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Quando guarire non basta: così Singapore reintegra chi si infortuna

Accanto alla prevenzione, la città-Stato mette in rete sanità e imprese per favorire il rientro al lavoro con percorsi personalizzati

Quando guarire non basta: così Singapore reintegra chi si infortuna
Nel modello promosso da Singapore, il rientro all’impiego non coincide con la fine della riabilitazione: ogni lavoratore coinvolto seguirà un percorso personalizzato che potrà includere adattamenti della mansione, nuove attività o perfino un diverso inserimento professionale (Foto: Pexels)

Oggi, complice l’evoluzione dell’IA e una crescente attenzione al benessere dei dipendenti, la sicurezza sul lavoro punta sempre di più sulla prevenzione. In altre parole, sull’anticipazione del rischio tramite tecnologie predittive e norme condivise, individuando per tempo le situazioni potenzialmente pericolose e riducendo la probabilità che si trasformino in infortunio. Un fondamentale cambio di paradigma che, tuttavia, non si esime dal lasciare aperta una questione altrettanto rilevante: cosa accade quando l’infortunio si è già verificato?

Il recupero clinico, difatti, non coincide necessariamente con quello professionale e, per molti lavoratori, è ancora il rientro in azienda a rappresentare l’ostacolo più complesso. Per questo, accompagnare chi una malattia o un incidente l’ha già affrontato nel percorso di rientro al lavoro è fondamentale tanto quanto assicurare condizioni di partenza sicure.

Basti pensare che anche a Singapore, nonostante il numero relativamente contenuto di infortuni gravi o mortali sul lavoro, il problema è tutt’altro che marginale. Più nello specifico, tra il 2021 e il 2025 sono state circa 3.800 le persone che hanno lasciato ogni anno il proprio impiego a causa di condizioni di salute, sebbene molte avrebbero potuto continuare a lavorare con un supporto adeguato. Da qui la decisione del Governo di rafforzare i programmi di Return-to-Work, annunciata proprio dal Ministro di Stato per il Lavoro Dinesh Vasu Dash, secondo cui il rientro all’impiego deve diventare parte integrante del percorso di riabilitazione, attraverso piani personalizzati sviluppati in collaborazione tra operatori sanitari e datori di lavoro.

Perché il Return-to-Work diventa una priorità nelle società che invecchiano

Per il Ministro di Stato per il Lavoro Dinesh Vasu Dash, rafforzare i percorsi di Return-to-Work significa ripensare all’origine il concetto stesso di salute occupazionale in una società in cui si vive più a lungo e, di conseguenza, si lavorerà più a lungo. Lo ha spiegato intervenendo in Parlamento:

“Sarà sempre più importante sostenere le persone lungo l’intero percorso professionale, comprese le fasi di recupero successive a un infortunio o a una malattia”

Ne consegue che il rientro non debba coincidere necessariamente con il ritorno alla stessa mansione ma possa prevedere adattamenti del ruolo originario, il passaggio a una diversa posizione nella stessa azienda oppure, quando necessario, l’inserimento in una nuova organizzazione o persino un nuovo percorso professionale.

La questione va infatti letta da entrambe le prospettive: per i lavoratori, un percorso di Return-to-Work ben strutturato riduce il rischio di nuovi infortuni o ricadute, favorisce una maggiore preparazione psicologica al rientro e contribuisce a garantire continuità reddituale, limitando il rischio di un’uscita anticipata dal mercato del lavoro. Per le aziende, invece, significa preservare capitale umano qualificato, trattenendo competenze ed esperienza che altrimenti andrebbero disperse, oltre a dimostrare un impegno reale nei confronti del benessere dei propri dipendenti.

Quando guarire non basta_ così Singapore reintegra chi si infortuna
Il Parlamento di Singapore, dove il Ministro di Stato per il Lavoro Dinesh Vasu Dash ha illustrato la strategia del Governo per rafforzare i percorsi di Return-to-Work e favorire il reinserimento lavorativo dopo malattia o infortunio (Foto: Bjørtevedt – Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0)

Dai primi test negli ospedali a un modello capace di coinvolgere l’intero sistema

È bene sottolineare che questo approccio si fonda a sua volta sui risultati di una serie di sperimentazioni avviate negli ultimi anni. Tra il 2017 e il 2021, ad esempio, il Ministero del Lavoro di Singapore (MOM), in collaborazione con il Workplace Safety and Health Council (WSHC), ha avviato un progetto pilota in sette ospedali pubblici per sviluppare capacità di Return-to-Work, fino ad allora generalmente limitate alle grandi multinazionali dotate di strutture interne dedicate.

I dipendenti coinvolti hanno pertanto seguito percorsi di terapia occupazionale e riabilitazione, affiancati da coordinatori specializzati che, oltre ad accompagnarli nel percorso di recupero, hanno lavorato insieme ai datori di lavoro per definire un piano personalizzato di rientro. Il programma ha coinvolto in totale 3.700 lavoratori e ha registrato un tasso di reinserimento del 95 per cento.

Sulla scia di questi risultati, tra il 2023 e il 2025 il Ministero della Salute ha promosso il Bounce Back Lab, un progetto pilota interagenzia realizzato insieme a Workforce Singapore e alle istituzioni sanitarie pubbliche, destinato ai lavoratori in fase di recupero da problemi di salute non legati all’attività lavorativa e già valutati idonei al rientro nel mondo del lavoro. Il programma ha nuovamente offerto ai partecipanti servizi personalizzati di career coaching e assistenza da parte di assistenti sociali medici e di comunità, coordinando inoltre il lavoro dei diversi professionisti attraverso una piattaforma condivisa di gestione dei casi.

“I servizi di reinserimento lavorativo sono fondamentali per consentire ai lavoratori di riprendere l’attività lavorativa in modo sicuro e sostenibile”,

ha sottolineato ancora una volta Dash, concentrandosi proprio sull’importanza di un impegno coordinato tra operatori sanitari, datori di lavoro e dipendenti.

Quando guarire non basta: così Singapore reintegra chi si infortuna
La squadra del People’s Action Party (PAP) candidata nell’East Coast GRC alle elezioni generali del 2025. All’estrema sinistra l’oggi Ministro presso il Ministero del Lavoro e il Ministero della Cultura, della Comunità e della Gioventù di Singapore Dinesh Vasu Dash (Foto: Jnzl’s Photos – Creative Commons Attribution 2.0)

La fase più complessa inizia ora: trasformare i cambiamenti in un approccio duraturo

Nonostante i buoni risultati ottenuti, il Ministero del Lavoro ritiene che il sistema di Return-to-Work abbia ancora ampi margini di sviluppo. Tra le priorità individuate figura innanzitutto una maggiore diffusione dei programmi già esistenti, affinché la triade di professionisti sanitari, lavoratori e datori di lavoro possano effettivamente attivarli in tempi celeri, favorendo interventi precoci e aumentando le probabilità di un reinserimento efficace.

Parallelamente, Singapore punta a rafforzare le competenze degli operatori che erogano questi servizi, chiamati a integrare sempre più gli aspetti sanitari con quelli occupazionali. Ciò significa, ad esempio, acquisire maggiore familiarità con le mansioni specifiche dei diversi settori produttivi, con le tecnologie assistive e con gli strumenti di job redesign, così da supportare le aziende nell’adattamento delle postazioni e delle attività lavorative. Un’attenzione particolare sarà inoltre riservata alle piccole e medie imprese, che il Ministero intende accompagnare nell’adozione di soluzioni organizzative flessibili per consentire un rientro graduale dei lavoratori.

Un piano ben preciso in cui si inserisce anche la revisione complessiva del sistema di Return-to-Work annunciata dal Governo, che sarà affiancata dal lancio dell’Alliance for Action on Safety and Health for Employment Longevity (AfA-SHEL) nella seconda metà del 2026. L’iniziativa, sviluppata insieme al National Trades Union Congress e alla Singapore National Employers Federation, raccoglierà proposte provenienti da imprese, professionisti, operatori sanitari e singoli cittadini per trasformare le soluzioni più promettenti in modelli realmente applicabili su larga scala e orientare le future politiche pubbliche.

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Dopo i risultati ottenuti con i progetti pilota, Singapore punta ora a estendere i programmi di Return-to-Work, coinvolgendo un numero crescente di imprese, professionisti sanitari e istituzioni (Foto: Pexels)

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