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Qattara: allagare il deserto per fermare l’avanzata degli oceani

Possiamo creare nuovi mari interni per ridurre l’innalzamento del livello del mare? Uno studio egiziano riaccende la sfida tra ingegneria e clima

Inondare deserti per fermare l'innazamento dei mari
Il ripido bordo della scarpata tra l’altopiano di El Diffa e la depressione di Qattara, in Egitto (Foto: Marc Ryckaert / CC BY-SA 4.0)

L’avanzata degli oceani, il cui innalzamento minaccia sempre più concretamente le aree costiere di tutto il mondo, potrebbe richiedere soluzioni disperate. O almeno, curiose. Una di queste, un progetto futuristico legato a un sogno ingegneristico vecchio più di un secolo, consiste nell’allagare delle depressioni desertiche per creare dei mari interni che possano accogliere un po’ dell’acqua di questo oceano in espansione.
La depressione di Qattara è attualmente uno dei migliori candidati per questo esperimento di mitigazione. E c’è già chi ne sta vagliando l’effettiva fattibilità.

Allagare deserti per combattere l’innalzamento dei mari

Che i dati sull’innalzamento dei mari siano allarmanti è ormai cosa nota: si parla di un aumento del livello del mare di oltre 20 centimetri dal 1880 a oggi, con un tasso di innalzamento in netta accelerazione. Secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), limitando l’aumento delle temperature globali a 1,5°C, il livello del mare salirebbe ancora di 30 centimetri da qui al 2100. Ma si potrebbe arrivare a un innalzamento di 2 metri, se non dovesse esserci un sostanzioso calo delle emissioni. E ci sono scenari ancora peggiori, che avrebbero conseguenze drammatiche per miliardi di persone in tutto il mondo. Miliardi.

Perciò, visto che a quanto pare la maggior parte dei Paesi del mondo non intende davvero abbandonare il fossile, ci si sta interrogando su possibili soluzioni che possano alleviare il problema. Una prospettiva piuttosto concreta è quella di allagare grosse depressioni di pianura per allentare la pressione del mare sulle coste. La ricerca sulla fattibilità di questa possibile via d’uscita, recentemente finanziata dall’Advanced Research for Climate Emergencies Initiative dell’organizzazione Renaissance Philanthropy, è affidata al Professor Amir AghaKouchak dell’Università della California – Irvine.

L’idea di base consiste nel creare nuovi mari interni stabili collegando grandi bacini che si trovano sotto il livello del mare all’oceano. La ricerca di AghaKouchak, in particolare, si concentra sulla possibilità di allagare la depressione di Qattara, in Egitto, che nel suo punto più basso si trova a 133 metri sotto il livello del mare. La sua inondazione, spiega il professore, potrebbe abbassare il livello globale del mare di alcuni millimetri, e la naturale evaporazione delle acque continuerebbe a mitigare l’innalzamento dei mari nel tempo. Un palliativo che, specifica il professore, può offrire sollievo ma non può in nessun caso sostituire una decisa azione per la limitazione delle emissioni.

Una soluzione disperata contro l'innalzamento dei mari
La depressione di Qattara è certamente uno dei migliori candidati per l’allagamento: è vicina al mare, ricade all’interno di un unico Paese ed è tra le più grandi depressioni desertiche del mondo (Foto: cheesy42 / CC BY 2.0)

Inondare Qattara: un’idea (di Jules Verne) vecchia più di un secolo

L’idea di inondare grandi depressioni desertiche non è affatto nuova. Ne parla per esempio il romanzo di Jules Verne “L’invasione del mare” (L’Invasion de la mer), pubblicato nel 1905, che era ispirato a un progetto più che reale dell’epoca. Il capitano francese François Élie Roudaire voleva creare un mare interno al Sahara per creare nuove rotte commerciali e modificare il clima in modo da favorire l’agricoltura.

La depressione di Qattara, che si estende per circa 18.000 chilometri quadrati nel deserto libico dell’Egitto nord-occidentale, ha ben presto attirato la stessa fantasia: i primi progetti di allagarla risalgono all’inizio del Novecento. Allora, però, lo scopo era produrre energia grazie a delle turbine idro-elettriche posizionate sul canale (in discesa) che avrebbe collegato Qattara al mare. Negli anni Cinquanta anche la CIA valutò seriamente il progetto di inondare il deserto salino di Qattara. L’obiettivo era ovviamente di tutt’altro tipo: gli USA di Eisenhower volevano “distrarre” Gamal Abd el-Nasser dal Canale di Suez, appena nazionalizzato, e dal conflitto con Israele.

Oggi l’idea di allagare Qattara torna, praticamente identica a se stessa, come possibile strategia per la mitigazione di un fenomeno che si fa sempre più allarmante, e che riguarda tutto il mondo. Il principio fisico è sempre lo stesso. Come spiega AghaKouchak in un’intervista rilasciata a Mongabay:

“Poiché questi bacini si trovano sotto il livello del mare, la gravità può spostare l’acqua verso l’entroterra attraverso canali o gallerie. Il bacino riempito funziona quindi come un bacino di accumulo di acqua marina a lungo termine. L’invaso iniziale rimuove un volume definito dall’oceano, abbassando leggermente il livello medio globale del mare. L’evaporazione continua sul mare interno sostiene un trasferimento netto dall’oceano al bacino finché la connessione viene mantenuta”.

Una sfida tra tecnologia, ambiente e rispetto delle popolazioni locali

Come spiega il Professore che sta esaminando la fattibilità del progetto, quella di Qattara è una delle più grandi depressioni terrestri al mondo sotto il livello del mare, con un clima arido che favorisce l’evaporazione dell’acqua. In più si trova relativamente vicina al Mediterraneo, a una distanza di circa 80 chilometri, cosa che consente di progettare impianti alimentati a gravità, risparmiando molta energia.

“In termini pratici, il riallagamento utilizzerebbe una presa a livello del mare sul Mediterraneo, collegata all’interno di Qattara tramite un sistema di canali o tunnel. Il flusso verrebbe regolato per garantire stabilità, opportunità energetiche durante il riempimento iniziale e salvaguardia ambientale”,

spiega AghaKouchak. Il riempimento completo di Qattara rimuoverebbe dall’oceano un quantitativo di acqua compreso tra le poche centinaia e circa 1.000 chilometri cubi, e il livello del mare globale si abbasserebbe di pochi millimetri. Ma si potrebbero allagare anche altre depressioni, come il Mar Morto e la depressione della Dancalia, in Etiopia. La depressione di Qattara, in questo senso, garantisce sicuramente una maggiore stabilità geopolitica. Perciò risulta ancora, a un secolo di distanza dai primi progetti, un buon candidato per per l’allagamento.

Ma perché stavolta dovrebbe funzionare? Secondo AghaKouchak sono cambiate due cose essenziali: abbiamo a disposizione tecnologie molto più evolute e siamo coscienti di essere di fronte a un rischio esistenziale. Le sfide, chiaramente, non mancano. Si tratta di movimentare molta terra in un ambiente desertico molto sensibile, con potenziali impatti sulle falde acquifere e sulla dinamica delle polveri. Alcuni dei siti candidati, inoltre, sono popolati – seppur scarsamente – e qualsiasi modifica dell’ambiente dovrebbe essere coordinata con i locali.

L’inondazione eliminerebbe alcuni habitat desertici, e potrebbe influenzare gli ecosistemi dipendenti dalle falde acquifere, motivo per cui sono necessari studi ecologici e ambientali più approfonditi. D’altro canto, nascerebbero nuovi ecosistemi capaci di supportare l’avifauna e la pesca.

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Egitto: allagare il deserto per fermare l'avanzata del mare
L’allagamento di Qattara distruggerebbe diversi ecosistemi desertici, ma potrebbe crearne di nuovi (Foto: Claude Lemmel & Zahora Attioui / CC BY-SA 4.0)

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