Dalla smart city all’urbanistica neurale: Marvin e McCay rivelano i rischi di neurotecnologie che integrano il pensiero umano nel governo di una metropoli

Cosa resterebbe della nostra libertà se l’illuminazione pubblica cambiasse colore in base al nostro livello di stress, o se un algoritmo decidesse il flusso del traffico leggendo le nostre onde cerebrali? È la prospettiva, forse un po’ inquietante, affrontata da Simon Marvin e Allan McCay in un commentary appena pubblicato sulla rivista Urban Geography.
Gli autori introducono il concetto di Urbanismo Borg per esaminare le implicazioni delle neurotecnologie che consentono interfacce dirette e bidirezionali tra l’attività cerebrale umana e i sistemi urbani.
Urbanismo Borg: l’ultima frontiera dell’abitare
Simon Marvin è uno dei più influenti teorici dell’urbanismo contemporaneo a livello mondiale. È stato autore, con Stephen Graham, del celebre testo Splintering Urbanism, in cui spiega come la tecnologia possa frammentare le città, creando zone super-connesse e zone “di serie B” del tutto isolate. Allan McCay è un pioniere nel campo del diritto e delle neurotecnologie, nonché una delle voci più riconosciute e autorevoli al mondo sull’applicazione della legge alle interfacce cervello-computer.
I due autori hanno individuato un campo di studio emergente che richiede un impegno immediato. L’hanno chiamato, un po’ provocatoriamente, Urbanismo Borg. La città del futuro, secondo Marvin e McCay, potrebbe voler non soltanto osservare ciò che i cittadini fanno, ma anche decodificare ciò che pensano e provano, trasformandoli in piccoli nodi di un immenso alveare che ricorda, appunto, la struttura del Collettivo Borg. Il riferimento alla specie cyborg di Star Trek rende un’immagine potente: quella di un denso oceano oscuro che assimila ogni frammento di unicità spegnendolo per sempre, sostituito da un sentire collettivo monolitico che non ammette silenzio né ribellione (“La resistenza è inutile” è il dogma dei Borg).
I Borg assimilano individui di altre specie iniettando delle nanosonde all’interno del loro corpo, degli innesti neurali che somigliano molto ai chip Neuralink di Elon Musk. Ma, ricordano gli scienziati, oggi c’è anche un forte interesse nella cosiddetta neurotecnologia wearable, meno invasiva ma altrettanto “assimilante”. Parliamo di Brain-Computer Interfaces (BCI) che usano dei sensori posizionati sulla pelle per captare i segnali elettrici del cervello e i livelli di ossigenazione del sangue per interpretare gli stati emotivi e i livelli di stress.

Città VS cervello: una relazione simbiotica e inquietante
Nonostante il ricorso all’immagine derivata da Star Trek, non parliamo di fantascienza: gli smart helmets che monitorano i livelli di stanchezza e concentrazione, per esempio, sono già stati testati in ambito industriale e militare, mentre le fasce per il monitoraggio emotivo sono già state oggetto di diversi esperimenti di neuro-urbanismo che hanno misurato la reazione biologica e cognitiva delle persone all’ambiente urbano.
Gli studi sull’urbanistica si sono ampiamente occupati di analizzare come gli ambienti urbani, inclusi rumore, densità, spazi verdi e progettazione architettonica, influenzino la salute mentale e lo stress. Questo tipo di ricerca, però, vede il cervello essenzialmente come un “ricevitore passivo dell’influenza ambientale”. L’Urbanismo Borg di cui parlano Marvin e McCay, invece, individua una logica emergente che supera quest’impostazione con un balzo sostanziale. Come si legge nello studio, parliamo di “città in grado di leggere, anticipare e rispondere agli stati neurali in tempo reale e, così facendo, di integrare la cognizione stessa nelle infrastrutture di governo”.
In quest’approccio, che si serve della metafora dei Borg come di una provocazione critica, non abbiamo davanti soltanto una città che influenza la vita delle persone, ma anche stati neurali rilevati da sensori e interfacce di vario tipo, che possono guidare la riconfigurazione adattiva dello spazio urbano in tempo reale:
“L’urbanismo Borg immagina una relazione di feedback in cui l’attività neurale riconfigura a sua volta l’ambiente. Il contesto urbano diventa neuro-reattivo, come uno spazio che legge e scrive nel cervello”,
si legge nella ricerca.
Il sistema alveare: quando la mente diventa infrastruttura
Ma come si declina questo rapporto bidirezionale tra città e cervelli? Secondo i ricercatori,
“Le città potrebbero non solo lenire o alleviare lo stress, ma anche iniziare a rispondere ai dati neurali. Se un numero sufficiente di persone avesse accesso a dispositivi neurali, una rete di illuminazione potrebbe cambiare colore in base alle onde cerebrali dei residenti nelle vicinanze, oppure un sistema di gestione del traffico potrebbe adattarsi ai livelli di concentrazione collettiva. L’infrastruttura urbana si sintonizzerebbe continuamente sugli stati mentali, mentre i cervelli si adatterebbero a questi ambienti reattivi”.
Le nanosonde Borg non sono ancora diffuse, ricordano gli studiosi, ma la neurotecnologia wearable si sta espandendo rapidamente anche in ambito consumer, spinta da investitori come Meta. Le fasce EEG già in commercio, per esempio, consentono il controllo mentale di giochi e droni, oltre al monitoraggio dell’attenzione.
Se tali dati alimentassero edifici, trasporti o servizi pubblici,
“Gli stati mentali potrebbero configurare le infrastrutture, ad esempio, attraverso una “dashboard neurale” che aggreghi l’influenza collettiva di un quartiere per gestire il consumo energetico, la sicurezza o l’atmosfera”.
Il risultato è una città che non si limita a ospitare la vita, ma la metabolizza per ottimizzare se stessa.

I rischi concreti di un Borg Urbanism
La metafora dei Borg, spiegano i ricercatori, serve per evidenziare i rischi di assimilazione, perdita di autonomia mentale e normalizzazione di una sorveglianza cognitiva che sembra davvero appartenere al terreno della fantascienza. L’immagine finale è quella di un sistema di sorveglianza totale, in cui l’attività cerebrale diventa uno strumento di governo, e quindi di controllo:
“Vivere in una città del genere potrebbe significare partecipare costantemente a un sistema in cui la privacy mentale è obsoleta. La sfida per la ricerca e le politiche urbane è immaginare delle garanzie prima che queste infrastrutture si consolidino”,
spiegano gli autori. Il rischio vero è che gli abitanti delle città diventino parte di un tutt’uno cibernetico con un sistema nervoso collettivo come quello dei Borg, in cui soltanto la Regina ha il lusso di esercitare un’intenzione. Solo che qui la Regina è un sistema software.
“Eserciti e aziende potrebbero già star costruendo parti di questo futuro, ma è compito della geografia urbana critica smascherarlo e contrastarlo”,
ammoniscono Marvin e McCay. E per farlo è necessario affrontare questa trasformazione prima che diventi una realtà consolidata.
L’urbanistica basata sulle neurotecnologie può evolvere in modo responsabile, ma è necessario riconoscere queste infrastrutture cognitive emergenti come parte integrante della condizione urbana in evoluzione poiché queste, concludono i ricercatori, “riconfigurano le questioni di potere, autonomia e giustizia spaziale a livello del pensiero stesso”.
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