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Il tesoro sommerso del Giappone tra innovazione e rischio

Sotto l’atollo di Minami-Tori-Shima, Tokyo prepara il primo test al mondo di estrazione profonda di metalli rari per la sovranità industriale

Tesoro sommerso del Giappone: le profondità dell’Oceano Pacifico rivelano un immenso giacimento di noduli di manganese, chiave per la sovranità tecnologica e la transizione energetica del Paese
Veduta aerea di Minami-Tori-Shima, minuscolo atollo corallino nell’Oceano Pacifico e punto più orientale del Giappone: la pista visibile risale al periodo in cui l’isola ospitava una base della US Coast Guard, dismessa nel 1993, oggi utilizzata dalle autorità giapponesi per ricerca e monitoraggio

Nel cuore del Pacifico, a 1.267 chilometri ad est della più vicina isola nipponica, Minami Iwo Jima, e a 1.848 km a sud-est delle coste di Tokyo, un piccolo atollo corallino chiamato Minami-Tori-Shima sta per diventare il laboratorio di una delle più audaci sperimentazioni industriali del ventunesimo secolo. È qui, nelle profondità di un fondale che scende oltre i 5.700 metri, che il Giappone intende estrarre, per la prima volta al mondo, fango oceanico ricco di metalli rari, in quantità tali da poter alimentare la propria industria tecnologica per decenni.

Il progetto, sostenuto dal Governo del Sol Levante e affidato a un consorzio guidato dalla Nippon Foundation, dall’Università di Tokyo e dall’Agenzia Giapponese per la Scienza e la Tecnologia Marina e Terrestre (JAMSTEC), promette di aprire un capitolo inedito nella corsa globale alle materie prime critiche. Ma la posta in gioco va ben oltre l’economia: dietro questa impresa si intrecciano innovazione ingegneristica, ambizione geopolitica e un intenso dibattito etico e ambientale sul destino degli ecosistemi sottomarini.

Tesoro sommerso del Giappone: ricerca scientifica della Nippon Foundation e dell’Università di Tokyo sui metalli rari presenti nel fango oceanico profondo al largo dell’isola di Minami-Torishima
Campo fitto di noduli di manganese sul fondale dell’Oceano Pacifico, a una profondità compresa tra 5.200 e 5.700 metri, al largo dell’isola di Minami-Tori-Shima: la formazione è stata individuata durante una missione di ricerca di 47 giorni condotta da studiosi della Nippon Foundation e dell’Università di Tokyo
(Foto: The Nippon Foundation)

Un giacimento colossale a 5.700 metri di profondità

Tutto ha avuto inizio con una serie di missioni di ricerca condotte tra il 2023 e il 2024 al largo dell’isola, nell’ambito della zona economica esclusiva giapponese. Gli studiosi hanno individuato una distesa di circa 10.000 chilometri quadrati di noduli di manganese, formazioni minerali di origine naturale che, nel corso di milioni di anni, si sono accumulate attorno a resti organici e scheletri di pesci, inglobando nichel, cobalto, rame e terre rare.

Secondo le analisi pubblicate dalla Nippon Foundation, questi depositi conterrebbero 230 milioni di tonnellate di noduli e quantità di metalli sufficienti a coprire i fabbisogni nazionali di cobalto per 75 anni e di nichel per 11 anni. La stima economica parla di un valore potenziale di 35 miliardi di dollari o 30 miliardi di euro, un dato che spiega la determinazione del Giappone a non lasciare questo patrimonio sepolto sotto l’oceano.

Shoichi Ishii, direttore del programma per l’esplorazione delle risorse marine presso il Gabinetto del Primo Ministro, ha dichiarato che

“questo progetto non mira a un profitto immediato, ma a garantire una fornitura stabile di metalli strategici per la nostra sicurezza economica e industriale”.

Il riferimento è chiaro: il Giappone dipende quasi interamente dalle importazioni, in particolare dalla Cina, che controlla oggi oltre il 60 per cento della raffinazione globale di terre rare.

Il primo test operativo è previsto per l’inizio del 2026, con una nave attrezzata dalla JAMSTEC per pompare fango dal fondale attraverso condotte verticali, analizzarlo a bordo e trasferirlo in superficie. Se la prova avrà successo, la fase sperimentale successiva, nel 2027, prevederà l’estrazione di circa 350 tonnellate di sedimenti al giorno, preludio a una produzione industriale a regime.

La frontiera scientifica di un inedito mining sottomarino

Mai prima d’ora un Paese aveva tentato di condurre operazioni minerarie a simili profondità. A quasi 6.000 metri sotto il livello del mare, la pressione supera le 550 atmosfere, la temperatura si avvicina agli zero gradi e le correnti marine possono danneggiare in pochi minuti le apparecchiature. In questo scenario, il progetto giapponese rappresenta un banco di prova tecnologico senza precedenti.

Il cuore dell’operazione risiede nei veicoli subacquei autonomi e telecomandati (ROV e AUV), sviluppati da consorzi industriali giapponesi per muoversi e raccogliere materiale in condizioni estreme. Le condotte di risalita, costruite in leghe speciali, dovranno trasportare il fango per chilometri senza deformarsi o intasarsi, mentre sofisticati sistemi di pompaggio e filtraggio garantiranno la stabilità del flusso.

A bordo, moduli di separazione chimica analizzeranno in tempo reale la concentrazione dei metalli, permettendo di ottimizzare le fasi successive di raffinazione.

Il test più importante, in programma per l’estate 2026, prevede l’impiego della nave da perforazione Chikyu, una delle più avanzate al mondo. Durante questa missione si tenterà di sollevare 35 tonnellate di fango in tre settimane, per verificare la resistenza di ogni singola componente.

“Non ci interessa quanto estrarremo”,

ha spiegato il funzionario Ishii,

“ma se il sistema potrà funzionare ininterrottamente nelle condizioni più difficili mai affrontate”.

Un ulteriore vantaggio di questi depositi è la bassa concentrazione di materiali radioattivi, come torio e uranio, che spesso rendono rischioso lo sfruttamento terrestre. Tuttavia, anche con tecnologie d’avanguardia, i costi di manutenzione e la complessità logistica restano elevatissimi, e non è ancora chiaro se l’estrazione potrà essere economicamente sostenibile senza sussidi pubblici o partnership internazionali.

Un equilibrio delicato tra innovazione e tutela ambientale

L’entusiasmo per questa nuova frontiera dell’innovazione è bilanciato da una crescente preoccupazione scientifica e ambientale. Biologi marini e organizzazioni come la Deep-Sea Conservation Coalition avvertono che l’attività estrattiva rischia di distruggere ecosistemi abissali ancora sconosciuti, alterare i cicli biogeochimici e provocare danni irreversibili alle catene alimentari oceaniche.

Secondo uno studio pubblicato dall’Università di Tokyo, nei test preliminari condotti tra il 2023 e il 2024 nelle vicinanze dell’atollo, la fauna bentonica è diminuita di oltre il 40 per cento nei dodici mesi successivi al disturbo del fondale. Le nuvole di sedimento sollevate dalle operazioni di raccolta, infatti, possono soffocare organismi filtratori e compromettere la fotosintesi delle alghe microscopiche che alimentano l’intero ecosistema marino profondo.

Per questo motivo, il Governo giapponese ha annunciato la creazione di un comitato scientifico indipendente incaricato di monitorare l’impatto ecologico del progetto e di definire standard di mitigazione in linea con le linee guida della International Seabed Authority (ISA).

“L’innovazione tecnologica deve procedere insieme alla tutela dell’oceano”,

ha sottolineato il professor Yasuhiko Kato dell’Università di Tokyo, geologo tra i pionieri della ricerca.

“Se non sapremo rispettare l’equilibrio tra sviluppo e conservazione, perderemo molto più di quanto potremmo guadagnare”.

Il Giappone, tuttavia, ritiene che la propria posizione sia diversa da quella di altri Paesi: l’estrazione avverrà all’interno della propria zona economica esclusiva, e non in acque internazionali, dove le regole restano ancora vaghe. Ciò consente a Tokyo di adottare protocolli ambientali più restrittivi, presentandosi come un modello di “estrazione responsabile”.

Tesoro sommerso del Giappone: il progetto di estrazione sostenibile di metalli rari dai fondali del Pacifico, un’iniziativa che unisce innovazione, sicurezza industriale e tutela ambientale
Conferenza stampa a Tokyo, 21 giugno 2024: l’annuncio della scoperta di un’ampia concentrazione di noduli di manganese ricchi di metalli rari nella zona economica esclusiva giapponese; da sinistra, Mitsuyuki Unno e Yōhei Sasakawa (Nippon Foundation) e i professori Yasuhiro Kato e Kentaro Nakamura (Università di Tokyo)
(Foto: The Nippon Foundation)

Dalla geopolitica dei metalli rari alla sovranità tecnologica

Dietro l’ambizione scientifica si muove una logica strategica precisa. Il Giappone, che importa quasi tutti i metalli necessari per la produzione di batterie, microchip e componenti elettronici, vuole ridurre la propria vulnerabilità alle tensioni globali. La crisi delle forniture del 2021, quando la Cina limitò l’export di terre rare, ha lasciato un segno profondo nella politica industriale giapponese.

Oggi, mentre la transizione energetica e la mobilità elettrica moltiplicano la domanda di materie prime, Tokyo punta a costruire una catena del valore interna, capace di sostenere il proprio sistema industriale e, nel lungo periodo, di esportare tecnologie di estrazione sostenibile. Non a caso, il progetto di Minami-Tori-Shima si inserisce nel Programma di Innovazione Strategica (SIP), strumento di coordinamento tra governo, industria e università.

L’obiettivo, come ha spiegato il Viceministro dell’Economia Kazuhiro Maeda, è quello di

“assicurare l’accesso a risorse critiche per la nostra sicurezza nazionale e contribuire a un ordine economico più stabile”.

Il Giappone intende inoltre condividere le proprie tecnologie con partner come gli Stati Uniti, l’Australia e l’India, nell’ambito delle alleanze del Quad, con l’obiettivo comune di contrastare la dipendenza industriale dalla Cina.

Tuttavia, questa corsa al fondo solleva questioni di sostenibilità globale. Mentre i governi competono per l’accesso a risorse sempre più profonde, cresce la consapevolezza che l’innovazione non può sostituire la governance internazionale. La sfida è trovare un equilibrio tra sovranità e cooperazione, evitando che i fondali oceanici diventino il nuovo teatro di tensioni geopolitiche e ambientali.

Tesoro sommerso del Giappone: ricerca scientifica della Nippon Foundation e dell’Università di Tokyo sui metalli rari presenti nel fango oceanico profondo al largo dell’isola di Minami-Torishima
Veicolo subacqueo a comando remoto impiegato dai ricercatori della Nippon Foundation e dell’Università di Tokyo, che ha individuato un’enorme concentrazione di noduli di manganese ricchi di metalli rari sul fondo oceanico al largo di Minami-Tori-Shima, in una delle aree più profonde del Pacifico
(Foto: The Nippon Foundation)

Il futuro incerto del progetto e l’incognita della tecnica

Se la prospettiva di estrarre metalli rari dalle profondità oceaniche affascina i decisori politici, il suo futuro economico resta incerto. L’intero piano si basa sull’ipotesi che la domanda di nichel e cobalto continuerà a crescere nei prossimi decenni, ma le innovazioni nella chimica delle batterie potrebbero cambiare radicalmente lo scenario.

Numerosi centri di ricerca, tra cui la McGill University in Canada, hanno annunciato progressi significativi verso batterie prive di cobalto e nichel, basate su nuovi composti sintetici come i catodi “disordered rock-salt”.

Queste tecnologie promettono di ridurre i costi e l’impatto ambientale, diminuendo la dipendenza dai metalli rari. Se dovessero affermarsi, il gigantesco investimento giapponese potrebbe diventare economicamente meno attraente.

Ciononostante, gli esperti nipponici ribadiscono che la ricerca subacquea non ha un fine esclusivamente economico. Serve anche a sviluppare tecnologie dual use, applicabili in altri settori: dalla robotica subacquea alla sicurezza marittima, fino al monitoraggio dei cambiamenti climatici.

Come osserva Masahiro Kaneko, analista del National Institute for Science and Technology Policy,

“anche se il mining profondo dovesse rivelarsi non redditizio, il Giappone avrà guadagnato competenze scientifiche e industriali di valore strategico, capaci di generare nuove filiere tecnologiche”.

Tesoro sommerso del Giappone: missioni oceanografiche giapponesi esplorano l’atollo di Minami-Torishima per valutare il potenziale minerario dei noduli di manganese in acque profonde
Immagine d’archivio dell’attacco aereo su Minami-Tori-Shima o Marcus Island del 31 agosto 1943: l’operazione fu condotta da una task force della Marina USA con portaerei, incrociatori e la corazzata USS Indiana; la foto fu scattata da un aereo decollato dalla USS Yorktown durante il bombardamento

Il confine tra ambizione e responsabilità di una Nazione

Il progetto di Minami-Tori-Shima è insieme un simbolo e un test. Simbolo della capacità del Giappone di unire ricerca avanzata e visione strategica, test della possibilità di conciliare innovazione e sostenibilità in uno degli ambienti più ostili e fragili del pianeta.

A quasi dieci anni dalla crisi delle forniture di terre rare, Tokyo sembra voler riprendere il controllo del proprio destino industriale, ma dovrà farlo senza perdere di vista i limiti dell’oceano e della tecnologia.

Le profondità marine, ricche di risorse ma ancora misteriose, ricordano che la conoscenza scientifica non è mai neutra: può emancipare o distruggere, a seconda di come viene governata.

Nel caso di Minami-Tori-Shima, il successo non si misurerà soltanto in tonnellate estratte, ma nella capacità di costruire un modello di estrazione etica, tecnologicamente avanzata e ambientalmente responsabile. È questa la sfida che il Giappone lancia al mondo: dimostrare che il progresso non deve necessariamente passare per la conquista, ma può scaturire dal rispetto per le profondità che ancora non conosciamo.

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