Un modello creato dall’UNHCR trasforma dati e analisi sociali in mezzi per capire e per ridurre gli impatti della crisi climatica nei campi profughi

(Illustrazione: Yousef Alhariri/UNHCR)
La Giordania sta diventando un vero e proprio laboratorio di innovazione umanitaria. Qui, dove oltre 650.000 profughi siriani vivono tra campi e comunità ospitanti, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha sperimentato un nuovo strumento di analisi che unisce ricerca sociale, dati e intelligenza territoriale: il Climate Vulnerability Index (CVI).
L’obiettivo è tanto semplice quanto cruciale, nonché di importante attuazione nel cuore del Medio Oriente: comprendere come il cambiamento climatico incida realmente, giorno per giorno, sulla vita delle famiglie rifugiate, e fornire basi scientifiche per politiche di adattamento mirate e sostenibili.
Un nuovo approccio alla vulnerabilità climatica
La crisi climatica colpisce con particolare durezza le popolazioni già fragili. Secondo i dati UNHCR, il 75 per cento delle persone costrette a fuggire vive oggi in Paesi esposti a impatti climatici elevati o estremi. In Giordania, l’aumento delle temperature, le ondate di calore, le piogge improvvise e le tempeste di sabbia aggravano condizioni abitative precarie e carenze idriche croniche, rendendo la resilienza ambientale una questione di sopravvivenza.
Per affrontare questa realtà, nel 2024 l’UNHCR Jordan ha integrato un modulo innovativo nel proprio Socio-Economic Survey on Refugees, già utilizzato dal 2014 per monitorare salute, educazione e sicurezza alimentare. Nasce così il Climate Vulnerability Index, sostenuto dal Data Innovation Fund e sviluppato in collaborazione con l’International Security and Development Center (ISDC) e l’UNHCR Innovation Service.
Il CVI si distingue per la sua capacità di analizzare la vulnerabilità non a livello macro, come avviene nei tradizionali indicatori climatici nazionali, ma a livello micro, ossia del singolo nucleo familiare.
“Siamo abituati a pensare al cambiamento climatico in termini di intere città o Paesi che si allagano”,
spiega Abdellatif Ghatasheh, Associate Statistics and Data Analysis Officer presso UNHCR Giordania.
“Ma anche una lieve variazione ambientale può colpire duramente molte persone a livello domestico. Il nostro indice guarda a questa dimensione, quella del quotidiano”.

(Foto: United States Department of State)
Dal nudo dato alla comprensione sociale
Per costruire il modello, la squadra UNHCR ha raccolto informazioni da un campione di oltre 5.000 rifugiati (1.126 nei campi di Azraq e Zaatari, 4.038 nelle comunità ospitanti) valutando la loro esposizione a fenomeni estremi, la sensibilità socioeconomica e la capacità di adattamento. Il risultato è un indicatore sintetico, ma profondamente radicato nell’esperienza reale delle famiglie.
Come racconta Aimee Kunze Foong, Programme Assessment and Analysis Officer di UNHCR Giordania,
“sapevamo che le persone nei campi subivano problemi legati al clima, ma non avevamo un modo sistematico per analizzarli da una prospettiva teorica e quantitativa. Il CVI ci consente finalmente di osservare il fenomeno dall’alto, con una visione d’insieme”.
Il metodo di raccolta dati ha incluso anche strumenti di behavioral science, con domande sperimentali e giochi interattivi per ridurre i bias della comunicazione diretta e ottenere risposte più autentiche. L’approccio multidisciplinare, fondato su principi del programma UN 2.0, mira a connettere scienza del comportamento e azione umanitaria, aprendo la strada a strategie di adattamento più efficaci.

(Foto: UNCHR)
I risultati del 2024: un campanello d’allarme
Le prime analisi del CVI, pubblicate a fine 2024, restituiscono un quadro complesso. Circa il 40 per cento dei rifugiati in Giordania risulta vulnerabile ai cambiamenti climatici, e il 10 per cento vive in condizioni di emergenza ambientale. Le cause più frequenti includono la difficoltà di accesso all’acqua potabile, l’assenza di sistemi di raffrescamento durante le ondate di calore e il degrado strutturale degli alloggi temporanei.
Il confronto tra i campi mostra differenze significative. A Zaatari, il 78 per cento delle famiglie ha subito allagamenti nelle proprie abitazioni nell’ultimo anno, contro il 47 per cento di Azraq.
“I rifugi temporanei dovevano durare sei anni, ma molti li occupano da più di dieci”,
osserva ancora Ghatasheh.
“Le pareti metalliche, logorate dal tempo, non sono più in grado di proteggere dalle piogge o dal caldo. Anche un piccolo evento meteorologico può diventare catastrofico”.
Questi dati mettono in luce come il degrado infrastrutturale amplifichi l’impatto climatico e come le vulnerabilità differiscano profondamente tra aree geografiche e gruppi sociali. Gli operatori umanitari possono così intervenire con maggiore precisione, orientando fondi e progetti là dove servono di più.
Dai crudi numeri alle seguenti decisioni strategiche
La vera innovazione del CVI non risiede soltanto nella tecnologia di raccolta dati, ma nella sua capacità di tradurre analisi statistiche in decisioni operative. Le informazioni prodotte permettono a UNHCR e ai partner locali di anticipare gli impatti climatici, migliorare la manutenzione delle infrastrutture, pianificare interventi di emergenza e sviluppare programmi formativi sulle strategie di adattamento.
Il progetto pilota ha già ispirato la progettazione di corsi per aumentare la consapevolezza climatica tra le famiglie più esposte e sperimentare sistemi di early warning nelle aree più vulnerabili.
“Ora disponiamo di una base di riferimento per comprendere come evolve la resilienza climatica nel tempo”,
aggiunge Ghatasheh.
“Stiamo perfezionando la metodologia, così da monitorare in futuro l’impatto delle nostre politiche con maggiore precisione”.
Questa prospettiva riflette un cambio di paradigma nell’azione umanitaria: da una logica reattiva, basata sull’emergenza, a un modello predittivo e adattivo fondato sull’analisi dei dati.

(Foto: UNCHR)
Un modello per la cooperazione internazionale
Il caso giordano sta attirando l’attenzione di altre missioni UNHCR. Secondo Foong,
il CVI potrebbe essere integrato nelle indagini socioeconomiche condotte in contesti diversi, dall’Africa subsahariana al Sud-est asiatico, con opportune modifiche locali”.
La sua struttura modulare consente infatti di adattare le variabili al contesto ambientale e culturale, generando un archivio comparabile di informazioni sul rapporto tra clima e migrazioni forzate.
La prospettiva è quella di una umanità dei dati, dove ogni informazione raccolta diventa un tassello per costruire resilienza collettiva. In questo senso, la Giordania rappresenta un banco di prova per l’intero sistema delle Nazioni Unite: un esempio di come la trasformazione digitale possa sostenere la dignità e l’autonomia delle popolazioni più vulnerabili.

(Foto: UNCHR)
Verso un’innovazione umanitaria e sostenibile
La crisi climatica, ricorda l’UNHCR, non è un problema del futuro ma un’urgenza del presente. Strumenti come il CVI mostrano come l’innovazione tecnologica possa colmare la distanza tra conoscenza e intervento, tra numeri e persone. Dietro ogni dato ci sono famiglie che lottano contro la siccità, il caldo o le inondazioni, e l’analisi scientifica diventa qui una forma di protezione.
Il modello giordano, pur nato da una sperimentazione locale, potrebbe dunque diventare un riferimento per un nuovo modo di misurare e mitigare la vulnerabilità climatica in contesti di crisi. Come sottolinea ancora Foong,
“la vera innovazione sta nel collaborare con le comunità, non solo per raccogliere dati, ma per trasformarli in azioni che rendano la vita più sicura”.
In un mondo dove il clima ridisegna le mappe della sopravvivenza, la capacità di leggere i segnali deboli e agire in anticipo è già, di per sé, una forma di resilienza.
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(Foto: Mustafa Bader)


