ORPG e conservazione della biodiversità in alto mare: le misure adottate per la gestione sostenibile della pesca hanno un impatto minore del previsto

Secondo un’analisi pubblicata lo scorso mese, le autorità che dovrebbero gestire la pesca e garantire la conservazione degli stock ittici in due terzi dell’oceano globale stanno minacciando gli ecosistemi marini. Le misure implementate a tutela delle specie marine in acque internazionali, infatti, stanno dando risultati molto al di sotto delle aspettative. Oggetto dello studio sono in particolare le Organizzazioni Regionali di Gestione della Pesca, gli organismi internazionali che in base ai trattati delle Nazioni Unite sul diritto del mare hanno il compito di adottare le misure necessarie alla conservazione delle risorse ittiche nelle acque al di fuori delle giurisdizioni nazionali.
Cosa sono le Organizzazioni Regionali di Gestione della Pesca?
Le Organizzazioni Regionali di Gestione della Pesca (ORPG) sono organismi internazionali che riuniscono i Paesi interessati alla tutela degli stock ittici in una certa regione dell’oceano. Il loro scopo è quello di stabilire misure vincolanti come divieti, quote di pesca e regolamenti sull’attrezzatura che possano garantire la sostenibilità della pesca in acque internazionali, soprattutto in riferimento a specie altamente migratorie come il tonno.
L’Accordo delle Nazioni Unite sugli stock ittici (UNFSA), del 1995, prevede che gli Stati cooperino direttamente o tramite ORPG per stabilire misure di conservazione e gestione per gli stock ittici transzonali e altamente migratori. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), infatti, i Paesi hanno l’obbligo di “adottare, o cooperare con altri Stati nell’adottare, le misure necessarie per la conservazione delle risorse biologiche d’alto mare”.
Le ORPG svolgono diverse funzioni, che vanno dalla raccolta e analisi dei dati alle deliberazioni su questioni che riguardano la conservazione e l’uso sostenibile delle risorse ittiche. Un’analisi appena pubblicata sulla rivista Environmental Research Letters, però, rivela che le attività di queste organizzazioni così cruciali per la salute degli ecosistemi marini hanno un impatto decisamente inferiore alle aspettative. Divieti e altre misure applicati dalle ORPG, insomma, sembrano non aver affatto migliorato lo stato degli stock ittici – neanche nelle regioni che possono contare su regolamenti più stringenti.
A trent’anni dall’entrata in vigore dell’UNFSA, si legge nello studio, le ORGP restano organizzazioni volontarie basate su trattati. E come aveva già osservato uno studio di riferimento del 2010, stanno fallendo nel loro obiettivo.

Le ORPG stanno fallendo? Le preoccupazioni della comunità scientifica
Le acque internazionali coprono quasi il 65% dei nostri oceani. In queste enormi porzioni di mondo che ospitano balene, squali e altri animali migratori fondamentali per gli ecosistemi marini, ma anche specie vitali per l’economia e l’alimentazione a livello globale, la biodiversità è in rapido declino. La pesca industriale, in tutto ciò, ha un ruolo cruciale: tra le principali cause della perdita di biodiversità marina ci sono infatti la pesca eccessiva e l’uso di attrezzi distruttivi. E regolare la pesca e il suo impatto ecologico è esattamente il compito delle ORPG.
Diversi studi risalenti a 10-15 anni fa avevano già rilevato che tre quarti degli stock ittici gestiti dalle ORPG fossero “esauriti o sovrasfruttati”. Altre ricerche, negli anni, hanno criticato l’efficacia della gestione delle organizzazioni regionali in materia di catture accidentali: soltanto i palangari catturano ogni anno 300.000 cetacei, milioni di tartarughe marine e centinaia di migliaia di uccelli marini e squali. Squali e razze, per esempio, hanno subito una diminuzione globale del 71%. Nonostante le misure di gestione per la tutela degli stock ittici, la pressione di pesca su queste specie “non bersaglio” è aumentata di 18 volte in 50 anni, e la loro mortalità è in aumento.
Come spiega Gabrielle Carmine, ricercatrice post-dottorato presso l’Earth Commons della Georgetown University e autrice principale del nuovo studio,
“Le prestazioni delle ORGP sollevano preoccupazioni circa la capacità di queste istituzioni di tenere il passo con lo sfruttamento eccessivo industriale della vita marina d’altura e con un oceano in rapida evoluzione”.
Preoccupazioni che non possono che aumentare, se consideriamo che il prossimo 17 gennaio entrerà finalmente in vigore il trattato Biodiversity Beyond National Jurisdiction (BBNJ), o High Seas Treaty, che richiede la stretta collaborazione delle ORGP nella tutela della biodiversità marina.
Lo stato degli stock ittici d’alto mare: un’ecatombe silenziosa
Il team di ricerca ha valutato 16 ORPG in 10 categorie relative a materie come gli obiettivi di cattura, le catture accessorie, la pesca illegale e il coinvolgimento delle parti interessate, per esempio la rappresentanza delle popolazioni locali. Per farlo, hanno utilizzato i dati pubblicamente disponibili – come la rilevazione via satellite dell’attività di pesca e i report sullo stato degli stock bersaglio – per rispondere a 100 domande per ogni organizzazione.
A fronte di un punteggio massimo di 100, le 16 ORPG analizzate hanno ottenuto punteggi che vanno da 29,5 a 61,5, con un punteggio medio di 46. La ORPG Western and Central Pacific tuna RFMO (WCPFC) è risultata essere la più virtuosa, mentre la NASCO, l’organizzazione del Nord Atlantico per la conservazione del salmone, è quella che ha presentato il punteggio più basso.
Secondo l’analisi, il 56% degli stock ittici bersaglio nelle giurisdizioni delle ORPG è stato sovrasfruttato o è diminuito così drasticamente da non riuscire a ricostituirsi naturalmente. Guardando i dati del 2018, le regioni che presentano la più alta percentuale di specie bersaglio sovrasfruttate o collassate sono la CCSBT, Commission for the Conservation of Southern Bluefin Tuna (67%), la NAFO, Northwest Atlantic Fisheries Organization (67%), la IPHC, International Pacific Halibut Commission (65%) e la CCAMLR, Commission for the Conservation of Antarctic Marine Living Resources (65%).
I maggiori aumenti percentuali di variazione dal 1996 al 2018 nella percentuale di stock ittici sovrasfruttati o esauriti sono stati riscontrati invece nelle aree gestite da SIOFA, Southern Indian Ocean Fisheries Agreement (271%), CCSBT (196%), GFCM, General Fisheries Commission for the Mediterranean (189%) e IOTC, Indian Ocean Tuna Commission (163%).

Le ORPG dopo l’entrata in vigore dell’High Seas Treaty
Secondo i ricercatori, la mancata rilevazione di un impatto positivo delle ORPG sullo status delle risorse ittiche dipende essenzialmente da tre fattori: le politiche reazionarie, le misure non vincolanti o facilmente eludibili e fattori ambientali esogeni – come il cambiamento climatico e i suoi effetti sugli habitat oceanici su larga scala – che “potrebbero sopraffare qualsiasi effetto derivante dalle politiche di gestione”.
Eppure, come si legge nel nuovo studio, che è anche la revisione indipendente più recente delle ORPG dal 2010, alcune politiche di gestione che hanno dimostrato una certa efficacia esistono. Per esempio, esiste una correlazione positiva tra un migliore stato di conservazione degli stock delle specie bersaglio e misure specifiche come l’adozione di aree protette, il divieto di trasbordo in mare e la riduzione delle catture ammissibili in risposta alla pesca eccessiva. Come spiegano i ricercatori, però, si tratta di “politiche che poche ORGP hanno pienamente adottato”.
Con l’entrata in vigore dell’High Seas Treaty, le ORPG dovranno evolvere, integrando nelle loro politiche anche serie considerazioni relative alla tutela della biodiversità:
“Questo nuovo trattato delle Nazioni Unite richiede la collaborazione legale con le ORGP. Forse questa futura collaborazione dovrebbe mirare a colmare le lacune che abbiamo riscontrato e dare priorità alla conservazione a lungo termine”,
spiega Carmine.
La Conferenza delle Parti (COP) della BBNJ avrà l’autorità di istituire aree marine protette in alto mare. Tuttavia, ricordano i ricercatori, la futura COP della BBNJ non potrà “indebolire gli strumenti e i quadri giuridici esistenti e gli organismi globali, regionali e settoriali competenti“, tra cui ovviamente le ORGP – che però sono le stesse che fino a oggi hanno ignorato il 95% della biodiversità ittica d’alto mare. Questa collaborazione, insomma, potrebbe richiedere delle valutazioni indipendenti delle attività e delle misure implementate dalle ORPG a tutela delle specie marine.
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