingrasso del tonno
Tonnetti striati pescati nell’Oceano Indiano (Foto: Paul Hilton / Greenpeace)

Mancanza di regole e opacità strutturale: la situazione in Italia

Il report di Greenpeace denuncia una realtà pericolosa: l’appetito per il business del tonno rosso non è sostenuto da regole chiare in grado di prevenire i danni agli habitat marini generati dagli impianti intensivi di acquacoltura e tutelare il benessere animale, né per il tonno rosso né per altre specie. Quel che è peggio, è che i contorni di questo settore sono decisamente opachi.

Secondo il database dell’ICCAT, in Italia esistono tredici allevamenti (farming facilities) destinati all’ingrasso dei tonni rossi. Le coordinate, però, a differenza di quanto accade nel resto d’Europa, sono disponibili soltanto per tre impianti. Inoltre, rilevano gli investigatori di Greenpeace, sono appena sei le strutture per cui è annotata una capacità superiore a zero.

Andando a scavare, si scopre che quattro allevamenti che da soli costituiscono l’80% del totale attribuito agli impianti italiani dalla lista ICCAT, sono di proprietà della Direzione Generale della Pesca, ossia del Ministero dell’Agricoltura. Come fa notare il report, queste quattro farm sarebbero in grado di contenere 7.525 tonnellate di tonno rosso: se fossero attivi e a pieno regime,

“Non basterebbe tutto il tonno rosso pescato da imbarcazioni italiane a riempirli. Per mantenere le strutture in funzione, il Ministero dovrebbe quindi importare tonni dall’estero”.

Interrogato da Greenpeace, il Ministero ha risposto che gli impianti non sono operativi, e che la loro presenza nel database ICCAT “risponde unicamente a esigenze di organizzazione interna della Direzione Generale della Pesca e rappresenta parte della capacità autorizzata di ingrasso attribuita all’Italia, che viene redistribuita alle aziende d’ingrasso attive”. In parole povere, questi allevamenti fantasma hanno la sola funzione di mantenere sulla carta delle quote autorizzate anni fa dall’ICCAT da trasferire, in futuro, a impianti che ancora non esistono. Ma ciò rende impossibile individuare con sicurezza gli allevamenti attivi, che poi sarebbe lo scopo del database ICCAT.

La buona notizia: annullata la concessione a Battipaglia

A fine agosto, un mese dopo la pubblicazione del briefing di Greenpeace, l’amministrazione comunale di Battipaglia ha avviato una procedura di annullamento della concessione demaniale rilasciata a Tuna Sud, che avrebbe voluto occupare un’area di 48.900 metri quadrati a circa sette chilometri dalla costa per l’ingrasso del tonno rosso. Appena qualche metro al di sotto della soglia che implica una valutazione d’impatto ambientale.

L’azienda, però, si evince dal report, non aveva fatturato né dipendenti, e nel progetto presentato per l’allevamento di Battipaglia non erano citate caratteristiche cruciali come la densità che si prevede di raggiungere (“un dato critico, visto che per restare al di sotto della superficie che rende la VIA obbligatoria la distanza tra le gabbie potrebbe essere molto ridotta”).

Dopo la denuncia di Greenpeace, comunque, è emerso che l’area individuata ricade al di fuori delle acque territoriali di Battipaglia, in contrasto con quanto dichiarato dalla società proponente. Senza quel report, forse, non se ne sarebbe mai accorto nessuno:

“La procedura di annullamento della concessione rilasciata dal Comune di Battipaglia a Tuna Sud è un segnale evidente di come l’industria legata al tonno rosso e le amministrazioni si muovano in molti casi in maniera poco trasparente”,

ha dichiarato Valentina Di Miccoli, campaigner Mare di Greenpeace Italia. Una cosa è chiara: le amministrazioni dovrebbero prestare maggiore attenzione alle richieste che riguardano lo sfruttamento del Mar Mediterraneo. Anche quando si tratta di business molto promettenti. Senza quest’attenzione, il prezioso tonno rosso potrebbe tornare ai drammatici livelli degli anni Novanta, il tutto per ingrassare le tasche di una manciata d’aziende.

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L'allarme di Greenpeace: il tonno rosso del Mediterraneo non è ancora fuori pericolo
Una vista aerea della MY Arctic Sunrise e dei gommoni di Greenpeace durante un’azione diretta non violenta contro i pescherecci tunisini nel Mediterraneo: gli attivisti liberano un esemplare di tonno rosso da una gabbia diretta verso un allevamento di tonni (Foto: Gavin Newman / Greenpeace)

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