Le immagini satellitari dimostrano che le AMP funzionano: nelle aree protette in maniera rigorosa la pesca illegale è pressoché assente

Le aree marine altamente o completamente protette riescono effettivamente a scoraggiare la pesca illegale: è il risultato di una ricerca appena pubblicata che, combinando immagini satellitari e Intelligenza Artificiale, rivela per la prima volta l’entità del traffico all’interno dei parchi marini tracciando anche le imbarcazioni che non segnalano la loro presenza.
I risultati dello studio sono decisamente confortanti: nonostante non manchino delle eccezioni, i dati dimostrano che nelle riserve marine più protette del mondo la pesca illegale è pressoché assente. Gli sforzi per la conservazione degli ecosistemi marini, se applicati con diligenza, funzionano.
Le aree marine protette frenano la pesca illegale: lo studio
Una nuova ricerca appena pubblicata su Science accende le speranze in materia di conservazione degli ecosistemi marini. L’analisi, che porta l’eloquente titolo “Nelle aree marine completamente e altamente protette la pesca industriale è pressoché inesistente”, ha combinato dati satellitari e machine learning per individuare imbarcazioni prima non rintracciabili, e ha scoperto che la maggior parte delle AMP ad alta protezione riescono a scoraggiare la pesca illegale.
Diverse ricerche hanno dimostrato che l’istituzione di AMP ripristina la vita marina all’interno dei confini dell’area protetta, aumentando gli stock disponibili per i pescatori locali e rafforzando la resilienza contro il riscaldamento degli oceani. Come spiega Enric Sala, tra gli autori dello studio, esploratore residente del National Geographic e fondatore di Pristine Seas,
“Poiché le aree marine rigorosamente protette scoraggiano la pesca illegale, i pesci sono molto più abbondanti all’interno dei loro confini, producono più prole e contribuiscono a ripopolare le aree circostanti. In altre parole, l’industria della pesca trae vantaggio dal rispetto delle regole”.
D’altro canto, quando questi parchi sono tutelati solo sulla carta, tutto ciò non avviene. Perciò negli ultimi anni si è discusso molto dell’efficacia delle AMP per la conservazione di ecosistemi e specie a rischio: fino a oggi, infatti, non era molto chiaro in che misura i livelli di protezione dichiarati riuscissero ad ottenere risultati concreti, soprattutto per quanto riguarda la pesca illegale e non regolamentata all’interno di queste delicatissime aree.
Il nuovo studio, combinando dati e tecnologie che hanno fin’ora dato risultati contrastanti, riesce per la prima volta a dimostrare che le riserve marine protette in maniera più rigorosa sono rispettate, anche dai pescherecci che operano nell’illegalità.
I pescherecci illegali non possono più nascondersi
I ricercatori hanno analizzato cinque miliardi di posizioni di imbarcazioni provenienti dai sistemi di identificazione automatica (AIS), quei sistemi di tracciamento automatico delle imbarcazioni che oggi, insieme a radar marini e comunicazioni VHF, sono alla base della gestione del traffico marittimo globale.
Hanno dunque combinato i dati acquisiti dall’AIS alle immagini satellitari generate dai radar ad apertura sintetica (SAR) dei satelliti della costellazione Sentinel-1, del programma europeo Copernicus, ampiamente utilizzato per monitorare la pesca industriale. Come si legge nello studio,
“A differenza dell’AIS, che si basa sulla trasmissione volontaria, il SAR rileva attivamente le imbarcazioni inviando impulsi radar alla superficie dell’oceano e misurando i segnali riflessi. Gli algoritmi di apprendimento automatico identificano quindi le imbarcazioni da questi modelli di riflettanza e le classificano come imbarcazioni da pesca o non da pesca”.
L’uso dei modelli di intelligenza artificiale sviluppati da Global Fishing Watch, spiegano i ricercatori, ha permesso di rilevare la maggior parte delle imbarcazioni più lunghe di 15 metri, incluse quelle che non hanno l’AIS attivo, che spesso non trasmettono la loro posizione proprio per eludere il rilevamento. Si è così scoperto che i dati AIS non rilevavano quasi il 90% delle imbarcazioni da pesca individuate tramite SAR. I pescherecci illegali non possono più nascondersi.
Come spiega Juan Mayorga, coautore dello studio:
“Siamo molto più vicini ad avere un quadro completo dell’attività umana in tutto l’oceano. Ciò è particolarmente importante per i tesori più preziosi dell’oceano, le aree più protette al mondo, dove la biodiversità e la posta in gioco per l’applicazione delle norme sono più alte”.
I SAR, per esempio, hanno registrato la presenza di imbarcazioni industriali in 163 aree marine protette che non presentavano alcuna attività AIS, in particolare nelle regioni del sud est asiatico, dove i dati raccolti dai sistemi AIS sono spesso incompleti.

AMP: maggiore è il livello di protezione, maggiori sono i benefici
In base ai risultati dello studio, il 78,5% delle 1380 AMP analizzate non presenta alcuna attività di pesca commerciale. Tra quelle in cui le immagini satellitari hanno invece riscontrato attività di pesca illegale, l’82% presenta in media meno di 24 ore di attività per anno solare.
In ogni caso, le aree marine protette in maniera rigorosa mostrano nove volte meno pescherecci per chilometro quadrato rispetto alle zone costiere non protette, a dimostrazione del fatto che la rigida implementazione dei regolamenti riesce effettivamente a scoraggiare le attività di pesca illegale.
Ci sono però delle AMP che mostrano ancora alti livelli di sfruttamento: l’Area Marina Protetta dell’Arcipelago Chagos, nell’oceano Indiano, è la più colpita. Qui si sono rilevate 2700 ore di pesca in un anno. Altre aree molto sensibili sono l’Area Marina Protetta della Georgia del Sud e delle Sandwich Australi e il Parco marino della Grande Barriera Corallina, con circa 900 ore l’anno di pesca illegale ciascuna. Ma anche diverse aree marine protette di Francia, Malesia, Corea del Sud, Stati Uniti e Sud Africa sono ancora attraversate da pescherecci industriali per oltre 250 ore l’anno.
Al netto di questi siti “ad alta intensità”, tuttavia, la maggior parte delle aree marine protette mostra attività di pesca minima o assente: 1325 AMP su 1380 analizzate hanno fatto registrare meno di 24 ore di pesca in un anno, mentre in 1084 parchi marini non è stata rilevata alcuna traccia di imbarcazioni industriali.
“Grazie ai satelliti abbiamo scoperto, per la prima volta, che il livello di protezione determina il grado di rischio che i pescatori sono disposti ad assumersi: le aree marine protette in maniera rigorosa scoraggiano la pesca illegale. Più severe sono le norme in vigore per conservare le aree oceaniche, maggiori sono i benefici che le nazioni ricevono”,
conclude Sala.
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