Dichiarazione di Yaoundé per una Blue Economy sostenibile: le nazioni del Golfo di Guinea fanno fronte comune contro pirateria e pesca illegale

Otto nazioni africane si sono appena impegnate a gestire in modo sostenibile il 100% delle aree oceaniche sotto la propria giurisdizione nazionale entro il 2030.
Nei prossimi cinque anni Angola, Benin, Camerun, Repubblica del Congo, Costa d’Avorio, Guinea Equatoriale, Liberia e Nigeria svilupperanno piani d’azione per la protezione e il ripristino degli ecosistemi marini e costieri, ma si impegneranno anche a contrastare la pesca illegale e la pirateria, che è ancora un problema molto presente sulle coste di questa regione dell’Africa occidentale.
Pirateria e pesca illegale nel Golfo di Guinea
Il Golfo di Guinea può vantare 2.000 chilometri di coste e oltre 700.000 chilometri quadrati di zone economiche esclusive, oltre a una vasta rete di fiumi e laghi. Le acque dell’Atlantico, in questa regione, sono particolarmente ricche di pesce e risorse naturali: nel Golfo di Guinea si trovano ingenti riserve di petrolio e di gas naturale, e le catture di pesce rappresentano circa il 4% della produzione globale. Eppure, nonostante circa un quarto dei posti di lavoro qui sia strettamente legato al settore della pesca, la Blue Economy nel suo complesso contribuisce per meno del 10% al prodotto interno lordo della regione.
Ancora oggi, soltanto il 6% del traffico portuale africano passa per l’Africa centrale. La piaga della pirateria resta una “minaccia grave e persistente”, come sottolineato dalla Risoluzione sulla Pirateria e gli assalti armati nel Golfo di Guinea del Consiglio di Sicurezza dell’ONU adottata all’unanimità nel maggio 2022. Nonostante la netta diminuzione nel numero di incidenti, che dal 2018 al 2021 sono passati da 61 a 27, le acque al largo dell’Africa occidentale sono ancora una delle zone più pericolose del mondo.
Come si legge nel Policy Brief pubblicato nel 2022 dal Geneva Centre for Security Policy, nel 2021 il 43% di tutti gli incidenti di pirateria segnalati a livello globale è avvenuta in quest’area. E con 57 membri d’equipaggio catturati in sette diversi incidenti, il Golfo di Guinea è stato il centro globale dei rapimenti in mare, contando per il 95% del totale.
A pesare sulle prospettive di sviluppo della regione c’è anche l’enorme problema della pesca illegale: secondo delle recenti stime, il 40-65% del pesce catturato nelle acque del Golfo di Guinea proviene da pesca illegale e non regolamentata, quasi sempre operata da navi straniere. Molte specie ittiche sono in declino o completamente esaurite, e i pescatori della regione non hanno più di che vivere.
Azioni illegali in mare: una minaccia per lo sviluppo dell’Africa occidentale
Per tentare di limitare il devastante impatto di azioni illegali in mare sull’economia e sulla sicurezza della regione, nel 2013 i rappresentanti di 25 Paesi dell’Africa centrale e occidentale hanno adottato lo Yaoundé Code of Conduct. I firmatari del Codice di Condotta si erano allora impegnati, col supporto della International Maritime Organization, a collaborare il più possibile per contrastare il crimine organizzato e altre attività illegali nel dominio marittimo, a cominciare da pirateria e pesca illegale, condividendo informazioni e bloccando imbarcazioni e altri mezzi sospettati di attività illecite.
Grazie a iniziative come questa, e alla collaborazione di diversi attori sovranazionali, gli incidenti legati alla pirateria e al terrorismo internazionale nel Golfo di Guinea sono oggi ai minimi storici. Secondo l’International Maritime Bureau (IMB), però, la pirateria nel Golfo di Guinea sta diventando sempre più violenta: i gruppi criminali sono ben armati ed esperti negli attacchi in alto mare. A differenza di quanto avviene nel sud est asiatico, dove si assaltano le imbarcazioni al solo scopo di rivendere il loro contenuto sul mercato nero, i pirati dell’Africa occidentale sono molto più propensi ad aggredire gli equipaggi delle navi.
La piaga della pesca illegale, poi, non sembra arretrare di fronte alle diverse iniziative messe in campo dai governi nazionali della regione: secondo un report dell’Università di Harvard pubblicato a maggio di quest’anno, tra il 1993 e il 2019 in Ghana le catture totali di piccoli pesci pelagici sono diminuite del 59%, mentre in Costa d’Avorio si è assistito a un crollo di quasi il 40% in meno di vent’anni. Gli stock ittici stanno crollando, mettendo a rischio la sicurezza alimentare della regione e le sue prospettive di sviluppo. E le cause principali di questo impoverimento, qui come altrove, sono da ricercarsi nel riscaldamento degli oceani e nella sovrapesca.

I Paesi del Golfo di Guinea per la gestione sostenibile degli oceani
Il 10 luglio scorso, in occasione della International Conference on the Sustainable Blue Economy in the Gulf of Guinea che si è svolta a Yaoundé, in Camerun, otto nazioni africane si sono impegnate a gestire in modo sostenibile il 100% delle aree oceaniche sotto la propria giurisdizione nazionale entro il 2030. Angola, Benin, Camerun, Repubblica del Congo, Costa d’Avorio, Guinea Equatoriale, Liberia e Nigeria hanno adottato la Dichiarazione di Yaoundé sulla Blue Economy, che impegna i Paesi a sviluppare piani operativi per il ripristino e la protezione degli ecosistemi marini e costieri, che hanno anche l’obiettivo di affrontare i problemi legati a pirateria e pesca illegale.
Come ha dichiarato Wanjira Mathai, direttrice del World Resources Institute Africa,
“La Dichiarazione di Yaoundé è un segnale forte di leadership regionale, che dimostra come i Paesi del Golfo di Guinea siano non solo disposti, ma determinati a costruire insieme un’economia blu sostenibile e inclusiva”.
L’Africa, ha sottolineato Mathai, sta assumendo un ruolo di leadership sulla scena globale, “guidando risposte ambiziose e locali alle sfide per la tutela degli oceani” che troveranno il giusto spazio alla prossima Our Ocean Conference, che si terrà l’anno prossimo in Kenya. Come aveva ricordato il Segretario Generale dell’ONU all’ultima Conferenza sugli Oceani di Nizza, “i destini dell’Africa e dell’oceano sono profondamente intrecciati”. I governi della regione, e non solo, ne sono pienamente coscienti.
Fatta eccezione per il Benin, tutti i Paesi dell’area hanno firmato il Trattato internazionale per la protezione delle acque internazionali (Agreement on the Conservation and Sustainable Use of Marine Biological Diversity of Areas Beyond National Jurisdiction, BBNJ). Guinea Bissau e Costa d’Avorio sono tra i 50 Paesi che hanno ratificato il trattato.

L’oceano come pietra miliare per lo sviluppo sostenibile del Golfo di Guinea
L’adozione della Dichiarazione di Yaoundé è un impegno concreto, con un programma chiaro e attuabile che riesce a bilanciare protezione, prosperità e resilienza degli oceani in uno degli ecosistemi marini più ricchi del mondo:
“Questo impegno posiziona il Golfo di Guinea come forza trainante di un’ondata globale di sostenibilità degli oceani. Si allinea direttamente con l’obiettivo dell’Ocean Panel, una coalizione di 18 Paesi che lavorano per una gestione sostenibile al 100% delle acque nazionali”,
ha dichiarato Cynthia Barzuna, vicedirettrice del Programma Oceano del WRI. Alle parole di Barzuna hanno fatto eco quelle di Amina Mohammed, Vice Segretario Generale delle Nazioni Unite, intervenuta alla cerimonia d’inaugurazione della Conferenza di Yaoundé. Secondo Mohammed, l’impulso economico e finanziario necessario per proteggere l’oceano e liberare il suo potenziale deve partire dal Golfo di Guinea, dall’Africa:
“Traduciamo lo slancio da Nizza a Yaoundé in azione. Mettiamo in scala le innovazioni locali e creiamo partenariati che superino i confini e i settori. E ricordiamoci che l’economia blu non è solo centrale per l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 14 – la vita sott’acqua – ma è anche un potente fattore abilitante dell’intera Agenda 2030 e dell’Agenda 2063. Dalla fine della povertà e della fame alla promozione della salute, dell’istruzione, della parità di genere e dell’azione per il clima, l’oceano collega e sostiene ogni dimensione dello sviluppo sostenibile. La marea è con noi. Ora dobbiamo farla avanzare, insieme e in modo solidale”.
D’altro canto, come ha ricordato Mohammed, la sicurezza marittima non è solo una questione di salvaguardia, ma una pietra miliare per lo sviluppo sostenibile. L’oceano può nutrire l’intera regione e sostenerne lo sviluppo e l’industrializzazione. Per le nazioni che si affacciano sul Golfo di Guinea, in particolare, una Blue Economy sostenibile è un primo passo obbligato verso la sovranità economica e l’emancipazione dalla povertà.
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