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Tuvalu, 1 cittadino su 3 vorrebbe il visto climatico per l’Australia

Innalzamento dei mari: oltre 3.000 tuvaluani fanno domanda per il climate visa che gli permetterà di emigrare in Australia

Innalzamento dei mari: nasce il visto climatico per gli abitanti di Tuvalu
Oltre 3.000 tuvaluani hanno fatto richiesta per il visto climatico per l’Australia: ci sono 280 permessi ogni anno per fuggire dall’innalzamento dei mari, da estrarre a sorte (Foto: Earth Science and Remote Sensing Unit, Lyndon B. Johnson Space Center – JSC Gateway to Astronaut Photography of Earth / Public Domain)

Alla fine è successo: il fenomeno della migrazione climatica ha assunto proporzioni tali da richiedere trattati e accordi bilaterali tra Paesi. Almeno, tra quelli più colpiti dagli effetti del riscaldamento globale. Ed è così che il governo di Tuvalu, piccolo Stato insulare del Pacifico apertamente minacciato dall’innalzamento dei mari, ha firmato un accordo con l’Australia che permette a 280 tuvaluani ogni anno di emigrare nel Paese dell’Ayers Rock e della Grande Barriera Corallina.

Tuvalu: il primo visto climatico al mondo

Il primo visto climatico al mondo non poteva che venire da un Paese del Pacifico: qui, complice la conformazione delle isole e la loro posizione, i disastrosi effetti del cambiamento climatico sono già sotto gli occhi di tutti.

Maree, cicloni, siccità e inondazioni sfollano regolarmente le popolazioni degli Stati insulari del Pacifico. Secondo il report Disaster Displacement. A global review, 2008-2018, oltre l’80% degli spostamenti dovuti a catastrofi naturali nel periodo 2008-18 si è verificato nella regione Asia-Pacifico, coinvolgendo circa 187 milioni di persone.

Tuvalu, a metà strada tra le Hawaii e l’Australia, è uno dei Paesi più piccoli al mondo e uno di quelli che sta sperimentando più da vicino le conseguenze del cambiamento climatico. Con un’altezza massima di appena 4,5 metri sul livello del mare, le isole dell’arcipelago polinesiano sono destinate a cedere sempre più terreno all’oceano. Parliamo di 26 chilometri quadrati in totale, tra atolli e isole coralline, che ospitano circa 11.000 persone.

Secondo uno studio della NASA, la maggior parte delle strutture critiche di Tuvalu saranno sommerse entro il 2050. Nell’arcipelago del Pacifico, il concetto di migrazione climatica è tutt’altro che iperbolico. Al contrario, l’idea di abbandonare il Paese per sfuggire all’impatto dei cambiamenti climatici è fortemente ancorato a una quotidianità in cui inondazioni ed eventi climatici estremi hanno assunto le dimensioni di una concreta minaccia esistenziale.

È in questo contesto che nasce il primo visto climatico del mondo, frutto di un accordo firmato dai governi di da Tuvalu e Australia nel novembre 2023. L’Australia, riconoscendo la “minaccia esistenziale posta dal cambiamento climatico”, consentirà ogni anno a 280 cittadini tuvaluani di trasferirsi in maniera permanente nel Paese anche senza un’offerta di lavoro.

Tuvalu, nasce il visto climatico per andare in Australia
Il PM australiano Anthony Albanese e l’omologo tuvaluano Kausea Natano alla firma del Falepili Union Treaty (Foto: Anthony Albanese / X)

Falepili Union Treaty: il vero costo del cambiamento climatico

Tutti i tuvaluani che vogliano lavorare, studiare o vivere in Australia possono richiedere il visto climatico. I 280 permessi messi a disposizione ogni anno dal governo di Canberra saranno estratti a sorte tra tutti coloro che ne faranno richiesta a partire da quest’anno.

Il visto climatico per l’Australia nasce dal Falepili Union Treaty. L’Accordo impegna l’Australia a fornire ai cittadini di Tuvalu un percorso migratorio speciale verso le coste del Queensland. Non si parla mai esplicitamente di migrazione climatica, ma la questione emerge già all’Articolo 2, nel quale Australia e Tuvalu si “impegnano a lavorare insieme di fronte alla minaccia esistenziale rappresentata dal cambiamento climatico”.

Nello stesso articolo, le Parti si impegnano a rispettare la sovranità di Tuvalunonostante l’impatto dell’innalzamento del livello del mare legato ai cambiamenti climatici”: se anche il Paese dovesse finire completamente sommerso, l’Australia continuerà a riconoscerlo come tale. Anche se, come ha ricordato la dottoressa Anna Powles, docente di sicurezza internazionale della Massey University, il Trattato dà all’Australia potere di veto sugli accordi di sicurezza di Tuvalu con qualsiasi altro Stato o entità.

“D’ora in poi, Tuvalu dovrà concordare reciprocamente con l’Australia qualsiasi partnership, accordo o impegno con qualsiasi altro Stato o entità su questioni relative alla sicurezza e alla difesa”,

ha spiegato tramite social. Fale Pili, in tuvaluano, significa “prendersi cura dei vicini come se fossero parte della famiglia”. Secondo Powles, però, quello sottoscritto nel 2023 è un accordo tutt’altro che disinteressato, se lo guardiamo dal punto di vista australiano. Senza contare il fatto che il trattato non cita neanche di passaggio un impegno dell’Australia a eliminare gradualmente i combustibili fossili – l’unica scelta possibile, se l’intenzione è davvero quella di scongiurare la catastrofe climatica, a Tuvalu come nel resto del mondo.

Climate visa: 1 tuvaluano su 3 ha già fatto richiesta

Il Trattato Falepili, ovviamente, non viene dal nulla. Già nel 2006, l’attuale PM Anthony Albanese pubblicò un documento di discussione politica dal titolo “Our Drowning Neighbours” in cui si sosteneva l’urgenza di un’azione diretta per combattere gli effetti dei cambiamenti climatici nei Paesi del Pacifico. Il documento sosteneva la creazione di una coalizione internazionale guidata dall’Australia per “accogliere i rifugiati del cambiamento climatico dai Paesi del Pacifico”.

Qualche anno dopo, un portavoce del governo dichiarò che la migrazione permanente potrebbe essere l’unica opzione per alcune popolazioni insulari. Se si considerano gli altri percorsi dal Pacifico verso Australia e Nuova Zelanda, ogni anno potrebbe migrare quasi il 4% della popolazione: sommando i 280 visti a quelli di altri programmi, infatti, Tuvalu avrà 430 visti l’anno per una popolazione di 11.000 persone. Sarebbe uno dei tassi di emigrazione più alti al mondo. Significherebbe perdere quasi metà della popolazione nel giro di un decennio.

Ma i tuvaluani vogliono lasciare il loro Paese? A giudicare dalle richieste per i primi visti climatici, di certo non vogliono precludersi la possibilità di farlo, nonostante le controversie sollevate dalle implicazioni del Trattato. In soli quattro giorni, oltre 3.000 persone hanno fatto domanda per partecipare all’estrazione dei climate visa per l’Australia – un terzo della popolazione.

Innalzamento dei mari: Tuvalu scomparirà?
Le proiezioni d’inondazione per 0 (a), 50 (b), 70 (c) e 100 cm (d) di innalzamento del livello del mare. L’azzurro indica le aree al di sotto del futuro Livello Medio della Massima Alta Marea, ma non necessariamente collegate al mare, mentre le aree in blu scuro saranno direttamente inondate dal mare (Foto: NASA Sea Level Change Team Technical Report, June 2023)

Innalzamento dei mari: bisogna davvero lasciare Tuvalu?

Nel suo documento del 2006, Albanese scriveva che Tuvalu sarebbe diventata inabitabile nel giro di dieci anni a causa dell’innalzamento dei mari. Fortunatamente è andata leggermente meglio di così, ma la situazione resta tra le più critiche sul pianeta.

Secondo l’ultima valutazione tecnica della NASA, negli ultimi 30 anni il livello del mare a Tuvalu è aumentato di 15 centimetri, a un ritmo medio di 5 millimetri l’anno. Questo tasso, però, è destinato ad aumentare vistosamente: potrebbe raddoppiare entro il 2100.

Si prevede che il livello del mare aumenterà di 20-30 centimentri entro il 2050 (rispetto al livello del 2005). Nel 2100, il livello potrebbe essere aumentato di 50 centimetri o di un metro. Le stime peggiori, si legge nel report della NASA, si avvicinano ai 2 metri. Che è l’altitudine media delle isole dell’arcipelago.

Il futuro innalzamento del livello del mare causerà un forte aumento delle inondazioni, che saranno sempre più gravi e frequenti: in tutte le proiezioni, Tuvalu sperimenterà oltre 100 giorni di inondazioni ogni anno entro la fine del secolo.

In base alle previsioni della NASA il disastro è ancora evitabile: se è vero che nello scenario peggiore Tuvalu finirebbe quasi completamente sott’acqua entro la fine del secolo, è anche vero che se riuscissimo a onorare l’impegno preso negli Accordi di Parigi la situazione sarebbe completamente diversa. Restando entro 1,5°C di riscaldamento, avremmo meno dell’1% di probabilità che l’innalzamento dei mari a Tuvalu superi un metro.

Una cosa però è certa: il sottile anello che costituisce l’atollo di Funafuti, il più esteso e popoloso del Paese, continuerà a cedere terreno al mare. E lo stesso avverrà sulle piccole isole coralline di Nanumanga, Niutao e Niulakita, che in totale contano circa 1.000 abitanti.

Il rischio scomparsa di Tuvalu per il Ministro degli Esteri Simon Kofe

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Cambiamento climatico: il caso di Tuvalu
Una strada sull’atollo di Funafuti, il più esteso e popoloso del Paese: in alcuni punti, la striscia di terra su cui sorge l’arcipelago è larga appena 20 metri (Foto: Department of Foreign Affairs and Trade / CC BY 2.0)

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