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Export in crisi: l’effetto dei dazi USA sul settore agroalimentare

Le nuove tariffe doganali rischiano di colpire duramente anche Grana Padano, tra rincari, scorte invendute e ripercussioni sulle esportazioni

Export in crisi: l’effetto dei dazi USA sul settore agroalimentare
Stefano Berni, Direttore Generale Consorzio Tutela Grana Padano, parla di “Un duro colpo per noi e un atto incomprensibile che penalizza soprattutto i cittadini americani” (Foto: Consorzio Grana Padano)

Nonostante la recente decisione di Donald Trump di sospendere per 90 giorni l’aumento dei dazi sulle importazione europee, l’incertezza commerciale resta alta e il settore agroalimentare italiano continua ad essere esposto a potenziali rischi.

I nuovi dazi introdotti dall’amministrazione del presidente americano rischiano infatti di compromettere seriamente la crescita del Grana Padano DOP negli Stati Uniti. Specialmente se si considera che la medesima destinazione rappresenta il terzo mercato per l’export di questo prodotto-simbolo del Made in Italy agroalimentare. Basti pensare che nel 2024 sono state esportate oltre 215.000 forme oltreoceano, con una crescita del 10,53 per cento rispetto all’anno precedente. Un risultato importante, frutto di anni di investimenti e promozione sul mercato americano, che ora rischia di essere vanificato dall’improvvisa introduzione di tariffe aggiuntive che faranno aumentare il prezzo del formaggio del 20 per cento.

“È un duro colpo per noi e un atto incomprensibile che penalizza soprattutto i cittadini americani. Il timore è che l’aumento dei prezzi possa frenare la domanda e ridurre la competitività del prodotto italiano rispetto a imitazioni locali o ad alternative più economiche”,

commenta il Direttore del Consorzio di Tutela, Stefano Berni.

L’export negli Stati Uniti rappresenta pertanto un tassello cruciale per la DOP più consumata al mondo. Pertanto, le nuove misure rischiano di compromettere non solo l’andamento delle esportazioni, ma anche l’intero lavoro di posizionamento costruito nel tempo.

I falsi miti sull’immunità dei prodotti cosiddetti “premium”

Negli ultimi giorni ha iniziato a circolare l’idea che i prodotti “premium” come il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano siano relativamente al riparo dagli effetti negativi dei nuovi dazi, grazie alla loro posizione di mercato. Una tesi che, almeno per quanto riguarda il Grana Padano, risulta tutt’altro che fondata.

Una parte rilevante delle esportazioni, infatti, è destinata al canale del food service – ristorazione e settore alberghiero in primis – che è molto più sensibile ai rincari. Inoltre, trattandosi di un prodotto a lunga stagionatura, le eventuali difficoltà di vendita comportano l’accumulo di scorte nei magazzini, con un impatto diretto e pesante su tutto il prodotto stoccato.

È con questa riflessione che il Direttore Generale del Consorzio Stefano Berni ha voluto momentaneamente respingere le interpretazioni più ottimistiche, sottolineando invece la reale portata delle difficoltà che il comparto si troverà ad affrontare.

Dopotutto, Grana Padano ne ha già avuto una prova inconfutabile quando, nel 2014, l’embargo russo post invasione in Crimea bloccò completamente le oltre 40.000 forme annuali pronte per essere vendute in Russia. Il danno venne allora quantificato a posteriori in quasi 100 milioni di euro, di cui 15 milioni circa per l’invenduto e gli altri 70/80 per l’abbassamento delle quotazioni di mercato di tutto il formaggio.

Italian sounding: cresce il timore per un fenomeno che inganna i consumatori

Secondo gli esperti del settore, la misura protezionistica di Trump favorirà soprattutto la diffusione negli USA di prodotti “Italian sounding”. Generi alimentari che, ovvero, che sfruttano nomi e suggestioni della tradizione nostrana senza offrire le stesse garanzie di qualità e autenticità.

Un fenomeno che danneggia dunque l’export agroalimentare, inganna i consumatori, contribuisce a diffondere un’immagine distorta della cucina italiana e intacca le aziende produttrici.

Per gli stessi motivi, Berni aggiunge:

“La scelta di Trump è un pesante danno per noi e un grave errore che penalizza i consumatori americani, che pagheranno di più incidendo quindi anche sulla loro inflazione”

Export in crisi: l’effetto dei dazi USA sul settore agroalimentare
Secondo gli esperti del settore, i dazi finiranno per favorire soprattutto la diffusione dei prodotti “Italian sounding”. Ad esempio, di formaggi che richiamano nel nome e nell’immaginario la tradizione italiana, senza però garantire la stessa qualità e autenticità del Grana Padano DOP (Foto: Consorzio Grana Padano)

In che modo l’asimmetria fiscale penalizzerà il settore caseario italiano?

Finora, su ogni forma di Grana Padano esportata negli Stati Uniti veniva applicato un dazio pari al 15 per cento del valore fatturato. Il che corrisponde a circa 2,40 euro al chilo. Con l’entrata in vigore delle nuove tariffe, l’imposta doganale salirà a quasi 6 euro al chilo al consumo. Il conseguente effetto domino si ripercuoterà inevitabilmente sui prezzi finali per i consumatori americani.

A rendere ancora più critica la situazione è il confronto con i dazi imposti dall’Unione Europea sui formaggi statunitensi. Questi ultimi, infatti, si aggirano intorno a 1,80 euro al chilo. Una cifra ben inferiore rispetto a quanto l’Italia ha sempre pagato per esportare oltreoceano. Di fronte a questa discrepanza, risulta difficile sostenere – come invece dichiarato dall’amministrazione Trump – che le nuove tariffe sarebbero solo un “riequilibrio” rispetto ai dazi europei. In realtà, il carico fiscale applicato al Grana Padano rischia di essere oggi triplo rispetto a quello pagato dai formaggi americani in ingresso in Europa. Un’asimmetria che, per il settore caseario italiano, rappresenta dunque una grave penalizzazione.

Ancora una volta Stefano Berni sottolinea l’urgenza di un intervento politico e diplomatico:

“Le istituzioni italiane ed europee devono attivarsi immediatamente per contrastare questo contraccolpo, adottando tutte le misure necessarie a tutelare le esportazioni dei prodotti colpiti da questi dazi ingiustificati e per noi assai penalizzanti. Siamo sconcertati perché ogni qualvolta c’è tensione internazionale i formaggi di qualità vengono colpiti oltre misura. È successo nel 2014 con l’embargo russo post invasione in Crimea e da allora non esportiamo più un solo kg in Russia. È successo dall’ottobre 2019 al febbraio 2021, nell’ultimo tratto del Governo Trump, potrebbe succedere in Cina tra poco ed è successo di nuovo in USA oggi”

Il bilancio finale dei danni e le prospettive future secondo Stefano Berni

Nella sua analisi conclusiva, Berni rileva quanto segue:

“Il nostro calcolo è che potremmo perdere a causa di questi dazi 35-40.000 forme in USA con un danno diretto per l’invenduto di circa 25 milioni di euro ma con un più rilevante danno indotto sul magazzino in cui attualmente vi sono circa 6 milioni di forme per un valore medio di circa 2,3 miliardi di euro. Per cui sarebbe sufficiente che il formaggio perdesse appena un 3 per cento del suo valore (solo circa 30 cent al kg) per arrivare ad un danno indotto di 75 milioni di euro. Si stima quindi che questi dazi aggiuntivi del 20 per cento potranno gravare sul sistema Grana Padano per circa 100 milioni di euro nei suoi primi 12 mesi di applicazione. Ovviamente se non si trattasse di prodotto a lunga stagionatura il danno indotto sarebbe assai più lieve”

A prescindere dall’introduzione dei nuovi dazi, il sistema Grana Padano sta già lavorando intensamente per rafforzare la propria presenza sui mercati esteri. Nel 2024, infatti, il Consorzio ha destinato oltre la metà della produzione – il 51,2 per cento – all’export. Un impegno prolungatosi attivamente anche al di fuori degli Stati Uniti, che rappresentano comunque meno dell’8 per cento del totale esportato. Non si tratta quindi di aprire nuovi fronti, ma di consolidare quanto già costruito.

Guardando al futuro con realismo ma anche con determinazione, il Direttore Generale Stefano Berni si mostra tutto sommato fiducioso. Come il comparto è riuscito a superare le difficoltà legate all’embargo russo del 2014 e ai precedenti dazi statunitensi del 2020, anche stavolta sarà in grado di reagire. Resta però – sottolinea – una penalizzazione pesante, di cui si sarebbe fatto volentieri a meno.

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Stefano Berni conclude la sua riflessione con una nota di fiducia: “Come ce la siamo cavata post embargo russo e post dazi 2020 di Trump, ce la caveremo anche stavolta. Tuttavia, è una grave penalizzazione di cui faremmo molto volentieri a meno” (Foto: Consorzio Grana Padano)

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