Prove di estrazione mineraria nella Clarion-Clipperton Zone: uno studio rivela che a due mesi dai test la quantità di specie è calata di oltre il 30 per cento

Se un numero crescente di Paesi si sta unendo alla richiesta di una moratoria sul deep sea mining, è soprattutto perché non abbiamo ancora le idee chiare sui possibili impatti delle attività di estrazione mineraria sugli ecosistemi marini di profondità, che sono ancora in larga parte inesplorati e sconosciuti.
Un paio di mesi fa, però, è uscito uno studio che finalmente mostra gli effetti reali dell’estrazione sulle centinaia di specie che popolano i fondali marini della Clarion-Clipperton Zone, in assoluto la zona più attrattiva per le compagnie estrattive che non vedono l’ora di iniziare con il deep sea mining. I risultati della ricerca, però, gettano un’ombra piuttosto cupa sulle attività minerarie in profondità. Ora è certo che l’impatto di queste attività sulla biodiversità dei fondali marini è devastante.
L’impatto ambientale del deep sea mining
Nell’ottobre del 2022, The Metals Company ha eseguito – tramite la sua sussidiaria Nauru Ocean Resources (NORI) – un test su larga scala per testare un enorme macchinario destinato all’estrazione mineraria in acque profonde. Il test, che ha raccolto la bellezza di 3000 tonnellate di noduli polimetallici, si è svolto nella Clarion-Clipperton Zone, sulle piane abissali del Pacifico orientale, a una profondità di 4280 metri.
Il macchinario, fornito da AllSeas, ha tracciato oltre 80 chilometri di fondale marino all’interno di un campo di prova di 2 per 4 chilometri. E come si legge nello studio pubblicato a dicembre su Nature Ecology and Evolution, era “il più grande del suo genere finora”.
“I metalli essenziali sono necessari per la nostra transizione ecologica e scarseggiano. Molti di questi metalli si trovano in grandi quantità sui fondali marini profondi, ma finora nessuno ha dimostrato come possano essere estratti o quale impatto ambientale ciò avrebbe”,
spiega il biologo marino Thomas Dahlgren dell’Università di Göteborg, tra gli autori della ricerca.
L’obiettivo dello studio era quello di definire con una certa precisione il reale impatto di queste attività sui fondali della CCZ. Per farlo, i ricercatori hanno raccolto dati per due anni prima del test e hanno ripetuto le misurazioni due mesi dopo. Ciò ha permesso di separare gli effetti del deep sea mining da altre variazioni – che, si legge nello studio, sono piuttosto rilevanti.

Clarion-Clipperton: 788 specie diverse nell’area dei test
Dal novembre 2020 al dicembre 2022 i ricercatori hanno raccolto 80 campioni di sedimenti, sia nella zona che sarebbe stata interessata dai test sia nelle zone circostanti.
“La ricerca ha richiesto 160 giorni in mare e cinque anni di lavoro”,
spiega Dahlgren.
Dentro i campioni di sedimenti raccolti, si legge, c’erano 3826 animali appartenenti a 788 specie diverse – la maggior parte delle quali non era mai stata descritta prima. Come ci si può aspettare in un ecosistema abissale, gli anellidi policheti erano il taxa più abbondante (oltre il 44% degli esemplari), seguito da crostacei peracaridi (isopodi, tanaidacei e anfipodi, che rappresentano il 37,5%) e molluschi (13,7%). Ma c’erano anche echinodermi, nemertini, briozoi, cnidari e un nuovo corallo solitario descritto in uno studio a parte.
La densità media di questa macrofauna, si legge, era compresa tra 145 e 290 esemplari (217.5 ± 72) al metro quadrato. Non molto, se consideriamo che un campione di fondale del Mare del Nord può contenere anche 20mila animali (a fronte dello stesso numero di specie). Qua però si tratta degli oscuri abissi della CZZ, di un ambiente senza luce ed estremamente povero di nutrienti, dove lo strato di sedimenti “cresce di un millesimo di millimetro all’anno”. Quello che potremmo definire un ecosistema ad alta vulnerabilità, dai tempi di recupero lunghissimi e incapace di “seguire” i rapidi sconvolgimenti causati dalle attività umane.

I risultati dello studio e le prossime ricerche
I fondali profondi del Pacifico sono tra gli ecosistemi meno esplorati del pianeta. Ancora non sappiamo quanto siano diffuse le diverse specie, né conosciamo nel dettaglio la loro ecologia. Oggi, però, sappiamo molto di più. Come spiega Dahlgren,
“Lavoro nella zona di Clarion-Clipperton da oltre 13 anni e questo è di gran lunga lo studio più ampio mai condotto”.
Durante le loro analisi, i ricercatori hanno scoperto che le comunità dei fondali marini sono cambiate naturalmente nel tempo, probabilmente a causa delle fluttuazioni nella quantità di cibo che riesce a raggiungere il fondale. Anche per questo era fondamentale riuscire a separare in maniera netta le variazioni naturali da quelle direttamente provocate dalle attività estrattive.
E quindi, qual è il responso? Come si legge nello studio,
“La densità della macrofauna è diminuita del 37% all’interno delle tracce minerarie, e la quantità di specie è diminuita del 32%”.
Anche se i risultati sono meno negativi del previsto, la biodiversità ne esce fortemente colpita. Addirittura, si legge nella ricerca, nelle comunità interessate dai pennacchi (plumes) di sedimenti, l’attività estrattiva ha alterato le relazioni di dominanza delle specie, mettendo a rischio gli equilibri di questi delicatissimi e ancora sconosciuti ecosistemi.
“Ora è importante cercare di prevedere il rischio di perdita di biodiversità derivante dall’attività mineraria. Per farlo, dobbiamo studiare la biodiversità del 30% della zona di Clarion-Clipperton che è stata protetta. Al momento, non abbiamo praticamente idea di cosa viva lì”,
conclude Adrian Glover, autore senior del Natural History Museum di Londra.
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