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Il più antico canto di balena mai registrato risale al 1949

Recuperato dagli archivi del WHOI un reperto audio catturato alle Bermuda ottant’anni fa: la voce delle megattere nell’oceano pre-industriale

Trovata la più antica registrazione del canto di una megattera
I ricercatori del WHOI hanno recuperato una registrazione audio del 1949 che immortala il canto di una megattera nel silenzioso oceano pre-industriale (Foto: Stanislav Stelmakhovich / CC0 1.0)

Nel marzo del 1949, a bordo della nave di ricerca R/V Atlantis, un registratore a incisione magnetica catturava una sequenza di suoni cupi e ritmici al largo delle Bermuda. All’epoca, l’equipaggio non sapeva quello che stava registrando. Era la prima prova documentale di un “canto” sottomarino, la prima registrazione dei suoni di una megattera.

Quella traccia, recuperata oggi dagli archivi della Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI), ci permette di ascoltare la voce delle balene nell’oceano silenzioso della pre-industrializzazione. Un reperto che potrebbe rivelarci come questi animali abbiano modificato il proprio linguaggio per sopravvivere a un secolo di stravolgimenti climatici e al rumore sempre più assordante prodotto dagli umani.

La più antica registrazione di una balena giunta fino a noi

Ricercatori e archivisti della Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI) hanno scoperto quella che potrebbe essere la più antica registrazione di una balena conservata fino a oggi. Si tratta del canto di una megattera, catturato il 7 marzo 1949 vicino alle Bermuda. All’epoca della registrazione, i ricercatori a bordo della nave R/V Atlantis stavano testando sistemi sonar e conducendo esperimenti acustici in collaborazione con l’Ufficio di Ricerca Navale degli Stati Uniti.

Il contesto era quello della Guerra Fredda: questi esperimenti servivano essenzialmente per mappare i fondali e individuare potenziali minacce sommerse. Le tecnologie stavano appena iniziando a consentire la registrazione di suoni sottomarini, e la maggior parte dei suoni oceanici erano ancora un mistero totale.

In quegli anni, lo scienziato del WHOI William Schevill e sua moglie Barbara Lawrence, pioniera dello studio dei mammiferi, stavano gettando le basi per quello che sarebbe diventato il campo della bioacustica dei mammiferi marini. Nel 1949, con l’aiuto di un dittafono e di un rudimentale idrofono, i due scienziati registrarono i suoni emessi dalle balene beluga sul fiume Saguenay, in Canada. Era la prima registrazione a identificare la voce di un mammifero marino in natura. Fino a quel momento, nessuno era stato in grado di riconoscere quei suoni oceanici – e di dargli il valore che gli riconosciamo oggi. Come spiega Laela Sayigh, bioacustica marina e ricercatrice senior presso il WHOI,

“Nella maggior parte dei casi, i dati di quel periodo semplicemente non esistono. L’oceano è molto più rumoroso oggi, con un aumento sia del numero che delle tipologie di sorgenti sonore. Questa registrazione può fornire informazioni su come i suoni delle megattere siano cambiati nel tempo, oltre a servire come punto di riferimento per misurare come l’attività umana influenzi il paesaggio sonoro oceanico”.

Una registrazione del 1949 per scoprire i segreti delle balene
Gli scienziati che registrarono la preziosa traccia audio non avevano idea di cosa stessero ascoltando, ma decisero comunque di conservarla (Foto: WHOI)

Dall’oceano allo spazio interstellare

Per fornire un contesto storico e acustico alla registrazione del 1949, i ricercatori del WHOI hanno collaborato con i colleghi di Ocean Alliance, che gestisce un archivio di oltre 2.400 registrazioni di suoni di balene e dell’oceano raccolte in tutto il mondo dagli anni Cinquanta agli anni Novanta.

Una di queste registrazioni, il canto di una megattera catturato al largo delle Bermuda nell’inverno del 1970, finì nel Golden Record – il disco per grammofono inserito nelle due sonde Voyager della NASA per portare “la voce della Terra” oltre i confini dell’atmosfera. Nella sezione dei saluti dalla Terra c’è il canto della megattera registrato nel 1970 dal dottor Roger Payne, fondatore dell’Ocean Alliance. È l’unico suono non umano presente in questo elenco di saluti ancora in viaggio nello spazio interstellare.

Da quando Payne rivelò al mondo i canti delle balene pubblicando il disco Songs of the Humpback Whale (1970), la bioacustica dei mammiferi è evoluta fino a diventare un’analisi della cultura animale e del linguaggio complesso, una disciplina che incrocia la linguistica computazionale, la biologia molecolare e l’oceanografia fisica che si avvale di tecnologie come boe acustiche passive, veicoli subacquei autonomi e idrofoni autonomi.

Il programma Robots4Whales guidato dal WHOI, per esempio, utilizza robot oceanici autonomi dotati dello strumento di monitoraggio acustico digitale (DMON) per rilevare le balene in tempo reale. I DMON, spiega l’istituto, sono dotati di un sistema di rilevamento e classificazione a bassa frequenza che identifica i richiami dei mammiferi marini analizzando come la frequenza del suono cambia nel tempo, producendo “tracce di tono” (pitch tracks) derivate dagli spettrogrammi che consentono al sistema di classificare i richiami in base a una libreria nota e di trasmettere i risultati a terra via satellite in tempo quasi reale.

La voce di una megattera che viene dal 1949
Il Gray Audograph con cui vennero effettuate le registrazioni dei suoni oceanici (Foto: WHOI)

L’eredità del silenzio: un investimento nel futuro della scienza

Oltre ad aver integrato tecnologie sempre più sofisticate, lo studio dei suoni dei mammiferi marini ha nel tempo maturato anche una consapevolezza cruciale: grazie agli scienziati, abbiamo capito di aver interagito con questi animali per decenni, loro malgrado, ben prima di imparare a riconoscerne le voci. L’oceano, oggi, è 10 volte più rumoroso rispetto agli anni Sessanta. Ed è tutto merito delle nostre navi e dei nostri sonar.

Allora, quasi ottant’anni fa, gli scienziati non sapevano cosa stessero ascoltando, ma decisero comunque di registrare e conservare i suoni dell’oceano, sottolinea Ashley Jester, Direttrice dei Servizi di Ricerca, Dati e Biblioteca del WHOI:

“Erano curiosi. Quindi tennero il registratore acceso e si ritagliarono persino del tempo per effettuare registrazioni in cui le loro navi non emettevano alcun rumore, proprio per ascoltare il più possibile. E conservarono queste registrazioni”.

Come spiega Peter Tyack, ricercatore emerito del WHOI, questi sottili dischi di plastica incisi con un dispositivo di dettatura da ufficio sono oggi un patrimonio prezioso:

“Le registrazioni sonore subacquee sono uno strumento potente per comprendere e proteggere le popolazioni di balene vulnerabili. Ascoltando l’oceano, possiamo individuare le balene anche dove non sono facilmente visibili. Allo stesso tempo, questi strumenti acustici ci permettono di monitorare come l’attività umana, dal rumore delle navi ai suoni industriali, modifichi il paesaggio sonoro oceanico e influenzi il modo in cui le balene comunicano, si orientano e sopravvivono”,

Secondo Jester, preservare questi dati è un atto di responsabilità scientifica:

“Preservare i dati nel momento in cui vengono creati è un investimento nel futuro della scienza. Queste registrazioni ci ricordano perché raccogliamo dati, anche quando non ne comprendiamo immediatamente il significato”.

Il più antico canto di balena mai registrato, recuperato dagli archivi del WHOI

Ecco tre approfondimenti che potrebbero interessarti:

Video, il canto del 1949 e le tecnologie che ascoltano le balene
Tohorā Oranga Bill, i diritti delle balene in una legge nazionale
Deep Sea Mining, la corsa all’oro che minaccia le balene

Cosa può insegnarci un antico canto di balena?
L’analisi dell’antico canto della megattera potrebbe rivelare preziose informazioni su come le balene hanno modificato il loro linguaggio in un secolo di stravolgimenti climatici e rumori sempre più invadenti (Foto: WHOI)

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