Nel cuore dell’ex Persia le coltivazioni si rinnovano, unendo profughi afghani e tecniche smart per gestire crisi idrica e riscaldamento globale

(Foto: CESVI)
Da decenni l’Iran ospita una delle più grandi popolazioni di profughi al mondo, provenienti quasi interamente dall’Afghanistan. Secondo gli ultimi dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sono oltre 4,5 milioni le persone di origine afghana presenti sul territorio iraniano, molte delle quali trovano un fragile equilibrio economico lavorando nei campi o in attività agricole di piccola scala.
Proprio in questo ambito, oggi, si gioca una delle sfide più complesse e innovative del Paese: trasformare l’agricoltura tradizionale in un modello capace di resistere al cambiamento climatico e, al contempo, di generare inclusione sociale.
L’Iran è infatti un Paese in cui la scarsità d’acqua e l’innalzamento delle temperature stanno ridisegnando interi territori agricoli. Le precipitazioni si sono ridotte del 25 per cento negli ultimi dieci anni, mentre il livello medio delle falde acquifere continua a calare di circa 50 centimetri l’anno.
In molte regioni rurali la crisi idrica non è più un rischio, ma una condizione permanente. Eppure, proprio qui, sta germogliando un nuovo approccio all’agricoltura, sostenuto da organizzazioni umanitarie, istituzioni locali e organismi internazionali.
Uno dei casi più emblematici è quello avviato dalla fondazione CESVI nel distretto di Islamshahr, vicino a Teheran, dove centinaia di rifugiati afghani hanno iniziato a partecipare a un programma di formazione in agricoltura climate-smart.
L’iniziativa, realizzata in collaborazione con NRC, INTERSOS e ICRI e sostenuta dalla Direzione Generale per i Partenariati Internazionali dell’Unione Europea (DG INTPA), punta a dotare gli agricoltori di competenze e strumenti che li rendano capaci di affrontare la crisi climatica e migliorare la propria autosufficienza.

(Foto: CESVI)
Dalla vulnerabilità alla resilienza: la svolta “climate-smart”
Nel villaggio agricolo di Islamshahr, la terra produce ancora cavolfiori, broccoli e verdure di stagione, ma con rese sempre più instabili a causa dell’aridità e delle scarse piogge. Qui, i corsi organizzati da CESVI hanno introdotto pratiche innovative, come l’irrigazione a goccia, l’uso di fertilizzanti organici e la pianificazione dei raccolti in base ai cicli meteorologici. Sono tecniche apparentemente semplici, ma che stanno rivoluzionando la produttività dei piccoli agricoltori.
“Il momento della formazione è stato perfetto per noi“,
racconta Heidar, uno dei partecipanti.
“L’autunno è il periodo in cui abbiamo meno lavoro, così abbiamo potuto dedicarci ad apprendere. Prima di questo corso riuscivamo a produrre tre tonnellate di raccolto, ora sappiamo di poter arrivare a otto. Questo ci motiva a continuare a imparare e migliorare”.
Un altro agricoltore, Ramezan, conferma la trasformazione in atto:
“L’irrigazione a goccia ha cambiato tutto. Con la stessa quantità d’acqua ora riesco a irrigare un’area tre volte più grande. Non si tratta soltanto di risparmiare acqua, ma di usare meglio le risorse che abbiamo“.
Per Kamran Malik, responsabile della missione CESVI in Iran, il progetto segna un punto di svolta:
“È la prima volta che i rifugiati afghani vengono coinvolti direttamente nell’agricoltura climate-smart. Riconoscono che questo approccio non è soltanto un aiuto immediato, ma una possibilità concreta di costruire un futuro più stabile”.
Il cambiamento, infatti, non si misura soltanto nei raccolti, ma nel modo nuovo in cui le comunità guardano alla propria terra. Molti dei partecipanti, inizialmente diffidenti, hanno iniziato a utilizzare sementi migliorate, accettando un costo più alto a fronte di rese più elevate. Si tratta di una transizione silenziosa eppure profonda, che sta spingendo intere famiglie fuori dalla logica della mera sopravvivenza.

Un Paese in crisi idrica, però in fermento tecnologico
L’Iran è tra i Paesi più colpiti dalla crisi idrica globale. Oltre l’88 per cento dell’acqua disponibile viene destinato all’agricoltura, un dato che, secondo il Ministero dell’Agricoltura iraniano, è ormai insostenibile. La combinazione di siccità, surriscaldamento e cattiva gestione ha reso molte province (in particolare Yazd, Isfahan e Kerman) zone ad altissimo rischio di desertificazione. Nonostante ciò, il Paese sta reagendo con una serie di politiche mirate alla modernizzazione agricola e alla riduzione dei consumi.
Nel 2025 il governo iraniano ha annunciato l’obiettivo di digitalizzare il 40 per cento delle aziende agricole entro il 2045, puntando su sensori, droni e sistemi di gestione dell’irrigazione basati sull’Internet of Things.
Parallelamente, la FAO ha avviato un progetto regionale per rafforzare la capacità dei Paesi mediorientali di produrre cibo in modo sostenibile. A Teheran, nel recente workshop congiunto FAO-Ministero dell’Agricoltura tenutosi nell’ottobre 2025, il rappresentante dell’organizzazione, Farrukh Toirov, ha sottolineato che:
“l’Iran ha un ruolo strategico nella produzione alimentare regionale e nell’innovazione agricola, grazie ai suoi ecosistemi diversificati e al potenziale per sviluppare coltivazioni resilienti anche in ambienti salini”.
Accanto ai progetti internazionali, sul territorio stanno nascendo esperienze di agricoltura altamente tecnologica. Nella zona di Jolfa, al confine con l’Azerbaigian, è stato inaugurato un complesso di serre hi-tech che si estende per oltre 50 ettari, di cui 30 coperti da vetro, dove si sperimentano sistemi idroponici e automatizzati capaci di produrre fino a sessanta chilogrammi di ortaggi per metro cubo d’acqua. Una resa quasi dieci volte superiore a quella delle coltivazioni tradizionali in campo aperto.
Questi esempi dimostrano come il Paese, pur tra mille difficoltà economiche e climatiche, stia cercando di reinventarsi come laboratorio di innovazione agricola nel Medio Oriente. Il legame tra tecnologia e resilienza diventa quindi un asse strategico: ciò che accade nelle serre di Jolfa o nei campi di Islamshahr rappresenta, in scala diversa, la stessa logica di sopravvivenza evolutiva.
Innovazione e inclusione: un binomio per la cooperazione
Il progetto CESVI non è soltanto un intervento umanitario, ma un esperimento di innovazione sociale. Integra formazione, tecnologia e capitale umano in un unico modello, in cui l’innovazione non arriva dall’alto ma nasce dal dialogo con le comunità. La collaborazione fra agricoltori iraniani e rifugiati afghani crea nuovi spazi di scambio, in cui la conoscenza diventa una risorsa condivisa.
I formatori sottolineano la partecipazione attiva dei rifugiati, molti dei quali analfabeti o privi di formazione formale:
“Nonostante le difficoltà, hanno mostrato una straordinaria voglia di imparare”,
spiega uno dei tecnici del progetto.
“Ora che conosciamo i loro bisogni e le loro abitudini agricole, possiamo offrire consulenze personalizzate. La fiducia che nasce in questi incontri ha un valore tanto importante quanto la formazione tecnica stessa“.
Il successo del modello risiede proprio nella combinazione tra autonomia e cooperazione. La fondazione CESVI non distribuisce soltanto strumenti, ma accompagna le comunità verso una gestione indipendente delle risorse.
La fornitura di piccoli veicoli per il trasporto dei prodotti agricoli ha permesso, ad esempio, di eliminare gli intermediari e garantire prezzi più equi ai produttori, migliorando così il reddito e riducendo gli sprechi. È una micro-rivoluzione che, se estesa, potrebbe modificare la geografia economica delle campagne iraniane.
L’impatto di questa iniziativa è tanto più rilevante se si considera il contesto generale: secondo un rapporto pubblicato nel settembre 2025 dall’Università di Teheran in collaborazione con la FAO, il settore agricolo iraniano ha registrato una crescita del 3,2 per cento nell’ultimo anno fiscale, trainata proprio dai progetti di innovazione rurale e dalle esportazioni di prodotti ortofrutticoli, aumentate del 32 per cento. Questi dati indicano che l’agricoltura, lungi dall’essere un comparto marginale, rimane una leva cruciale per la stabilità economica e sociale del Paese.

La dimensione umana dell’innovazione iraniano-afghana
Dietro le cifre e i programmi, resta però la dimensione umana di una trasformazione che incrocia destini personali e cambiamento collettivo. Per i rifugiati afghani, che spesso vivono ai margini della società iraniana, la partecipazione a un progetto di agricoltura climate-smart significa molto più di imparare nuove tecniche: rappresenta la possibilità di ritrovare dignità e prospettive.
Come racconta Farzad, uno dei partecipanti,
“imparare l’irrigazione efficiente non serve solo a coltivare meglio, ma a costruire qualcosa di nostro. Prima lavoravamo per altri, ora possiamo pensare a un futuro per le nostre famiglie”.
Parole semplici che racchiudono l’essenza di una strategia d’innovazione basata sulla partecipazione.
Secondo un recente studio dell’Institute for Agricultural Research of Iran, pubblicato nell’estate 2025 sulla rivista “Frontiers in Climate”, l’efficacia dei programmi di adattamento climatico dipende in larga misura dal grado di coinvolgimento comunitario. Dove la popolazione partecipa attivamente alla progettazione delle soluzioni, i risultati in termini di resa e sostenibilità crescono fino al 40 per cento. L’esperienza di Islamshahr conferma questa evidenza: l’innovazione non è una mera questione di strumenti, ma di relazioni.

(Foto: CESVI)
Una transizione complessa, ma necessaria per due popoli
Nonostante i progressi, le sfide restano enormi. L’Iran continua a essere uno dei Paesi più vulnerabili del mondo dal punto di vista ambientale. Le mappe satellitari diffuse nell’agosto 2025 dal Ministero delle Infrastrutture mostrano che alcune aree del Paese stanno letteralmente sprofondando a causa dell’eccessivo prelievo di acqua dal sottosuolo, con tassi di subsidenza che raggiungono 30 centimetri l’anno. In molte province rurali la scarsità idrica ha già costretto migliaia di agricoltori a migrare verso i centri urbani, aggravando le tensioni sociali.
In questo contesto, i progetti di agricoltura resiliente assumono una portata che va oltre l’intervento locale. Sono un test per la tenuta del Paese di fronte a una crisi sistemica. Come sottolinea l’agroeconomista iraniano Ali Hosseini, docente all’Università di Shiraz:
“Se l’agricoltura non cambia, il cambiamento climatico cambierà l’agricoltura per noi. È urgente trasformare i modelli produttivi, ma anche la mentalità con cui affrontiamo le risorse naturali“.
L’Iran, dunque, si trova di fronte a un bivio: continuare con un modello idro-dipendente e inefficiente o scommettere sull’innovazione diffusa, integrando tecnologie, formazione e partecipazione. Il progetto CESVI rappresenta un tassello di questa scommessa, una prova concreta che anche nelle condizioni più fragili si può costruire un’agricoltura del futuro.

(Foto: CESVI)
Verso un futuro resiliente e inclusivo per le coltivazioni
Guardando all’orizzonte del 2030, l’agricoltura iraniana appare come un cantiere aperto. Le politiche di innovazione e i progetti di cooperazione stanno lentamente convergendo verso un modello più sostenibile, anche se il percorso resta accidentato. Tuttavia, ciò che emerge con forza dalle esperienze locali come quella di Islamshahr è la capacità di coniugare tecnologia e umanità.
L’innovazione, in questo contesto, non si misura soltanto nei dati sulla produttività o nel risparmio idrico, ma nella possibilità di restituire senso e futuro a comunità segnate dalla precarietà. Rifugiati e agricoltori, iraniani e afghani, tecnici e volontari si ritrovano insieme a scrivere un nuovo capitolo della storia agricola del Paese, in cui la solidarietà diventa parte integrante del progresso.
Se l’Iran riuscirà a mantenere questo equilibrio, tra inclusione e sviluppo, tra tradizione e tecnologia, potrà forse trasformare la sua vulnerabilità climatica in un’opportunità di leadership regionale. In un mondo che affronta crisi ambientali sempre più drammatiche, il piccolo esperimento di Islamshahr ci ricorda che la vera innovazione nasce quando la terra, la conoscenza e la speranza si incontrano.
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(Foto: CESVI)



